La crisi sanitaria in Piemonte
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BREVE E INCOMPLETO VIAGGIO NEGLI ULTIMI TRE MESI DELLA CRISI SANITARIA PIEMONTESE
di Alberto Deambrogio – Segretario regionale Rifondazione Comunista Piemonte – Valle d’Aosta
Il nodo delle liste d’attesa è diventato da tempo la sineddoche dello sfascio del sistema sanitario nel nostro Paese. Tutte le persone, da tempo, hanno potuto verificare con mano, attraverso percorsi lunghi e dolorosi, quanto sia difficile ottenere risposte in tempi decenti alle proprie domande di salute ad iniziare da esami semplici, che tuttavia possono fare la differenza per la propria vita.
A fronte di questo stato consolidato le risposte che stanno arrivando da chi ha responsabilità di governo, ma anche da larga parte delle opposizioni sotto l’egida del PD sono francamente vergognose. Al ripristino di un percorso credibile di ricostruzione del Servizio Sanitario Nazionale, si preferiscono investimenti di centinaia di miliardi di euro in spese militari, o la costruzione di un disastroso esercito europeo. Chi sostiene che tale scelta è compatibile comunque con un rilancio del welfare compie una operazione totalmente menzognera, che va respinta al mittente con forza.
In questi giorni il ministro Schillaci si sta decisamente lamentando con le regioni perché, sostiene, non starebbero applicando tempestivamente il suo piano per ridurre le liste d’attesa. In realtà quel piano, come molti tentativi già sperimentati sui territori è destinato al fallimento per molte ragioni, in primis la mancanza di risorse e di una idea di fondo di ridisegno programmatico di tutto il comparto. Naturalmente ogni regione ha sue peculiarità e presenta altresì tratti comuni a tutte le altre. Se si guarda al Piemonte, per esempio, si nota sia la chiara mancanza di risorse da impiegare a fronte di un definanziamento strategico che dura da anni, sia la mancanza di un riordino della medicina territoriale. In modo specifico quella regione non è in grado poi, se si parla di liste d’attesa, di attuare un governo della domanda utile per dare le giuste priorità rispetto a patologie e gruppi di età differenti, puntando a dare l’impressione che basti una revisione tecnologica del centro di prenotazioni per dare risposta a tutti.
Come è facile evincere da queste brevi notazioni sono assolutamente deficitari ragionamenti e impegni sia sul terreno finanziario, sia su quello della riforma sostanziale dell’esistente.
Se ci colleghiamo a questo ultimo aspetto, è significativo guardare alla recente proposta in dieci punti avanzata dalla Lega. All’interno di quel pacchetto si trova l’idea di mettere mano alla riforma sanitaria Bindi del 1999, segnatamente nella parte in cui essa istituiva le prestazioni mediche private in regime di intramoenia. Quando più di venti anni fa si andò in quella direzione si disse che sarebbe stato utile per mettere sotto controllo pubblico l’attività in libera professione dei medici. Credo che, anche a fronte di quanto propone oggi la Lega, andrebbe fatto un bilancio critico di quella esperienza, al di là di gravi scandali che qua e là sono emersi intorno a irregolarità patenti nell’applicazione. Che cosa è cambiato dal punto di vista delle persone, dei malati e delle malate? Sono state ridotte le liste d’attesa per quella via? Assolutamente no! Quello che è successo è stato che sin troppe volte l’utenza veniva posta di fronte alla indegna scappatoia della visita privata in intramoenia, per eliminare i tempi di attesa. Questo va ricordato al capogruppo leghista alla Camera Riccardo Molinari che sostiene “il part time pubblico per lavorare anche nel privato”. Chi come la Lega vuole mettere mano alla già discutibilissima norma sull’intramoenia per destrutturarla ulteriormente a favore del regime privatistico lavora per peggiorare le condizioni di chi porta un problema di salute, dando una ulteriore torsione privatistica a tutto il sistema.
E’ del tutto evidente che oggi il grande tema rimane quello di trasformare la sofferenza individuale, il mugugno in azione politica collettiva. Saper creare i giusti nessi tra crisi del welfare e spese militari deve essere il primo nodo da affrontare per ricreare consapevolezza e una possibile azione vasta di lotta. Sullo specifico delle liste d’attesa, che in ogni caso rimangono uno dei problemi più evidenti e su cui si possono innescare risposte in contro tendenza, si possono aggiungere altre idee oltre a quella di un rifiuto netto di sostituire la salute con le armi. Da una parte occorre sviluppare la rete di sportelli che oggi aiutano le persone a ottenere risposte in tempi ragionevoli con l’attivazione diretta presso le proprie ASL. Dall’altra va assolutamente ripresa la riflessione critica sull’intramoenia, per decidere quali azioni intraprendere al fine di eliminare, non allargare come vuole la Lega, questo istituto come un vero e proprio ostacolo per la rinascita di un Servizio Sanitario Nazionale pubblico degno di tal nome.
