Jeffrey Sachs: «Una nuova politica estera per l’Europa»

Per un’Ue autonoma in un mondo multipolare.

Europa deve ritrovare una propria voce nel mondo, liberandosi dalla dipendenza strategica dagli Stati Uniti e dalla logica militare della Nato. Lo sostiene Jeffrey Sachs nella seconda parte del suo saggio, pubblicato da Krisis in italiano. Il professore statunitense invita gli europei a riportare la diplomazia al centro della loro politica estera, promuovendo cooperazione e sviluppo sostenibile con Russia, Cina, India e Africa. Per Jeffrey Sachs, solo un’Unione europea autonoma, capace di guidare la transizione verde e di rafforzare il multilateralismo, può contribuire alla sicurezza globale e a un ordine internazionale più equilibrato.

di Jeffrey Sachs

L’intero periodo successivo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 è stato segnato da una hybris occidentale – come l’ha definita lo storico Jonathan Haslam nel suo magistrale resoconto – durante la quale Stati Uniti ed Europa hanno creduto di poter spingere la Nato e i sistemi d’arma americani (come i missili Aegis) sempre più a Est, senza tener minimamente conto delle legittime preoccupazioni della Russia per la propria sicurezza nazionale.
L’elenco delle provocazioni occidentali è troppo lungo per essere esposto nei dettagli, ma se ne può tracciare una sintesi nei seguenti punti.

Le provocazioni occidentali in otto punti

Primo: contrariamente alle promesse fatte nel 1990, gli Stati Uniti iniziarono l’espansione verso Est della Nato con gli annunci del presidente Bill Clinton nel 1994. All’epoca, il segretario alla Difesa William Perry arrivò a considerare le dimissioni per la sconsideratezza delle azioni degli Stati Uniti, contrarie alle promesse fatte in precedenza.
La prima ondata di allargamento della Nato avvenne nel 1999, includendo Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. In quello stesso anno, le forze della Nato bombardarono la Serbia, alleata della Russia, per 78 giorni, smembrandola e installando rapidamente una grande base militare Usa nella provincia secessionista del Kosovo.
Nel 2004 arrivò la seconda ondata di espansione, con sette nuovi membri, tra cui i Paesi baltici, confinanti direttamente con la Russia, e due Paesi affacciati sul Mar Nero: Bulgaria e Romania. Nel 2008, la maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea riconobbe il Kosovo come Stato indipendente, nonostante le continue dichiarazioni europee secondo cui «i confini in Europa sono sacri».

Mappa dell'allargamento della Nato, dal 1949 al 2024. Autori Patrickneil e Spesh531. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0.
Mappa dell’allargamento della Nato, dal 1949 al 2024. Autori Patrickneil e Spesh531. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0.

Secondo: gli Stati Uniti abbandonarono il quadro di controllo degli armamenti nucleari, uscendo unilateralmente dal Trattato Anti-Missili Balistici (Abm) nel 2002. Nel 2019, Washington fece lo stesso abbandonando il Trattato sulle Forze Nucleari a Medio Raggio (Inf). Nonostante le vigorose obiezioni della Russia, gli Stati Uniti iniziarono a installare sistemi antimissile balistici in Polonia e Romania e nel gennaio 2022 si riservarono il diritto di dispiegarne anche in Ucraina.

Terzo: gli Stati Uniti si infiltrarono profondamente nella politica interna ucraina, spendendo miliardi di dollari per plasmare l’opinione pubblica, creare mezzi di comunicazione e orientare la politica interna del Paese. Le elezioni del 2004-2005 in Ucraina sono ampiamente considerate una «rivoluzione colorata» sostenuta dagli Stati Uniti, che utilizzarono la propria influenza, palese e occulta, e i propri finanziamenti per favorire i candidati filoamericani. Nel 2013–2014, Washington ebbe un ruolo diretto nel finanziare le proteste di Maidan e nel sostenere il violento colpo di stato che rovesciò il presidente Viktor Yanukovych, favorevole alla neutralità, aprendo così la strada a un governo ucraino orientato verso la Nato. Per inciso, fui invitato a visitare Maidan poco dopo il colpo di stato del 22 febbraio 2014 che depose Yanukovych; un’ong statunitense, profondamente coinvolta negli eventi, mi spiegò direttamente il ruolo dei finanziamenti americani nel sostegno alle proteste.

