Inchiesta Al Jazeera: “Mazzate e umiliazioni”, l’inferno dei palestinesi nelle carceri di Ben-Gvir

Quando il fotoreporter palestinese ed ex prigioniero Muath Amarneh ha visto i video del ministro della Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, che si compiaceva delle condizioni fatiscenti in cui versano i detenuti palestinesi, ha ripensato a ciò che accadeva prima e dopo l’inizio delle riprese.

“Quando una figura del genere visita le carceri, non mostrano tutto. Pubblicano solo alcuni filmati per far emergere la sua arroganza”, ha detto Amarneh ad Al Jazeera. “Ma prima e dopo la telecamera, il prigioniero viene sottoposto a umiliazioni e percosse che non vengono mostrate al pubblico. Di un’intera ora di abusi, diffondono solo mezzo minuto o due.”

Ben-Gvir, che nel suo ruolo sovrintende al sistema carcerario israeliano, ha trascorso le ultime settimane a pubblicizzare quelli che considera i suoi successi di mandato.

Un video generato dall’intelligenza artificiale e pubblicato sui suoi canali social ad agosto mostrava uomini palestinesi ben nutriti entrare su un nastro trasportatore in un centro di detenzione, per poi uscirne emaciati e in lacrime, con la didascalia: “Avevamo promesso, abbiamo mantenuto”. Lo ha rimosso solo quando si sono moltiplicati i paragoni con i campi di concentramento nazisti.

Qualche giorno dopo ha pubblicato un altro video in cui affrontava alcune detenute. Una di loro gli segnalava di non potersi lavare da tre giorni e di non ricevere cure mediche. “Le buone condizioni nelle carceri sono finite”, le ha risposto Ben-Gvir. “Sono direttamente responsabile di tutto. E sono soddisfatto di queste condizioni.”

“Il mio unico lavoro era nei media”

Le testimonianze dei detenuti e i dati dei gruppi palestinesi per i diritti umani offrono uno spaccato di ciò che tale politica comporta all’interno degli istituti di pena israeliani. Amarneh, 39 anni, che ora vive nel campo profughi di Dheisheh a sud di Betlemme, è stato arrestato due volte dall’inizio della guerra a Gaza, in entrambi i casi in regime di detenzione amministrativa.

Attualmente, secondo Addameer — organizzazione palestinese per la difesa dei diritti dei prigionieri —, i detenuti amministrativi sono circa 3.200, più del doppio rispetto ai 1.300 precendenti al 7 ottobre 2023.

Israele e gli Stati Uniti accusano Addameer di sostenere il “terrorismo”, accusa che il gruppo respinge fermamente. I numerosi attriti di Amarneh con le forze israeliane sono iniziati quando ha mosso i primi passi come fotoreporter. Nel 2019, mentre documentava gli scontri vicino a Hebron indossando il giubbotto Stampa, le forze israeliane gli hanno sparato. Un proiettile lo ha accecato all’occhio sinistro e una scheggia gli si è conficcata vicino al cranio.

Amarneh è stato posto in detenzione amministrativa nell’ottobre del 2023, una settimana dopo l’inizio della guerra a Gaza, ed è stato recluso per nove mesi nelle carceri di Megiddo e Ktziot.

Dopo il suo rilascio, si è allontanato dal giornalismo sul campo per dedicarsi ai documentari, nella speranza di ridurre il rischio di un nuovo arresto. Ciononostante, nell’agosto del 2025 è stato fermato di nuovo e trattenuto per otto mesi nel carcere di Ofer, ancora una volta senza alcuna accusa formale. “L’unica contestazione mossami era di lavorare nei media”, ha dichiarato.

“Poi è arrivato il 7 ottobre”

Sahar Francis, avvocata ed ex direttrice esecutiva di Addameer, ha affermato che il mandato di Ben-Gvir alla guida dell’autorità carceraria non ha tanto creato la crudeltà del sistema, quanto l’ha intensificata: “Fin dal suo primo giorno ha fatto chiudere gli unici due panifici che producevano pane per i detenuti.”

«Poi è arrivato il 7 ottobre e la situazione è precipitata. Le visite dei familiari e l’accesso della Croce Rossa sono stati sospesi, mentre agli avvocati è stato impedito l’ingresso per i primi quattro o cinque mesi. Vestiti, cibo e libri sono stati confiscati, lasciando i detenuti con un solo cambio», ha aggiunto.

Amarneh ha indossato gli stessi pantaloni per 90 giorni. Le infermerie interne sono state chiuse e unità speciali hanno iniziato a compiere irruzioni quotidiane nei reparti picchiando i prigionieri — una pratica che, a suo dire, ha causato diverse morti in custodia.

«Hanno sempre fatto ricorso alla tortura, ma dopo l’inizio del conflitto siamo tornati a condizioni simili ai primi anni dell’occupazione per brutalità, abusi fisici e molestie», ha spiegato Francis.

