Italia, Mondo: Italiani e confini ancora da abbattere
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di Giovanna Mulas

Membro onorario della Giornalisti Specializzati Associati (GSA), Milano. Membro del World Poetry Movement (WPM).
Penso che esista un limite, al dolore di ogni uomo, che non vada superato, pena la follia.
Una sorta di Finis Terrae, valico incerto, un confine, una staccionata messa sul sentiero dalla vita o dal destino o dalla Natura o dal delirio di un dio, che non andrebbe saltata ma è d’obbligo (forse, o forse no) il farlo.
Penso che si debba insegnare ai nostri figli a camminare fino al confine della terra.
(GM)
“Globalizziamo il bene, perché il male è già globalizzato“, scriveva l’amico poeta Carlo Bordini. Autocoscienza necessaria, critica costante sulla e della realtà, che tenda la mano ai movimenti sociali in opposizione alla guerra, l’ingiustizia, alla diseguaglianza sociale. “Il processo di sviluppo è legato a una dialettica intellettuali-massa”, sosteneva Gramsci. Di fatto, occorre un movimento di resistenza politica per la cultura della vita.
Lo vidi per la prima volta, il mio eroe, a
Medellin, in Colombia, in un ragazzino sporco e addormentato sul bordo del marciapiedi alle undici di una domenica mattina, faccia al sole ed erano 30 gradi all’ombra, coperta logora tirata fino al mento, con la gente che continuava a scorrergli e correre attorno, fiume senz’argini. Ripetiamocelo come un Mantra: che società è questa, in grado di rendere fantasma un ragazzino, dilaniarlo, spegnerne la voglia di spaccare un mondo che pare uscito da una pellicola yankee di classe zeta… . TU SEI se consumi, TU SEI se produci. Se crolli lasci di funzionare per il sistema. Se non consumi e non produci non esisti, o meglio: il sistema fa sì che tu senta di non esistere. In base a questi crismi è inutile vivere senza esistere o almeno, esistere secondo un concetto imposto di esistenza.
La vittimizzazione di un popolo si costruisce col tempo e la storia. È una cipolla coi suoi strati: il primo è rappresentato dall’impedire un lavoro e di conseguenza il cibo quindi la dignità, fino ad arrivare al nucleo della cipolla: l’annullamento dell’uomo in quanto tale, la sua distruzione. Contrariamente a ciò che una massa stordita può pensare occorre conoscere, amare profondamente la vita e ogni elemento che ne è specchio, per riuscire a denunciarne il marcio politico. Pur sapendo, impotenti, che è battaglia persa dall’inizio, questa nostra di poveri illusi da un tramonto.
(…) Dal momento dell’arrivo in Venezuela una scorta dell’Intelligence governativa ci segue ovunque e vigila, discreta, su ogni movimento in pubblico e in privato. Attraversare le Ande è scalare un ghiacciaio senza ghiacci: la Jeep prosegue al rallentatore, manca l’aria e ovunque tu guardi le montagne assediano, una cima finisce dove comincia l’altra. Si marcia lungo una strada sterrata che è l’unica; ampia, non una curva. Destra sinistra centro e spalle ancora rilievi (sprazzi di verde smeraldo e cactus, fumi di nebbie a occultare le guglie), falciati dai solchi maestosi. Solo a volte corsi d’acqua di inconcepibile origine. Forse un gazebo coraggioso con cocco e caffè, i condor sorvolano svogliati, a cerchio. Sanno aspettare i cani all’osso, i condor…Ne fiutano umori e morte dall’alto, e prima che la stessa futura vittima ne abbia cognizione. Ben rappresentano i modesti sputi di potere che abbiamo lasciato al destino finale in Lanusei: vedo i condor e penso a quella miseria umana, prima che economica.
Alla povertà si trova rimedio: ogni uomo è fornito di doni da far più o meno fruttare in base al proprio ingegno o alla casualità, alla fortuna. Male che vada una sera mangi una cipolla, ma il sabato seguente ti ritrovi in trattoria dalle porzioni generose ei muri affrescati a nuovo. La miseria umana imposta è diversa, è congegnata a circolo chiuso e non a caso: io procuro il problema e io lo risolvo, ma a modo mio. E’ un agglomerato di anime perse uguali. E’ l’arma infima che garantisce alle micro/macro lobbie criminose (‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita le particolarmente evidenziate dagli inquirenti nel territorio Ogliastra, Sardegna) il lesto ricambio di manodopera non qualificata eppure pronta a tutto; è la fame di aggregazione e riscatto, è sete di vendette che portano a superare i limiti che altri nemmeno riuscirebbero a guardare dal buco della serratura. E non si interpreti come un vanto. La miseria crea nuovi soldati, plasma le ultime generazioni quindi i figli dei loro figli: fa il vuoto attorno e appositamente, arida e vacua, mira a creare dipendenza dalla prossima elemosina. Blocca arti e menti nonostante la lucidità che ti contraddistingue o una cultura che ti elegge; è morte lenta per emorragia, eutanasia inoculata goccia appresso a goccia. Questa è l‘Ogliastra sarda e ha poco di romantico, nonostante la spudorata sontuosità di geografia e archeologia che potrebbero letteralmente farla vivere e bene, non sopravvivere isolata al solo fine di una strumentalizzazione di parte politico mafiosa. Mantenuta ignorante tramite intere generazioni di ignoranti, è popolazione che durante i reclutamenti di guerra verrebbe chiamata “carne da macello” ovvero mercenaria, pronta a tutto pur di soddisfare i bisogni primari.