Quarto: a partire dal 2008, nonostante l’opposizione di diversi leader europei, gli Stati Uniti spinsero la Nato a impegnarsi ufficialmente ad allargarsi a Ucraina e Georgia. All’epoca, l’ambasciatore americano a Mosca, William J. Burns, inviò a Washington un dispaccio ormai famoso intitolato «Nyet Means Nyet: Russia’s Nato Enlargement Redlines» (Nyet significa Nyet: le linee rosse della Russia sull’allargamento della Nato, ndr), in cui spiegava che l’intera classe politica russa era fermamente contraria all’estensione della Nato all’Ucraina e temeva che tale mossa avrebbe provocato disordini civili nel Paese.

Quinto: dopo il colpo di stato di Maidan, le regioni dell’Ucraina orientale a maggioranza russa (il Donbass) si staccarono dal nuovo governo filo-occidentale insediato dal golpe. Russia e Germania negoziarono rapidamente gli Accordi di Minsk, secondo i quali le due regioni separatiste (Donetsk e Lugansk) sarebbero rimaste parte dell’Ucraina, ma con ampia autonomia locale, sul modello della regione di lingua tedesca dell’Alto Adige in Italia. Il secondo accordo, Minsk II, sostenuto anche dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, avrebbe potuto porre fine al conflitto; ma il governo di Kiev, con l’appoggio di Washington, decise di non applicare l’autonomia. Il mancato rispetto di Minsk II avvelenò i rapporti diplomatici tra Russia e Occidente.

Vista panoramica di Euromaidan a Kiev, scattata dalla cima dell'albero di Natale della Rivoluzione l’8 dicembre 2013. Foto di Mstyslav Chernov. Licenza CC BY 3.0.
Vista panoramica di Euromaidan a Kiev, scattata dalla cima dell’albero di Natale della Rivoluzione l’8 dicembre 2013. Foto di Mstyslav Chernov. Licenza CC BY 3.0.

Sesto: gli Stati Uniti ampliarono costantemente l’esercito ucraino (tra truppe attive e riservisti) fino a circa un milione di uomini nel 2020. L’Ucraina, insieme ai suoi battaglioni paramilitari di estrema destra (come Azov e Pravyj Sektor), condusse ripetuti attacchi contro le due regioni separatiste, con migliaia di vittime civili nel Donbass a causa dei bombardamenti ucraini.

Settimo: alla fine del 2021, la Russia propose agli Stati Uniti una bozza di Accordo di sicurezza Russia-Usa, chiedendo principalmente la fine dell’espansione della Nato. Gli Stati Uniti respinsero la proposta e ribadirono la politica della «porta aperta» dell’Alleanza, secondo la quale Paesi terzi, come la Russia, non avrebbero voce in capitolo sull’allargamento della Nato. Gli Stati Uniti e i Paesi europei ribadirono ripetutamente l’eventuale adesione dell’Ucraina alla Nato. Secondo quanto riferito, il Segretario di Stato statunitense avrebbe detto al Ministro degli Esteri russo, nel gennaio 2022, che gli Stati Uniti si riservavano il diritto di dispiegare missili a medio raggio in Ucraina, nonostante le obiezioni di Mosca.

Ottavo: dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022, l’Ucraina accettò rapidamente di avviare negoziati di pace basati su un ritorno alla neutralità. I colloqui si svolsero a Istanbul, con la mediazione della Turchia. Alla fine del marzo 2022, Russia e Ucraina pubblicarono un memorandum congiunto che segnalava progressi verso un accordo di pace. Il 15 aprile fu presentata una bozza di accordo che si avvicinava molto a una soluzione complessiva.
In quel momento, gli Stati Uniti intervennero e comunicarono agli ucraini che non avrebbero sostenuto l’intesa, ma che avrebbero invece appoggiato l’Ucraina nel continuare la guerra.

Gli alti costi di una politica estera fallita

La Russia non ha mai avanzato rivendicazioni territoriali contro i Paesi dell’Europa occidentale, né li ha minacciati – se non nel contesto del diritto di rappresaglia contro eventuali attacchi missilistici lanciati sul proprio territorio con assistenza occidentale. Fino al colpo di Stato di Maidan del 2014, la Russia non aveva espresso alcuna pretesa territoriale nemmeno sull’Ucraina.

