La Croazia degli ustascia

«Gli uomini neri minacciano la democrazia in Croazia»

L’ex ambasciatore croato in Italia, Drago Kraljević, avverte: gli epigoni degli ustascia mettono in pericolo il fondamento stesso dello Stato.

Dal ritorno dei simboli di Ante Pavelic alle manifestazioni antiserbe, dagli attacchi agli antifascisti croati al negazionismo sul campo di sterminio di Jasenovac, l’ambasciatore croato Drago Kraljević lancia l’allarme. Analizzando la comparsa in pubblico dei nuovi fascisti, spiega perché non si tratta di un fenomeno marginale di estremismo di destra, tipo CasaPound o Forza Nuova. E conclude dicendo che esaltare gli eredi di Ante Pavelic è uno schiaffo all’identità storica della Croazia.

IN BREVE

Minaccia costituzionale Per l’ex ambasciatore croato in Italia, Drago Kraljević, il ritorno pubblico di simboli ustascia in Croazia non è folklore estremista. È una minaccia diretta all’ordine costituzionale e all’identità antifascista dello Stato.

Origini Stato croato La Repubblica di Croazia non discende dallo Stato fantoccio di Ante Pavelić, ma dall’ antifascismo. Tollerare saluti e icone ustascia significa negare il certificato di nascita dello Stato.

Campo di battaglia della memoria Il negazionismo su Jasenovac e la relativizzazione dei crimini ustascia riaprono ferite storiche e alimentano tensioni interne e regionali, soprattutto nei rapporti con Serbia e Bosnia-Erzegovina. 

Ambiguità delle istituzioni Secondo Kraljević, l’ambiguità delle istituzioni favorisce l’estremismo. Le leggi esistono, ma senza volontà politica restano lettera morta davanti all’odio e alla violenza simbolica

Antifascismo fondamento democratico Per l’ambasciatore, l’antifascismo non è un’opzione ideologica, ma un fondamento costituzionale. Difenderlo significa preservare la coesione democratica e impedire la normalizzazione del totalitarismo. 


«Tornare a identificarsi con gli ustascia di Ante Pavelić è una vergogna». Con grande coraggio, l’ambasciatore Drago Kraljević sintetizza senza ambiguità la posta in gioco del dibattito sul nuovo fascismo che oggi attraversa la società croata. Quella dell’ex ambasciatore della Repubblica di Croazia in Italia, non è una provocazione né una presa di posizione emotiva. È un giudizio politico e storico che chiama in causa il fondamento stesso dello Stato.
Rappresentazione plastica di questa frattura, il concerto di Marko Perković Thompson del 5 luglio 2025, dove 500 mila persone hanno urlato «Za dom spremni», l’equivalente del saluto nazista «Sieg Heil».  Al centro del confronto, il rapporto irrisolto tra memoria storica e ordine costituzionale, tra identità ufficiale della Repubblica di Croazia ed eredità del criminale Stato Indipendente di Croazia. Nel mirino degli epigoni degli ustascia ci sono i militanti di sinistra, gli immigrati e i musulmani, compresi quelli di Bosnia, e ovviamente i serbi.
Nello svolgimento della sua attività diplomatica, Kraljević ha seguito da vicino i processi di costruzione dello Stato croato post-jugoslavo e le dinamiche regionali dell’ex Jugoslavia, maturando una prospettiva che intreccia storia, diritto costituzionale e responsabilità politica. Le sue risposte affrontano senza ambiguità il nodo dell’eredità ustascia, il significato di Jasenovac, le tensioni tra Costituzione e spazio pubblico, il ruolo delle minoranze e le ricadute regionali delle scelte simboliche croate.
Ne emerge il quadro di una società attraversata da conflitti profondi e non risolti, ma anche l’esistenza di forze istituzionali e civili che continuano a richiamare con fermezza il fondamento antifascista dello Stato, opponendosi a ogni tentativo di relativizzazione del passato.

Canzoni che inneggiano agli ustascia, minacce ai serbi, attacchi ai democratici, cerimonie di sapore nazista… Cosa sta succedendo in Croazia, ambasciatore?
«Ciò che osserviamo oggi in Croazia non nasce all’improvviso. Da anni simboli espliciti ustascia o nazisti, che evocano il movimento di Ante Pavelić, sono presenti nello spazio pubblico. Negli ultimi tempi sono stati pubblicati libri, articoli e interviste, si sono tenuti forum pubblici, sono stati realizzati documentari e trasmessi programmi televisivi nei quali il carattere criminale dello Stato Indipendente di Croazia viene negato o minimizzato. Eventi recenti hanno reso questa tendenza più visibile e hanno riaperto un conflitto profondo nella società».