Fu guardando cibarsi Jhon Kunsio, appartenente al Popolo Jivi, che compresi il significato di un Dio Pianeta pronto a dare senza averne in cambio, solo per il Bene Comune. Rammento Kunsio con una variegata scodella dinanzi agli occhi eppure, a differenza degli altri commensali, si tratteneva pudico dal consumare. Non aveva pregato, azione comune per tanti europei, ringraziando un Dio per il lauto pasto: Kunsio aveva benedetto il cibo per essersi offerto a lui, sacrificato. I tratti mongolici, scolpiti tra terra e pietre, si erano inchinati, beati da un lungo istante di gratitudine: ora il cibo avrebbe continuato a vivere in Kunsio e tramite Kunsio. Mi disse di non sapere se meritava il sacrificio del cibo, ma avrebbe fatto il possibile per non renderlo vano proteggendo il suo popolo e il suo mondo che è, di fatto, il mondo. Kunsio che con la sua poesia denuncia la violenza, l’omertà quotidiana verso quegli States da destino manifesto.
Mi sono domandata spesso, in Italia, come e quanto sia possibile sopravvivere, nel tempo, al nichilismo, all’omertà.
Sappiamo che il marcio resta marcio amici miei, anche se profuma di lavanda.
Potrai rivestirlo con un telo finemente ricamato, o serbarlo tra una pagina e l’altra di un classico della letteratura mondiale rilegato in oro, ma resterà putrido.
E pure se piccolo, invisibile quasi, il maledetto, potrai introdurlo in un ambiente sterile e basterà poco perché quell’ambiente cominci a riprodurre il marcio, a puzzare, invecchiare, macchiare la tua ricercata coperta di pizzo bianco.
Continuo a pensare che la piaga peggiore dell’Italia sia, come è sempre stata, l’omertà. L’omertà che è ignoranza, che diventa incoscienza e pregiudizio, il timore della denuncia o meglio, delle conseguenze che la stessa avrebbe nel proprio micro mondo, quel “… Ma cosa diranno gli altri di me?”. La viltà è il simulare, per agio, di aderire ad una festa spensierata dimenandosi isterici sul ponte di una nave che vedi affondare. I suonatori continuano a strimpellare, i saltimbanchi a cianciare ma Signore c’è un buco nello scafo e Bum! Affondiamo. Oh capitano mio capitano: il cuoco della nave ha preso il tuo posto, impartisce ordini al mozzo ma la nave affonda e io non so nuotare. Bum.
Il silenzio non è coraggio amici miei…L’omertà non è MAI coraggio, non è difesa e unità nelle genti, non rappresenta svergognare il proprio luogo. È molto peggio; è qualcosa di più strisciante, subdolo, si nasconde dietro le tende chiuse di certe nonne già capi clan, ritorna nel sapere da bar di oggi, in un parroco, un medico o l’avvocato lobbista che tutto raccolgono dal gregge ma non possono o non vogliono. È vittima che si fa carnefice: omertà è volontà di uniformità, gregge e indifferenza ché, tanto, non è toccato a me.

Penso alla mia Mama africana Madosini Latozi Mpahleni, per la quale la divinità suprema è il Grande Albero: “Siamo tutti parte del Grande Albero, e dalla posizione che occupiamo nei rami mai riusciremo a vederne ogni angolo. Potremo immaginarlo e ascoltare il canto dei mille uccelli tra le foglie, ma mai vedere l’albero nella sua totalità.
Dentro come fuori, sotto come sopra.
Questo è il Popolo Mondo: non si potrà mai vederlo per intero ma lo si potrà immaginare e vivere, ascoltare attraverso gli altri che ascoltano noi”.
E il male fatto a un solo componente, di quel Popolo, è fatto alla radice del Mondo; alla sua storia.
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