Dopo il 2014, e fino alla fine del 2022, l’unica richiesta territoriale di Mosca riguardava la Crimea, per evitare che la base navale russa di Sebastopoli cadesse sotto controllo occidentale.
Solo dopo il fallimento del processo di pace di Istanbul – affondato dall’intervento degli Stati Uniti – la Russia ha dichiarato l’annessione delle quattro regioni ucraine di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia. Oggi, gli obiettivi dichiarati di guerra di Mosca restano limitati: la neutralità dell’Ucraina, una parziale smilitarizzazione, la rinuncia definitiva all’adesione alla Nato e il riconoscimento del passaggio alla Russia della Crimea e delle quattro regioni citate, che costituisce  circa il 19% del territorio ucraino del 1991.

La 418ª divisione di dragamine della 68ª brigata di navi OVR, a Sebastopoli, Crimea, nel maggio 2015. Foto Vadim Indeikin. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0.
La 418ª divisione di dragamine della 68ª brigata di navi OVR, a Sebastopoli, Crimea, nel maggio 2015. Foto Vadim Indeikin. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0.

Questi non sono segnali di un imperialismo russo rivolto a Ovest e non sono neanche richieste non provocate. Gli obiettivi bellici russi derivano da oltre 30 anni di proteste contro l’espansione a Est della Nato, l’armamento dell’Ucraina, l’abbandono americano dei trattati sul controllo delle armi nucleari e l’ingerenza profonda dell’Occidente nella politica interna ucraina, culminata nel colpo di Stato del 2014 che ha posto Mosca e la Nato su una rotta di collisione diretta.

L’Europa ha scelto di interpretare gli eventi degli ultimi 30 anni come prova dell’inesorabile espansionismo russo, proprio come l’Occidente sosteneva che la Guerra fredda fosse responsabilità esclusiva dell’Unione Sovietica, quando in realtà l’Urss aveva proposto più volte vie di pace basate sulla neutralità, l’unificazione e il disarmo della Germania. 

Così come durante la Guerra fredda, anche oggi l’Occidente ha preferito provocare la Russia invece di riconoscere le sue comprensibili preoccupazioni per la sicurezza. Ogni azione russa è stata letta nella chiave più negativa possibile, come segno di malafede o aggressività, senza mai riconoscere il punto di vista della Russia nel dibattito. Si tratta di un esempio lampante del classico dilemma della sicurezza, in cui gli avversari non si ascoltano, danno per scontato il peggio e agiscono in modo aggressivo sulla base di supposizioni errate.

La scelta europea di interpretare la Guerra fredda e il post Guerra fredda da questa prospettiva piena di pregiudizi ha avuto per l’Europa un prezzo altissimo e i costi continuano a crescere. Ciò che più conta è che l’Europa si è convinta di essere totalmente dipendente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza. Se davvero la Russia fosse irrimediabilmente espansionista, allora Washington sarebbe davvero il salvatore necessario dell’Europa. Ma se, al contrario, il comportamento russo fosse sempre stato espressione di legittime preoccupazioni di sicurezza, allora la Guerra fredda con tutta probabilità si sarebbe potuta concludere decenni fa sul modello della neutralità austriaca e l’era post Guerra fredda sarebbe potuto diventare un periodo di pace e di fiducia crescente tra Russia ed Europa.

In realtà, le economie di Europa e Russia sono altamente complementari. La Russia è ricca di materie prime (agricole, minerarie, energetiche) e di competenze ingegneristiche, mentre l’Europa ospita industrie ad alta intensità energetica e tecnologie avanzate chiave. Da tempo gli Stati Uniti si oppongono ai crescenti legami commerciali tra Europa e Russia, nati da questa naturale complementarità. Washington vede l’industria energetica russa come un concorrente diretto del settore energetico statunitense e più in generale vede solidi legami commerciali e negli investimenti tra Germania e Russia come una minaccia al predominio politico ed economico degli Stati Uniti in Europa occidentale. 

Per queste ragioni, gli Stati Uniti si sono opposti ai gasdotti Nord Stream 1 e 2 ben prima del conflitto ucraino. Per queste ragioni, Joe Biden promise esplicitamente che avrebbe messo fine al Nord Stream 2 – come poi avvenne – in caso di invasione russa dell’Ucraina. L’opposizione americana ai Nord Stream e ai rapporti energetici russo-tedeschi era dettata da un principio generale: UE e Russia dovevano essere mantenute a distanza, affinché gli Stati Uniti non perdessero la loro influenza in Europa.

Promozione del Nord Stream a Tallinn, Estonia, nel 2014. Foto PjotrMahh1. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.
Promozione del Nord Stream a Tallinn, Estonia, nel 2014. Foto PjotrMahh1. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.