Eppure tanti minimizzano, dicendo che la presenza di gruppi neonazisti è un fenomeno diffuso in tutta Europa. Perché questa argomentazione non regge?
«Certo, gruppi neonazisti ed estremisti di destra esistono in molti Paesi europei. In Croazia la situazione è radicalmente diversa: la Repubblica non discende dall’Ndh, lo Stato fantoccio ustascia creato da nazisti e fascisti italiani, ma dal movimento antifascista dello Zavnoh, che lo combatté direttamente. La Costituzione croata delinea questo contrasto nel suo preambolo: la sovranità statale nacque proprio in opposizione alla proclamazione dello Stato Indipendente di Croazia del 1941. Tollerare simboli ustascia nello spazio pubblico non è dunque solo un problema di estremismo marginale, ma un attacco al certificato di nascita dello Stato croato stesso, che nega legittimità storica a quell’entità collaborazionista. Quando simboli, saluti e narrazioni legati agli ustascia vengono tollerati nello spazio pubblico, non si tratta quindi di un’estremizzazione marginale, ma di una messa in discussione di principi costituzionali chiaramente definiti. È questo che rende il caso croato diverso e particolarmente sensibile».

Questa ambiguità affonda le sue radici anche nella guerra degli anni Novanta?
«Sì, molte delle ambiguità che osserviamo oggi affondano le loro radici negli anni Novanta. In quel periodo, accanto alla legittima difesa dello Stato croato, emersero anche formazioni e simboli che riprendevano esplicitamente l’eredità ustascia, come nel caso dell’Hos (Hrvatske obrambene snage, Forze di difesa croate). Questo creò fin da subito un problema politico e internazionale. Non è un caso che il primo presidente della Croazia, Franjo Tuđman, abbia più volte espresso un atteggiamento fortemente critico nei confronti dell’Hos, definendolo uno dei principali ostacoli al riconoscimento internazionale del Paese. Già allora era chiaro che il recupero di simboli e linguaggi legati alla Seconda guerra mondiale non rafforzava la posizione della Croazia, ma la indeboliva, creando confusione su questioni che avrebbero dovuto essere storicamente e politicamente chiarite».

Il primo presidente croato Franjo Tudjman durante l'incontro con Bill Clinton alla Casa Bianca del 16 marzo 1995. Wikimedia Commons. Public Domain.
Il primo presidente croato Franjo Tudjman durante l’incontro con Bill Clinton alla Casa Bianca del 16 marzo 1995. Wikimedia Commons. Public Domain.

La Costituzione croata richiama esplicitamente l’antifascismo. Quanto è ancora vivo questo riferimento nella società civile e nella classe politica?
«Bisogna sottolineare chiaramente che, secondo la Costituzione della Repubblica di Croazia, la sovranità statale è nata in opposizione alla proclamazione dello Stato indipendente di Croazia, ai tempi della seconda guerra mondiale. Il Parlamento croato, con la Dichiarazione sull’antifascismo del 2005, ha inoltre confermato il fondamento democratico antifascista dello Stato e l’impegno della Repubblica di Croazia, richiamando la necessità di affermare e coltivare i valori antifascisti».

Che cosa fu realmente lo Stato indipendente di Croazia?
«Lo Stato indipendente di Croazia fu creato per volontà e decisione delle potenze occupanti, la Germania nazista e l’Italia fascista, e non come risultato di un atto di autodeterminazione. Fu proclamato il 10 aprile 1941 solo dopo che il Regno di Jugoslavia era stato militarmente sconfitto e occupato. Il movimento ustascia non prese il potere autonomamente, ma vi fu portato dall’esercito tedesco, previo accordo con Benito Mussolini. Senza la decisione tedesca e senza la presenza militare nazista, lo Stato indipendente di Croazia non avrebbe potuto essere né istituito né mantenuto».