E’ ormai noto da tempo che i bilanci della sanità piemontese sono fuori controllo.
Si parla insistentemente di un buco da 700 milioni, ma è del tutto evidente che quella cifra può essere tranquillamente rivista verso l’alto. A tal proposito è stato significativo leggere, qualche mese fa, l’interrogatorio di un dirigente, sentito a proposito della libera professione presso l’ospedale di Molinette a Torino, il quale dichiarava che a livello regionale non si controllano più i bilanci delle ASL, ma ci si limita a verificare il rispetto delle date di scadenza”.
Ora l’assessore Riboldi intende iniziare a mettere mano a questa situazione e annuncia tagli per 10 milioni al settore della prevenzione. Si potrebbe dire che la cifra, rispetto all’esigenza di fondo, è piccola, ma la scelta invece è grave e preoccupante per diversi motivi.
Si vanno a ridimensionare i finanziamenti alla prevenzione sapendo che parte di essi risultano non spesi. Occorre chiedersi, però, il perché. Il DIRMEI (Dipartimento interaziendale funzionale per le malattie e emergenze infettive) ad esempio, dopo la sua nascita in pandemia ha visto scivolare i suoi finanziamenti nel buco della ASL di Torino. Anche il SEREMI (Servizio di riferimento regionale di epidemiologia), altro esempio, ha visto negli anni diminuire il personale da 12 a 5 unità.
Il problema dunque, non è solo il taglio di qualche milione di euro da riportare in Regione per tappare qualche buco, ma l’aver lasciato che attività di sostegno alla prevenzione come queste deperissero negli anni senza nessun intervento degno; soprattutto dopo l’esperienza della pandemia di Covid!.
Anche questi sono ulteriori segnali di una completa assenza di governo regionale con qualche idea strategica di fondo. Altro che piano sanitario! Si procede con tagli di natura opportunistica dove si crede di poterlo fare, cioè dove si crede di trovare minor resistenza. Con il riparto nazionale delle risorse in diminuzione e la Regione che non governa è facile prevedere i risultati: servizi carenti soprattutto per le fasce di popolazione più fragili da una parte e sacrificio delle attività più importanti per evitare che la gente si ammali dall’altra.
I recenti annunci dei vertici della sanità piemontese in merito alle AFT (Aggregazioni Funzionali Territoriali) e all’edilizia sanitaria nascondono, sotto la solita veste mirabolante, alcuni rilevanti problemi in grado di inficiarne profondamente l’efficacia.
niziamo dalle AFT da lungo tempo attese. Nelle intenzioni dell’assessore Riboldi dovrebbero risolvere il problema della continuità di assistenza medica di base sui territori. La notizia diffusa urbi et orbi parla di un intervento attivo dalle 8 alle 20 di un medico per le esigenze urgenti. In realtà l’apertura h12 è diventata una rintracciabilità dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 19 dal lunedì al venerdì solo per le prestazioni indifferibili. Per le prestazioni ordinarie bisogna aspettare gli orari del proprio medico. Occorre pensare a situazioni come quelle di tante aree interne della nostra regione, in cui chi chiamerà potrà sentirsi dirottato presso ambulatori distanti e per di più con una difficoltà enorme nella relazione con il medico contattato, che non avendo conoscenza diretta non potrà neanche accedere a cartella clinica attraverso un sistema condiviso. Nel nuovo schema regionale non vi è più traccia delle Unità Complesse di Cure Primarie (UCCP), che avrebbero dovuto assicurare attività ambulatoriali, domiciliari, di assistenza infermieristica, specialistica e di supporto. Ancora una volta, dunque, non si scioglie positivamente il nodo tra ospedale e territorio, mentre continua a essere privo di una vera organizzazione, con qualcuno che dica a qualcun altro quello che deve fare, l’insieme dei medici di base, che risultano essere pochi rispetto alle esigenze; i distretti languono in una crisi profonda.
Passando all’edilizia sanitaria c’è da registrare un piano ambiziosissimo che dovrebbe portare a realizzare nuovi ospedali, case e ospedali di comunità, rigenerazioni, con il coinvolgimento del Politecnico di Torino. Se da quest’ultimo punto di vista può essere positiva la richiesta di collaborazione, non si capisce attraverso quale criterio dovrebbero essere spesi fondi di origine europea ad esempio nella logica dell’efficientamento energetico. Senza una idea di rete ospedaliera, che chi amministra la Regione non ha, si rischia in modo serio di spendere inutilmente danari per strutture che andrebbero superate. Per finanziare quello che, per citare Jovanotti, si prospetta come il più grande spettacolo dopo il Big Bang, Cirio e Riboldi parlano di 4,5 miliardi a disposizione. Già, ma per una Regione con centinaia di milioni di disavanzo, chi sta mettendo ad esempio in conto le cifre da rimborsare all’INAIL quando questa chiederà conto? E’ dall’epoca COVID che l’INAIL è tirata in ballo per risolvere problemi, ma mai nessuno si è peritato di vedere quante realizzazioni ha al suo attivo.