La guerra in Ucraina e la rottura dei rapporti con la Russia hanno inferto gravi danni all’economia europea. Le esportazioni europee verso la Russia sono crollate da circa 90 miliardi di euro nel 2021 ad appena 30 miliardi nel 2024. I costi energetici sono esplosi, mentre l’Europa è passata dal gas naturale russo, economico e fornito tramite gasdotto, al gas naturale liquefatto (Gnl) americano, molto più costoso. L’industria tedesca ha subito un declino di circa il 10% dal 2020 e sia il settore chimico sia quello automobilistico stanno soffrendo pesantemente. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per l’Ue una crescita economica di appena l’1% nel 2025 e intorno all’1,5% per il resto del decennio.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha invocato un divieto permanente sulla riattivazione dei flussi di gas attraverso Nord Stream, ma si tratta quasi di un suicidio economico per la Germania. Tale presa di posizione si fonda sulla convinzione di Merz che la Russia abbia mire belliche nei confronti della Germania; ma in realtà è la Germania che sta provocando una guerra con la Russia, adottando un linguaggio guerrafondaio e avviando un massiccio riarmo.

Secondo Merz, «è necessaria una visione realistica delle aspirazioni imperialiste della Russia». E sostiene che «una parte della nostra società ha una profonda paura della guerra. Io non la condivido, ma la comprendo». Ancora più allarmante è la sua affermazione secondo cui «i mezzi della diplomazia sono esauriti» — nonostante, a quanto risulta, non abbia mai nemmeno tentato di parlare con Vladimir Putin da quando è al potere. Merz sembra inoltre ignorare volutamente quanto la diplomazia del 2022, durante il processo di Istanbul, fosse vicina a un successo – prima che gli Stati Uniti la bloccassero.

Crescita economica cinese antitetica agli interessi Usa

L’approccio occidentale alla Cina rispecchia fedelmente quello adottato nei confronti della Russia.
L’Occidente tende ad attribuire alla Cina intenzioni nefaste che, sotto vari punti di vista, sono spesso proiezioni delle proprie ambizioni ostili verso la Repubblica Popolare. La rapida ascesa economica della Cina tra il 1980 e il 2010 portò i leader e gli strateghi americani a considerare la sua ulteriore crescita economica come antitetica agli interessi degli Stati Uniti.

Nel 2015, due influenti strateghi statunitensi, Robert Blackwill e Ashley Tellis, spiegarono con chiarezza che la strategia globale degli Stati Uniti mira all’egemonia americana e che la Cina costituisce una minaccia a questa egemonia per via della sua grandezza e del suo successo. Blackwill e Tellis proposero un insieme di misure da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati per ostacolare la futura crescita economica cinese: escludere Pechino dai nuovi blocchi commerciali dell’Asia-Pacifico, come limitare l’esportazione di tecnologie occidentali verso la Cina, imporre dazi e altre restrizioni sulle esportazioni cinesi e altre misure anti-cinesi. Da notare che tali misure non venivano giustificate da colpe specifiche della Cina, ma dal semplice fatto che la sua crescita economica era vista come incompatibile con il primato americano.

Una parte fondamentale di questa politica estera nei confronti di Russia e Cina è una guerra mediatica, volta a screditare i presunti nemici dell’Occidente. Nel caso della Cina, l’Occidente l’ha accusata di genocidio nello Xinjiang contro la popolazione uigura. Si tratta di un’accusa e gonfiata, lanciata senza seri elementi di prova, mentre l’Occidente chiude un occhio di fronte all’effettivo genocidio di decine di migliaia di palestinesi in corso a Gaza, perpetrato per mano del suo alleato israeliano. 

Statua del drago cinese al Jade Dragon Temple a Sibu, in Malesia. Foto Wingsancora93. Licenza CC BY-SA 4.0.
Statua del drago cinese al Jade Dragon Temple a Sibu, in Malesia. Foto Wingsancora93. Licenza CC BY-SA 4.0.

Inoltre, la propaganda occidentale ha diffuso anche una serie di tesi assurde sull’economia cinese: la sua iniziativa infrastrutturale Belt and Road (la Nuova Via della seta, ndr), che offre finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo per costruire infrastrutture moderne, viene etichettata come «trappola del debito». La straordinaria capacità cinese di produrre tecnologie verdi – come i pannelli solari di cui il mondo ha urgente bisogno – viene derisa dall’Occidente come «sovraccapacità» che andrebbe limitata o fermata.