Quindi lo Stato indipendente di Croazia non è mai stato realmente indipendente?
«No, l’NDH non è mai stato uno Stato indipendente, sovrano e democratico. Gli ustascia non furono mai eletti dai cittadini croati. Il territorio fu diviso e controllato da Italia e Germania. Con i Trattati di Roma del maggio 1941, lo Stato indipendente di Croazia dovette cedere all’Italia gran parte della Dalmazia, comprese Spalato, Sebenico, Traù, Cattaro e le isole. La Germania controllava di fatto la Slavonia, lo Srijem, le aree industriali e i principali snodi dei trasporti per i propri interessi bellici. In molte aree, gli eserciti tedesco e italiano esercitavano un’autorità illimitata, al di sopra delle stesse istituzioni ustascia. Anche i confini statali dell’Ndh non furono il risultato di una sua volontà politica, ma dei dettami delle potenze dell’Asse».

Adolf Hilter e Ante Pavelić il 01 gennaio 1945 a Salisburgo. Wikimedia Commons. Public Domain.
Adolf Hilter e Ante Pavelić il 01 gennaio 1945 a Salisburgo. Wikimedia Commons. Public Domain.

Che cosa significa, oggi, identificarsi con lo Stato Indipendente di Croazia?
«È necessario sottolineare quanto sia ingenuo, inutile, irragionevole e difficile da comprendere che oggi, nel XXI secolo, alcuni cittadini e politici in Croazia sentano il bisogno di identificarsi con quella che rappresenta una delle più grandi vergogne della storia del popolo croato».

In che modo il dibattito intorno a Jasenovac, il principale campo di sterminio del regime ustascia attivo fra il 1941 e il 1945, continua a segnare la memoria pubblica croata?
«In periodi di elezioni o di crisi politiche, il dibattito sull’Ndh e su Jasenovac si intensifica sempre, perché viene utilizzato come un’arma identitaria, sia per l’identificazione con l’antifascismo sia per la mobilitazione nazionalista. Alcuni partiti cercano di conquistare i voti della parte “patriottica” o “antifascista” dell’elettorato. Non bisogna dimenticare che, in tutti i Paesi, e soprattutto nei Balcani, la storia viene spesso usata come strumento di legittimazione del potere: l’interpretazione del passato serve a costruire la “nostra” identità e a delegittimare gli oppositori politici. Chi controlla la narrazione del passato, spesso controlla anche il diritto morale al potere. Le discussioni su Jasenovac, purtroppo, ancora oggi raramente si svolgono in modo pacifico e scientifico».

In che modo le fratture legate alla memoria storica si riflettono oggi nello spazio pubblico e nel clima politico del Paese?
«Domenica 30 novembre 2025 si sono svolte proteste in diverse città croate, Zagabria, Fiume, Zara e Pola, con lo slogan “Uniti contro il fascismo”. Secondo gli organizzatori, l’obiettivo delle manifestazioni era denunciare la crescita della violenza, dell’intolleranza e dell’estremismo, in particolare gli attacchi alle minoranze, ai lavoratori in condizioni sociali più deboli, le esplosioni di razzismo e xenofobia e la relativizzazione del passato fascista».

Tank da guerra utilizzati durante la Guerra d’Indipendenza croata del 1991-1995 e oggi conservati al Museo della Guerra d’Indipendenza Croata, nel distretto di Turanj a Karlovac. Foto di Dennis G. Jarvis. Wikimedia Commons. Licenza CC BY 2.0.
Tank da guerra utilizzati durante la Guerra d’Indipendenza croata del 1991-1995 e oggi conservati al Museo della Guerra d’Indipendenza Croata, nel distretto di Turanj a Karlovac. Foto di Dennis G. Jarvis. Wikimedia Commons. Licenza CC BY 2.0.

In che modo le proteste definiscono il fenomeno che chiamano «fascismo»?
«I dimostranti hanno sottolineato che il “fascismo di oggi” non si manifesta necessariamente come un movimento organizzato, ma attraverso forme di discriminazione quotidiana e messaggi culturali e politici, e che lo scopo delle proteste è difendere il pluralismo, i diritti umani e la dignità di tutti nella società. In questo senso, le mobilitazioni rappresentano un tentativo di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sui pericoli del crescente estremismo, dell’intolleranza e della rinascita del simbolismo e della retorica associati al fascismo, in un contesto segnato anche dall’emergere della violenza, dalla crisi economica, dall’inflazione e dalla corruzione che colpisce i vertici del governo».