Questa tendenza ‘rialzista’, tesa a gonfiare il corso delle azioni politiche del centro destra va contrastata a fondo.
Per farlo occorre intanto non avallare comportamenti fiduciosi o sedicenti responsabili, come capita di vedere anche da parte di soggetti politici e istituzionali. Si tratta di mettere sotto pressione una visione e una pratica dannose per la salute di tutte e tutti, nessuno si salva investendo da solo sulle false promesse di chi guida la Regione.
Condividiamo totalmente l’indignato appello fatto dalla Fondazione di Promozione Sociale, affinchè la regione Piemonte non permetta una liberalizzazione di fatto delle rette nelle strutture per pazienti non autosufficienti. In queste ultime l’Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) chiede di poter aumentare a dismisura la quota alberghiera, portando al di sotto del 50% la quota sanitaria che dovrebbe invece essere fissata e garantita per legge.
Questa nuova forzatura che viene dal lato privato non fa che rimettere al centro la condizione di migliaia di malati e famiglie (15mila ricoveri privati senza convenzione, altri 14mila pazienti che l’aspettano invano per una prestazione a casa) come qualcosa di perennemente invisibile, colpevolmente non affrontata nonostante esista una legge che attraverso i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) dovrebbe garantire diritti certi ed esigibili. Il fatto vero è che, secondo una tragica tradizione che dura da anni, chi ha la voce forte e potente, i gestori privati in particolare, può ottenere risultati da chi governa il Piemonte anche se in cambio non dà nulla. Per le disgraziate famiglie che sborsano più di 3mila euro al mese per il proprio congiunto non rimane che decidere se piegare la testa, o provare a contestare tutto questo collettivamente.
I gestori che oggi piangono miseria hanno avuto aiuti continui dalla Regione per anni. Quello che oggi chiedono è un vero e proprio sfondamento del sistema pubblico a loro favore. Noi chiediamo che invece la Regione metta un chiaro stop a queste pretese e si appresti finalmente a garantire per intero la quota sanitaria, ad ampliare le convenzioni e ad assicurare gli assegni di cura.
E’ del tutto evidente che non si tratta solo di assicurare che le risorse previste vengano indirizzate verso obiettivi obbligatori come la copertura della spesa sanitaria, ma di recuperare nuove risorse. Oggi malati e famiglie devono sapere che la loro condizione, nel mentre viene sbeffeggiata dalla richiesta dei privati, viene e verrà ancora più compressa dall’aumento vertiginoso delle spese militari. Occorre non farsi illusioni sui soldi: o per bombe e armamenti o per la salute dei nostri cari! A partire da questa convinzione saremo in piazza a Torino il prossimo 18 giugno con la Fondazione di Promozione Sociale per gridare la nostra indignazione, per chiedere diritti e non nuove spese militari.
Carsicamente il doloroso e abbandonato problema della salute mentale torna ad affacciarsi con il suo carico di dolori. Mentre siamo di fronte a una riedizione della stagione manicomiale, per di più privatizzata, grazie a una iniziativa di legge nazionale di Fratelli d’Italia, in Piemonte si scoprono dati impressionanti relativi al disagio mentale e alla condizione di chi lavora per affrontarlo.
Scegliendo alcuni indicatori tra i più significativi si scopre che ne 2022 in Piemonte si sono licenziati 24 psichiatri, che dal 2019 il personale dei Dipartimenti che si occupano di salute mentale è diminuito dell’11%, che sono 850mila i piemontesi sofferenti, con 170 accessi giornalieri al pronto soccorso. E’ del tutto evidente che ci troviamo di fronte a un universo che da tempo vive una crisi importante a fronte di risposte assolutamente insufficienti sul versante politico, che del resto ha sempre lasciato languire la salute mentale come una delle ultime ruote del disastrato carro sanitario.
Ora che la Regione intende provare ad accendere un faro su tutto ciò, istituendo anche un settore dedicato, va sfidata non solo sul terreno delle risorse insufficienti con una critica decisa al governo amico nazionale interessato più alle bombe che ai servizi, ma anche su un terreno culturale e organizzativo. I servizi infatti sono depauperati anche da questo ultimo punto di vista, che è qualitativo. Se pensiamo in particolare ai giovani medici risulta chiaro che essi si sentono sempre meno motivati a lavorare nel settore pubblico perché percepiscono il coordinamento dei servizi come cosa distante, persino quando si sentono soli di fronte ai problemi di tutela legale.
Anche la preparazione di questi giovani professionisti ha bisogno di una formazione dedicata e attenta ai problemi principali del loro lavoro: una condizione ampiamente assente, una condizione che li fa sentire, troppo spesso, in balia degli eventi
27 giugno 2025
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