Sul piano militare, il dilemma della sicurezza nei confronti della Cina è interpretato nel modo più cupo possibile, proprio come avviene con la Russia. Da tempo gli Stati Uniti proclamano la propria capacità di bloccare le rotte marittime vitali della Cina, ma poi accusano Pechino di militarismo quando risponde adottando misure per rafforzare la propria potenza navale.

Piuttosto che interpretare il rafforzamento militare della Cina come un tipico dilemma di sicurezza da affrontare con la diplomazia, la Marina statunitense dichiara di doversi prepararsi a una guerra con la Cina entro il 2027. Parallelamente, la Nato invoca sempre più spesso un ruolo attivo anche nell’Asia orientale, diretto contro la Cina. Gli alleati europei degli Stati Uniti si adeguano a questa linea aggressiva, in ambito sia commerciale sia militare.

Dieci passi concreti per una nuova politica estera

L’Europa si è cacciata da sola in un angolo, rendendosi subalterna agli Stati Uniti, rifiutando la diplomazia diretta con la Russia, perdendo la propria competitività economica attraverso le sanzioni e la guerra, impegnandosi in un massiccio e insostenibile aumento delle spese militari e  recidendo i legami commerciali e d’investimento di lungo periodo sia con la Russia sia con la Cina.

Come risultato, ha debiti in crescita, stagnazione economica e un rischio crescente di guerra su larga scala. Una prospettiva che a quanto pare non spaventa il cancelliere tedesco Merz, ma che dovrebbe terrorizzare il resto di noi.

Forse il conflitto più probabile non sarà con la Russia, ma con gli stessi Stati Uniti, che sotto Trump hanno minacciato di prendersi la Groenlandia non l’avesse venduta o ceduta alla sovranità statunitense. È del tutto possibile che l’Europa finisca per ritrovarsi senza veri amici: né con la Russia né con la Cina, ma nemmeno con gli Stati Uniti, i Paesi arabi (indignati per l’indifferenza europea di fronte al genocidio israeliano a Gaza), l’Africa (ancora amareggiata dal colonialismo e del neocolonialismo europeo) e così via.

Il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro indiano Narendra Modi, la presidente brasiliana Dilma Rousseff, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente del Sudafrica Jacob Zuma al G20 in Australia, il 14 novembre 2014. Foto Government of South Africa. Licenza CC BY-ND 2.0.
Il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro indiano Narendra Modi, la presidente brasiliana Dilma Rousseff, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente del Sudafrica Jacob Zuma al G20 in Australia, il 14 novembre 2014. Foto Government of South Africa. Licenza CC BY-ND 2.0.

Naturalmente, un’altra via è possibile – anzi, una via altamente promettente – se i leader europei sapranno riconsiderare i veri interessi e i veri rischi per la sicurezza del continente, riportando la diplomazia al centro della politica estera europea. Propongo qui dieci passi concreti per costruire una politica estera fondata sui reali bisogni dell’Europa.

1. Aprire un dialogo diplomatico diretto con Mosca

Il fallimento Il fallimento tangibile dell’Europa nell’avviare una diplomazia diretta con la Russia è devastante. L’Europa forse arriva persino a credere alla propria propaganda di politica estera, visto che evita di discutere direttamente le questioni fondamentali con la controparte russa. È tempo di ristabilire canali di comunicazione seri, stabili e autonomi da Washington.

2. Preparare una pace negoziata con la Russia

L’Europa deve prepararsi a negoziare la pace con la Russia sull’Ucraina e sulla sicurezza collettiva futura europea. Il punto fondamentale è che l’Europa dovrebbe convenire con la Russia che la guerra termini sulla base di un impegno fermo e irrevocabile a non estendere la Nato all’Ucraina, alla Georgia o ad altre aree orientali. Inoltre, l’Europa dovrebbe accettare modifiche territoriali pragmatiche in Ucraina a vantaggio della Russia. 

3. Rifiutare la militarizzazione dei rapporti con la Cina

L’Europa dovrebbe opporsi per esempio a ogni tentativo di estendere la Nato nell’Asia orientale.
La Cina non rappresenta alcuna minaccia per la sicurezza europea e l’Europa dovrebbe smettere di sostenere ciecamente le pretese di egemonia americana in Asia, che sono già di per sé pericolose e illusorie, anche senza il supporto europeo. Al contrario, l’Europa dovrebbe rafforzare la cooperazione commerciale, negli investimenti e sul clima con la Cina.

4. Riformare le istituzioni della diplomazia europea

L’attuale assetto è caotico e inefficace. L’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza serve sostanzialmente come un portavoce della russofobia, mentre la diplomazia di alto livello – nella misura in cui esiste – è guidata in modo confuso e a fasi alterne dai singoli leader europei, dall’Alto Rappresentante dell’Ue, dal Presidente della Commissione europea, dal Presidente del Consiglio europeo o da qualche combinazione variabile di questi. In breve, nessuno parla chiaramente a nome dell’Europa, poiché non esiste in primo luogo una politica estera chiara dell’Ue.

5. Dissociare la politica estera Ue dalla Nato

L’Europa dovrebbe riconoscere che la politica estera della Ue deve essere dissociata dalla Nato. In realtà, l’Europa non ha alcun bisogno dell’Alleanza Atlantica, dato che la Russia non ha intenzione di invadere l’Ue. L’Europa dovrebbe certamente dotarsi di una capacità difensiva autonoma, ma con costi molto inferiori al 5% del Pil – una cifra assurda, basata su una valutazione totalmente esagerata della minaccia russa. Inoltre, la difesa europea non dovrebbe coincidere con la politica estera europea, sebbene le due si siano diventate completamente confuse nel passato recente.

6. Cooperare con Russia, India e Cina 

L’UE, la Russia, l’India e la Cina dovrebbero cooperare alla transizione verde, digitale e infrastrutturale dell’intero spazio eurasiatico. Lo sviluppo sostenibile dell’Eurasia rappresenta un vantaggio reciproco per Ue, Russia, India e Cina, e non può realizzarsi se non attraverso la cooperazione pacifica tra le quattro principali potenze eurasiatiche.

7. Collaborare con la Belt and Road cinese

Il Global Gateway europeo, il braccio finanziario per le infrastrutture nei Paesi extra-Ue, dovrebbe collaborare con la Belt and Road Initiative della Cina (BRI). Attualmente, il Global Gateway è presentato come un concorrente della BRI. In realtà, i due programmi dovrebbero unire le forze per cofinanziare le infrastrutture energetiche verdi, digitali e dei trasporti per l’Eurasia.

8. Potenziare il finanziamento del Green deal europeo

L’Unione Europea dovrebbe potenziare i finanziamenti al Green Deal europeo (EGD), accelerando la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, invece di destinare circa il 5% del Pil a spese militari inutili e prive di reale beneficio per l’Europa. Un aumento degli investimenti nell’EGD porterebbe due vantaggi principali. In primis, contribuirebbe alla sicurezza climatica a livello regionale e globale. In secondo luogo, rafforzerebbe la competitività europea nelle tecnologie verdi e digitali del futuro, ponendo le basi per un nuovo modello di crescita sostenibile.

9. Collaborare con l’Unione Africana

L’UE dovrebbe avviare una stretta collaborazione con l’Unione Africana per promuovere un’ampia espansione dell’istruzione e della formazione tecnica nei Paesi membri dell’Unione Africana. Con una popolazione che passerà da 1,4 a circa 2,5 miliardi entro la metà del secolo, rispetto ai circa 450 milioni dell’Europa, il destino economico dell’Africa sarà strettamente legato a quello europeo. La chiave per la prosperità africana è un rapido sviluppo dell’istruzione superiore e delle competenze professionali.

10. Sostenere il nuovo ordine mondiale multipolare

L’Unione Europea, insieme ai paesi dei Brics, dovrebbe dire chiaramente agli Stati Uniti che il futuro ordine mondiale non si fonda sull’egemonia, ma sul diritto internazionale e sulla Carta delle Nazioni Unite. Questa rappresenta l’unica strada verso una sicurezza autentica per l’Europa e per il mondo. La dipendenza dagli Stati Uniti e dalla Nato è una pericolosa illusione, tanto più alla luce dell’instabilità degli stessi Stati Uniti. Al contrario, un rinnovato impegno per la Carta dell’Onu può porre fine alle guerre (per esempio, ponendo fine all’impunità di Israele e dando attuazione alle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia sulla soluzione a due Stati) e per prevenire futuri conflitti.

Articolo originale pubblicato su: https://www.cirsd.org/en/horizons/horizons-summer-2025–issue-no-31/a-new-foreign-policy-for-europe (traduzione a cura di Krisis).

10/10/2025 https://krisis.info/

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