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Qual è stata la reazione delle istituzioni a queste proteste?
«Il governo ha attaccato duramente questi raduni antifascisti… Presentandoli come contrari alla stabilità e alla “normalità” del Paese, sostenendo che promuovano idee comuniste e jugoslave, due riferimenti che, secondo questa narrazione, sarebbero da tempo superati e del tutto irrilevanti».

Le istituzioni croate quindi non stanno reagendo con la necessaria chiarezza? Non siamo di fronte a una sorta di ambiguità politica?
«Penso che le istituzioni non reagiscano con la necessaria chiarezza. Purtroppo esiste una forma di ambiguità politica. In una dichiarazione del 5 giugno 2020, la Corte Costituzionale croata ha affermato che il saluto “Per la patria, pronti” (l’equivalente croato del saluto nazista “Sieg Heil”) è un saluto ustascia dello Stato indipendente di Croazia e che, in quanto tale, non è conforme alla Costituzione della Repubblica di Croazia. La Corte ha inoltre chiarito che, pur non commentando le decisioni di altri tribunali in casi al di fuori della propria giurisdizione, diverse sue pronunce affermano chiaramente che l’uso pubblico di questo saluto e dei simboli correlati all’Ndh è incostituzionale. Secondo queste decisioni, “Per la Patria, Pronti” rappresenta un simbolo del regime totalitario ustascia, basato, tra le altre cose, su un’ideologia razzista, ed è pertanto inaccettabile nello spazio pubblico, poiché simboleggia l’odio verso persone di diversa appartenenza etnica o religiosa e banalizza le vittime di crimini contro l’umanità».

Le principali vittime dello Stato di Ante Pavelic furono i serbi. Qual è la condizione della minoranza serba in Croazia oggi?
«Già da anni, rappresentanti delle comunità rom, serba ed ebraica, insieme alle associazioni antifasciste, denunciano con preoccupazione l’ascesa dei neo-ustascia e la revisione della storia nella società croata. Esprimono indignazione per l’atteggiamento delle autorità nei confronti di questi fenomeni e dei simboli del regime ustascia e sottolineano in particolare l’inaccettabilità dell’uso del saluto ustascia “Per la Patria, Pronti”. Ritengono inoltre necessario modificare l’attuale allestimento della mostra di Jasenovac, poiché, a loro avviso, non riflette fedelmente la vera natura del campo, nasconde la crudeltà a cui furono sottoposti i prigionieri e non evidenzia chiaramente l’appartenenza delle vittime alle comunità perseguitate dal regime ustascia. Per questi motivi, dal 2016, i rappresentanti delle organizzazioni serbe ed ebraiche e delle associazioni antifasciste si rifiutano di partecipare alle commemorazioni ufficiali di Stato e commemorano le vittime separatamente».

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Che peso ha oggi la minoranza croata in Erzegovina nelle dinamiche politiche della Croazia e nei rapporti con la Bosnia-Erzegovina?
«Già nel 2017 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha stabilito la responsabilità penale dei leader politici e militari croati dell’Erzegovina e ha accertato che una parte dell’allora élite politica croata partecipò a un’organizzazione criminale congiunta. Allo stesso tempo, la Corte non ha stabilito che la Croazia, in quanto Stato, abbia commesso crimini di guerra».

Qual è stato l’impatto politico di questo verdetto?
«Questo verdetto ha avuto una forte risonanza politica. In Bosnia-Erzegovina viene spesso citato come conferma internazionale dell’esistenza di un tentativo organizzato di dividere quello Stato. In Croazia, invece, è stato accolto con molte critiche e viene spesso interpretato come riferito esclusivamente alla difesa dei croati in Bosnia-Erzegovina, e non come un’aggressione».

Anche il Consiglio di difesa Croato in Erzegovina ha avuto un ruolo in questo processo…
«Alcuni dei più noti campi di detenzione gestiti dai croati dell’Erzegovina durante la guerra degli anni Novanta furono Dretelj, Gabela, Heliodrom (Rodoč), Vojno e Lora, quest’ultimo utilizzato nel contesto della guerra in Bosnia-Erzegovina. I verdetti del Tribunale internazionale hanno dimostrato che questi campi erano organizzati, sorvegliati e amministrati da membri della Polizia Militare del Consiglio di difesa Croato e dalle strutture della cosiddetta Herceg-Bosna (la regione a maggioranza croata della Bosnia Erzegovina). I crimini commessi in Erzegovina rappresentano un’eredità pesante non solo per la Bosnia-Erzegovina, ma anche per la Croazia, e continuano a influenzare il clima politico e le relazioni regionali».