Durante i primi nove mesi di detenzione Amarneh ha perso 35 kg, e altri 30 kg nel secondo periodo. «Ho vissuto in prima persona la trasformazione delle prigioni: com’erano prima della guerra e come sono diventate», ha affermato. «Istituti dove la vita era già difficile si sono trasformati in luoghi invivibili, inadatti all’essere umano.» Amarneh ha aggiunto che, al momento del suo secondo arresto nel 2025, il deterioramento delle strutture era ancora più marcato.

«Non avrei mai immaginato che la situazione potesse peggiorare rispetto al passato. L’umiliazione subita lì dentro è indescrivibile», ha detto.

Ad Amarneh sono stati requisiti gli occhiali da vista per sei mesi, mentre ad altri è stato negato l’accesso regolare alle docce e ai prodotti igienici di base. Nelle rare occasioni in cui potevano lavarsi, i detenuti venivano poi costretti a rimanere sotto la pioggia. Le guardie carcerarie si riferivano a loro definendoli “animali” e insultavano le loro famiglie, ripetendo spesso che “avrebbero dovuto semplicemente ucciderli”.

Il fotoreporter ricorda che le guardie proibivano persino di stare al sole, dicendo: “Questo sole è nostro, non vostro”. Quando un detenuto ha chiesto quando si sarebbe celebrata la festa dell’Eid, dieci minuti dopo un’unità antisommossa ha fatto irruzione nella cella, ha picchiato tutti i presenti e ha sparato al prigioniero con proiettili di gomma per punirlo della domanda.

“Morirò qui”

A peggiorare il quadro, la moglie di Amarneh era incinta durante la sua reclusione a Ofer e lui non aveva notizie sulle sue condizioni. Solo per puro caso, tramite un avvocato in visita a un altro detenuto, ha saputo che la donna aveva partorito; solo due mesi dopo ha scoperto che il bambino si chiamava Osama.

Durante i mesi più freddi le coperte erano vietate tra le 5 del mattino e le 4 del pomeriggio, lasciando i prigionieri con la pelle “del colore di un cadavere”.

L’assistenza medica era inesistente: ad Amarneh è stato somministrato un farmaco errato per il diabete, e al dosaggio sbagliato. Quando un’infezione alla gamba lo ha lasciato parzialmente paralizzato, ha ricevuto cure minime solo dopo che il suo avvocato si è accorto dello stato di salute durante un’udienza. In seguito, la sua protesi oculare si è staccata per la riapertura della ferita, ma le autorità gli hanno negato il trasferimento in ospedale sostenendo che non fosse “in pericolo di vita”.

“Ecco, morirò qui”, ricorda di aver pensato. Quando il dolore per le percosse e le infezioni diventava insopportabile, le guardie offrivano una singola compressa di antidolorifico da dividere tra undici persone.

Nel 2024, il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria ha stabilito che il primo arresto di Amarneh era illegale e discriminatorio. Anche le organizzazioni per la tutela della stampa hanno denunciato i suoi fermi come parte di una persecuzione sistematica contro i giornalisti palestinesi. Niente di tutto ciò ha però impedito il suo secondo arresto 10 mesi dopo. Francis ha sottolineato che organismi internazionali come l’ONU “non hanno il potere coercitivo di imporre le proprie decisioni a Israele”.

“Si tratta di pareri che necessitano di volontà politica per essere attuati”, ha aggiunto, evidenziando il doppio standard della giustizia internazionale: “I casi di tortura sotto il regime siriano sono stati processati in Germania e Francia, mentre nel nostro caso si fallisce sempre. Le procedure penali si aprono per altri contesti, non per i palestinesi.”

“Sono direttamente responsabile di tutto”

Francis ritiene che le dichiarazioni pubbliche di Ben-Gvir — “sono direttamente responsabile di tutto” — potrebbero costituire prove rilevanti per un eventuale procedimento presso la Corte penale internazionale (CPI).

“Una figura politica di quel livello si trova al vertice della catena di comando”, ha affermato. “Se non si usano questi strumenti contro esponenti come Ben-Gvir, contro chi dovrebbero essere usati?”

Al Jazeera ha contattato Ben-Gvir, il Ministero della Sicurezza Nazionale e l’esercito israeliano per un commento, senza ricevere risposta.

Prima che Amarneh venisse rilasciato la seconda volta, gli agenti lo hanno avvertito che avrebbero monitorato i suoi scritti: “Se vuoi tornare in prigione, fai pure.”

A pochi mesi dalla liberazione, avvenuta ad aprile, Amarneh esce raramente dalla sua casa nel campo di Dheisheh per timore di essere arrestato di nuovo.

“Per me stare dentro era quasi più facile che stare fuori. La pressione psicologica che vivo oggi è pari a quella della prigionia”, ha confidato. “Quando sei dentro sai dove ti trovi e cosa aspettarti. Fuori la tensione è costante.”

Alla domanda su quale sia l’obiettivo di Ben-Gvir nell’imporre trattamenti simili, Amarneh risponde: «Vuole la terra senza la gente. Ma noi siamo qui. O muoio qui, o vivo qui. Non sono un terrorista, non cerco la violenza. Voglio solo vivere in pace, ma lui non lo permette. Non vuole nemmeno che esistiamo.»

10/9/2026 https://www.lantidiplomatico.it/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *