Italia sempre più calda: nel 2025 mari vicini ai record, siccità al Sud ed eventi estremi
Il 2025 conferma che il riscaldamento globale sta modificando in profondità il clima italiano, interessando contemporaneamente atmosfera, mari, disponibilità d’acqua ed estremi meteorologici.
Secondo il nuovo rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, “Il clima in Italia nel 2025”, l’anno è stato il quarto più caldo registrato nel Paese dal 1961. Ancora più evidente il segnale proveniente dai mari italiani: la temperatura superficiale media si è collocata al secondo valore più elevato della serie iniziata nel 1982, superata soltanto dal record del 2024.
Il documento, elaborato dal SNPA — la rete composta da ISPRA e dalle Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente — ricostruisce l’andamento delle temperature, delle precipitazioni e delle risorse idriche, affiancando ai dati nazionali alcuni approfondimenti sugli eventi più gravi verificatisi nel corso dell’anno.

Il quarto anno più caldo dal 1961
La temperatura media italiana del 2025 è risultata superiore di 1,03 °C rispetto alla media climatologica 1991-2020.
Dal 2000 in poi, quasi tutti gli anni hanno registrato anomalie positive. Le sole eccezioni sono state il 2004, il 2005, il 2010 e il 2013. Il 2025 è stato inoltre il dodicesimo anno consecutivo con temperature superiori alla norma.
Gli ultimi quattro anni — 2022, 2023, 2024 e 2025 — sono stati i più caldi dell’intera serie sia per la temperatura media, sia per le minime e le massime. Il tasso di crescita stimato dal 1981 è di circa 0,43 °C ogni dieci anni, con un aumento particolarmente intenso durante l’estate, pari a circa 0,63 °C per decennio.
Tutti i mesi, ad eccezione di ottobre e novembre, sono stati più caldi della media. Giugno ha mostrato l’anomalia più marcata, con +3,23 °C, risultando il secondo giugno più caldo dal 1961 dopo quello eccezionale del 2003. Seguono dicembre, con +1,79 °C, e gennaio, con +1,66 °C.
Anche tutte le stagioni hanno chiuso sopra la media:
- estate: +1,46 °C, quarta più calda dal 1961;
- inverno: +1,21 °C;
- primavera: +0,86 °C;
- autunno: +0,16 °C.

Più notti tropicali e meno giornate fredde
Il riscaldamento non emerge soltanto dalle temperature medie. Gli indicatori climatici mostrano una crescita degli estremi di caldo e una netta riduzione di quelli di freddo.
Nel 2025 il numero medio di notti tropicali, cioè con temperature minime superiori a 20 °C, è stato di circa dieci giorni oltre la media 1991-2020. I giorni estivi, con massime sopra i 25 °C, sono stati oltre otto in più; quelli torridi, con temperature superiori a 35 °C, sette in più.
L’indice che misura i periodi prolungati di caldo intenso ha registrato un’anomalia di oltre 16 giorni. Al contrario, i giorni con gelo, le notti fredde e i giorni freddi si sono collocati tutti al secondo valore più basso dal 1961.
Questi dati hanno conseguenze dirette sulla salute, sull’agricoltura, sugli ecosistemi, sui consumi energetici e sulla possibilità delle città di raffreddarsi durante la notte.

Mari italiani al secondo valore più alto mai registrato
Uno dei segnali più preoccupanti arriva dal mare.
Nel 2025 la temperatura superficiale media dei mari italiani è stata superiore di 1,18 °C rispetto al periodo 1991-2020. È il secondo valore più elevato dal 1982, dopo il record del 2024.
Il rapporto indica valori medi annuali compresi tra 19,1 °C nell’Adriatico e 21,4 °C nello Ionio. Il valore medio mensile più alto, pari a 27,4 °C, è stato osservato nel Mar Ionio.
Le anomalie sono state positive in tutti i mesi. Gli scostamenti più elevati si sono registrati a giugno, con +2,56 °C, e a luglio, con +1,81 °C. Dal 2007 tutti gli anni, ad eccezione del 2010, hanno mostrato mari più caldi della media.
La mappa delle anomalie riportata nel rapporto evidenzia valori superiori a 1,5 °C soprattutto a ovest della Corsica e a sud della Sardegna, mentre gli scostamenti risultano più contenuti, pur restando positivi, nell’Adriatico e nello Ionio.
Particolarmente marcato è il trend di lungo periodo nel Mar Ligure, nell’Adriatico e nel Golfo di Taranto, dove la temperatura superficiale cresce a un ritmo vicino a 0,5 °C ogni dieci anni.
Il dato di +1,8 °C indicato nel testo introduttivo diffuso con il rapporto appare quindi non coerente con il valore ufficiale di +1,18 °C riportato nel documento SNPA.

Perché mari più caldi sono un problema
Il riscaldamento marino non riguarda soltanto la balneazione o la durata della stagione estiva.
Temperature elevate e persistenti possono modificare gli ecosistemi, favorire specie termofile e invasive, mettere sotto stress coralli, gorgonie, molluschi e praterie di Posidonia, alterare la disponibilità di ossigeno e cambiare la distribuzione delle specie ittiche.
Un mare più caldo trasferisce inoltre più calore e umidità all’atmosfera. Questo non significa che ogni singolo temporale sia causato direttamente dall’aumento delle temperature marine, ma un Mediterraneo più caldo può fornire maggiore energia e vapore acqueo ai sistemi atmosferici, contribuendo a creare condizioni favorevoli a precipitazioni molto intense.
Il rapporto osserva che nel 2025 le elevate temperature del Mediterraneo e dell’Atlantico potrebbero aver contribuito anche a rafforzare le anomalie termiche notturne attraverso una maggiore presenza di umidità nell’atmosfera.

Piogge nella media, ma l’Italia resta divisa
Su scala nazionale, le precipitazioni del 2025 sono risultate complessivamente vicine alla media climatologica, con un’anomalia di appena +1%.
Questo dato medio nasconde però una forte differenza territoriale:
- al Nord le piogge sono aumentate del 7%;
- al Centro sono rimaste sostanzialmente nella media;
- al Sud e nelle Isole sono diminuite del 5%.
I mesi più piovosi rispetto alla norma sono stati marzo, con +58%, e agosto, con +50%. I più secchi sono stati giugno, con -51%, novembre, con -25%, e ottobre, con -24%.
Anche la distribuzione stagionale è stata irregolare. La primavera ha registrato un surplus del 23%, l’inverno del 6%, mentre l’autunno è stato più secco del 20%.
Questa alternanza tra lunghi periodi asciutti e piogge molto concentrate è uno degli aspetti più problematici della crisi climatica mediterranea. Un aumento degli episodi intensi non garantisce infatti una maggiore disponibilità idrica: l’acqua può cadere troppo rapidamente, provocare allagamenti e defluire senza ricaricare adeguatamente suoli, falde e invasi.

Fino a quattro mesi consecutivi senza pioggia al Sud
Il numero massimo di giorni consecutivi senza precipitazioni è rimasto relativamente contenuto in gran parte dell’Italia, ma ha raggiunto valori molto elevati nel Mezzogiorno.
La costa ionica della Calabria ha registrato fino a 121 giorni asciutti consecutivi, la Sardegna 118 e la Sicilia 116. Valori elevati sono emersi anche lungo il resto della costa ionica e nella Puglia centro-meridionale.
Il rapporto evidenzia inoltre che le aree insulari, la Puglia e molte zone costiere hanno superato localmente i 310 giorni senza precipitazioni significative nell’arco dell’anno.
Sono indicatori che mostrano la crescente esposizione del Centro-Sud a siccità prolungate, elevate temperature ed evapotraspirazione, con conseguenze per l’agricoltura, gli ecosistemi, gli approvvigionamenti potabili e la produzione energetica.

La crisi idrica resta grave in Sicilia
Le piogge abbondanti hanno consentito al Nord di recuperare e mantenere le risorse idriche entro valori normali o superiori alla media.
La situazione è rimasta invece critica nelle regioni centro-meridionali, caratterizzate da livelli di severità idrica da medi ad alti, con differenze tra territori e usi della risorsa. La Sicilia ha mantenuto per tutto il 2025 una condizione di severità idrica alta, ereditata dagli anni precedenti.
La disponibilità nazionale di acqua è stata stimata in circa 128 miliardi di metri cubi. Il valore risulta:
- inferiore di oltre il 7% rispetto alla media di lungo periodo;
- più basso di circa il 4% rispetto al trentennio più recente;
- inferiore del 19% rispetto al 2024.
La serie dal 1951 al 2025 conferma una tendenza alla riduzione della disponibilità idrica complessiva.

Più caldo non significa meno eventi alluvionali
Siccità e alluvioni non sono fenomeni contraddittori. Possono verificarsi nello stesso anno e persino negli stessi territori.
Il 2025 è stato caratterizzato da numerosi eventi idro-meteorologici intensi, alcuni dei quali eccezionali.
Tra il 15 e il 17 aprile, la Valle d’Aosta sud-orientale e il Piemonte nord-occidentale sono stati interessati da precipitazioni molto abbondanti. In alcune aree sono caduti fino a 600 millimetri nell’intero evento e i quantitativi sulle 24 ore hanno raggiunto tempi di ritorno stimati fino a mille anni.
Le piogge, unite alla saturazione dei terreni e alle nevicate eccezionali in quota, hanno provocato frane, allagamenti e valanghe. Una persona ha perso la vita, travolta da acqua e fango.
Tra il 16 e il 17 novembre, un sistema temporalesco autorigenerante è rimasto quasi fermo per dodici ore sul Friuli-Venezia Giulia sud-orientale. A Cormòns sono caduti 281 millimetri in 24 ore.
Il torrente Judrio è esondato, sommergendo Versa con uno-due metri di acqua e fango. Una frana ha colpito Brazzano di Cormòns, causando due vittime e distruggendo tre abitazioni.
Temporali fuori stagione e precipitazioni molto concentrate
Il rapporto descrive numerosi episodi di grandine, trombe marine, nubifragi e raffiche violente avvenuti anche in periodi dell’anno nei quali simili fenomeni erano tradizionalmente meno frequenti.
Il 14 marzo piogge molto intense hanno colpito Toscana ed Emilia-Romagna. Nel territorio toscano alcune aree hanno superato i 150 millimetri in dodici ore, mentre una supercella ha attraversato la pianura tra Bologna e Ferrara producendo grandine e un tornado.
Il 22 settembre, un sistema temporalesco autorigenerante ha riversato oltre 400 millimetri in dodici ore nell’entroterra ligure. Nello stesso giorno il Seveso è esondato a Milano dopo precipitazioni con tempi di ritorno stimati fino a duecento anni.
Il rapporto sottolinea che, anche in presenza di precipitazioni annue complessivamente normali, si è verificato un elevato numero di eventi locali molto intensi, soprattutto tra giugno e settembre.
Incendi: superficie bruciata superiore alla media
Nel 2025 in Italia sono stati rilevati 612 incendi boschivi.
Il numero è superiore alla media del periodo 2003-2025, anche se inferiore a quello registrato in annate particolarmente siccitose come il 2017 o il 2021. La superficie percorsa dal fuoco ha però raggiunto circa 84.348 ettari, il 50% in più rispetto alla media.
Gran parte degli incendi si è concentrata nelle regioni centro-meridionali. A parità di condizioni meteorologiche estive rispetto al 2024, la superficie bruciata nel 2025 è risultata circa tre volte superiore.
Mitigazione e adattamento devono procedere insieme
I dati SNPA mostrano due esigenze inseparabili.
La prima è la mitigazione, cioè la riduzione rapida delle emissioni di gas serra attraverso rinnovabili, efficienza energetica, elettrificazione e trasformazione dei sistemi produttivi e dei trasporti.
La seconda è l’adattamento, necessario per preparare città, coste, infrastrutture, agricoltura, sistemi sanitari e reti idriche a condizioni climatiche ormai differenti da quelle del passato.
Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici dovrebbe costituire il quadro strategico di riferimento, ma la sua efficacia dipende dalla capacità di trasformare gli indirizzi generali in azioni territoriali, finanziate, misurabili e coordinate.
La recente istituzione dell’Osservatorio nazionale per l’adattamento rappresenta un passaggio importante, ma il quadro delineato dal rapporto richiede tempi molto più rapidi.
Trasporti e riscaldamento restano settori critici
Secondo ISPRA, il sistema europeo di scambio delle emissioni, la crescita delle fonti rinnovabili e l’innovazione industriale stanno contribuendo alla riduzione dei gas serra.
Persistono però ritardi nei settori dei trasporti e del riscaldamento degli edifici. Senza politiche più efficaci, l’Italia rischia di non raggiungere gli obiettivi di riduzione previsti per il 2030.
Intervenire su questi comparti significa migliorare il trasporto pubblico, ridurre la dipendenza dall’automobile, favorire mobilità attiva e ferroviaria, riqualificare gli edifici e sostituire progressivamente gli impianti alimentati da combustibili fossili.
Il cambiamento climatico è già il clima dell’Italia
Il rapporto SNPA non descrive un futuro lontano.
Mari eccezionalmente caldi, temperature atmosferiche persistentemente superiori alla media, notti tropicali, siccità al Sud, minore disponibilità d’acqua e precipitazioni concentrate mostrano che il cambiamento climatico è già entrato nella quotidianità del Paese.
L’Italia si trova inoltre al centro del Mediterraneo, una delle aree climaticamente più vulnerabili del pianeta. Il riscaldamento del mare, la crescita degli estremi di caldo e l’irregolarità delle precipitazioni rendono necessario superare definitivamente una gestione basata sull’emergenza.
Come sottolinea il rapporto, il monitoraggio scientifico è essenziale per conoscere ciò che sta accadendo. Ma i dati devono diventare politiche: riduzione delle emissioni, tutela dell’acqua, rigenerazione urbana, prevenzione del dissesto, protezione degli ecosistemi e adattamento delle infrastrutture.
Il 2025 conferma che rinviare queste scelte significa aumentare costi, danni e disuguaglianze.
Fonte: SNPA, Il clima in Italia nel 2025, Report ambientali SNPA n. 48/2026.
Marco Talluri
3/8/2026 https://ambientenonsolo.com









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