Le tensioni sulla memoria storica in Croazia come influenzano i rapporti con Serbia e Bosnia-Erzegovina?
«Quando si tratta della questione di Jasenovac, dell’interpretazione della storia o della tolleranza politica dell’iconografia ustascia in Croazia, le conseguenze si riflettono immediatamente in Serbia. Le relativizzazioni dei crimini ustascia o dubbio sul numero delle vittime vengono spesso sfruttate per mobilitare l’opinione pubblica e rafforzare una narrazione di vittimizzazione storica, con l’effetto di aumentare ulteriormente le tensioni. Ogni discussione sullo Stato indipendente di Croazia tra i croati in Bosnia-Erzegovina, territorio che faceva parte integrante dello Stato Indipendente di Croazia, così come in Croazia stessa, ha un impatto diretto e negativo sugli altri due popoli della Bosnia-Erzegovina, serbi e bosniaci, ed è percepita come una minaccia o come la riattivazione dei traumi del passato».

Serbi e Rom durante la deportazione al campo di sterminio di Jasenovac tra il 1942 e il 1943. Wikimedia Commons. Public Domain.
Serbi e Rom durante la deportazione al campo di sterminio di Jasenovac tra il 1942 e il 1943. Wikimedia Commons. Public Domain.

Quali strumenti giuridici ha oggi la Croazia per contrastare l’estremismo e perché non vengono applicati con sufficiente efficacia?
«La Croazia dispone di leggi che vietano l’esaltazione pubblica dei regimi totalitari e l’incitamento all’odio. Le violazioni di queste norme dovrebbero essere perseguite in modo più coerente ed efficace, senza selettività. Purtroppo, ciò dipende in larga misura dalla volontà politica, che oggi non appare ancora sufficientemente coerente e decisiva. È necessaria un’applicazione molto più proattiva delle leggi contro l’incitamento all’odio e alla discriminazione, ambito nel quale la responsabilità dei politici è particolarmente rilevante».

Quali sono i rischi principali legati alla persistente relativizzazione dello Stato Indipendente di Croazia e del suo simbolismo?
«È necessario definire chiaramente che cosa debba essere considerato simbolismo proibito e garantire sanzioni per la sua esposizione nello spazio pubblico. Non si deve permettere di relativizzare la Costituzione e le decisioni della Corte Costituzionale. In assenza di una risposta rapida e chiara agli eventi che glorificano apertamente gli ustascia, comprese manifestazioni e raduni pubblici, sarà molto difficile prevenire un’ulteriore escalation delle violazioni e dell’estremismo».

Due carri armati principali T-55 dell’Esercito del Consiglio di Difesa Croato avanzano fino alla posizione di tiro durante un’esercitazione di tre giorni svoltasi al poligono di Barbara, a Glamoč, in Bosnia ed Erzegovina il 10 gennaio 1998. Wikimedia Commons. Public Domain.
un’esercitazione di tre giorni svoltasi al poligono di Barbara, a Glamoč, in Bosnia ed Erzegovina il 10 gennaio 1998. Wikimedia Commons. Public Domain.

Che ruolo possono avere i media e le istituzioni nel rafforzare una cultura democratica e antifascista nel lungo periodo?
«I media mainstream hanno una responsabilità fondamentale: dovrebbero evitare il sensazionalismo che finisce per normalizzare o rendere popolari le manifestazioni pro-ustascia, e informare invece con chiarezza sui pericoli di tali ideologie. Ciò che oggi manca, ed è urgente, è un messaggio politico e sociale chiaro da parte delle istituzioni. Se il governo, il presidente della Repubblica e le autorità locali condannano pubblicamente le attività neofasciste, inviano un segnale inequivocabile: queste ideologie non sono compatibili con l’ordine costituzionale. Se questa chiarezza non viene affermata, il rischio è una crescente polarizzazione che divide la società su questioni che dovrebbero essere storicamente e politicamente risolte. In questo senso, un’apertura più decisa verso le forze antifasciste, comprese quelle rappresentate dalle minoranze, non è una scelta ideologica, ma una condizione necessaria per preservare la coesione democratica dello Stato. L’antifascismo non appartiene a un singolo partito o identità: rappresenta un argine morale e storico contro ogni tentativo di riabilitare nuove forme di totalitarismo».

Maria Papini

15/12/2025 https://krisis.info/it

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