La disgustosa sudditanza del telegiornale di RAI 1 per la pseudo-cultura anglo-americana
Da qualche tempo guardo il telegiornale RAI 1 della sera per verificare il livello di sudditanza di quello che dovrebbe fornire un servizio pubblico, pensato “non solo come occasione di intrattenimento ma anche come strumento di educazione e informazione”.
A tal fine sono riconosciuti come obiettivi prioritari [1]:
- la libertà, la completezza, la trasparenza, l’obiettività, l’imparzialità, il pluralismo e la lealtà dell’informazione;
- la valorizzazione della rappresentazione reale e non stereotipata della molteplicità dei ruoli del mondo femminile nel pieno rispetto della dignità culturale e professionale delle donne, anche al fine di contribuire alla rimozione degli ostacoli che di fatto limitano le pari opportunità;
- la diffusione atta alla fruizione gratuita di contenuti di qualità;
- un elevato livello qualitativo della programmazione informativa caratterizzata da una visione europea e internazionale dal pluralismo, dalla completezza, dall’imparzialità, dall’obiettività, dal rispetto della dignità umana, dalla deontologia professionale, dalla garanzia del contradditorio adeguato, effettivo e leale al fine di garantire l’informazione, l’apprendimento e lo sviluppo del senso critico, civile ed etico della collettività nazionale, nel rispetto del diritto/dovere di cronaca, della verità dei fatti e del diritto dei cittadini a essere informati;
- assicurare una gamma di programmi equilibrata e varia in modo da garantire l’informazione e l’apprendimento;
- stimolare l’interesse per la cultura e la creatività, l’educazione e l’attitudine mentale all’apprendimento e alla valutazione e sviluppare il senso critico dei telespettatori;
- la valorizzazione del patrimonio storico, artistico, linguistico e l’ambiente nazionale e locale;
- la promozione di un’approfondita conoscenza dell’Italia e del mondo e del contesto europeo e internazionale dell’Italia;
- ….
Tutto bla bla, invece, ogni fine telegiornale, immancabilmente, decanta un qualche saltimbanco o giocoliere americano o inglese. Sia questo attore, cantante, regista, ballerino o mediocre qualsiasi. Il tutto è condito da spumeggianti video con un vocale entusiasta, appassionato, per far intendere che quei guitti sono la fine del mondo. Alla fine, c’è un sorrisino, tra ebete e compiaciuto, della presentatrice o del presentatore.
Spesso non si comprende il nome del tizio di turno. Si capisce comunque che il celebrato è un morto o uno che ha compiuto gli anni, oppure un tizio che ha fatto un nuovo film o un musical fantasmagorico. Un aspetto ricorrente è la violenza, che è la firma perenne dei telefilm americani. Si spara e si uccide continuamente, tanto per far capire che loro, i gringo, non scherzano. Oppure, si pubblicizza un mondo irreale, con mostri che sputano fuoco, robot con piedi da dieci metri che, alla fine, vengono battuti dai soliti eroi di muscolosa cartapesta.
Per qualche giorno ho cercato di annotare il livello di sudditanza. Un giorno c’è stato un servizio su un film di Kubrick, che, perbacco, secondo Wikipedia, è stato un famoso regista e fotografo americano. Ampiamente considerato uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Anche la Treccani dice che è stato un grande. Va’ be’, io che lo confondo con l’inventore del cubo di Rubik, sono un somaro. Comunque, dopo Kubrick, c’è stata la celebrazione di un film che deriva da un video (o viceversa), con tanto di effetti speciali e musiche assordanti. Non contenti, i baldi redattori del TG1 hanno dato la lieta notizia di una festa, non ho capito dove, a cui ha partecipato Lady Gaga, che sarebbe, sempre secondo Wikipedia, una delle migliori interpreti pop.
Il giorno successivo è stato il turno di un certo Brian, non so se inglese o americano. Terminata la glorificazione di Brian, c’è stata la rievocazione delle avventure di Harry Potter e, poi, tanto per gradire le noti di una certa “Cruel summer” cantata, forse, da Taylor Swift, una tizia che, secondo Wikipedia, è stata la prima ad accumulare un miliardo di dollari facendo la canterina. Una tale iniezione di sana anglo-americanità è bastata per quella sera. Fine del telegiornale.
Il terzo giorno di osservazione ha registrato solo due american-inglesate. Chloe Qisha, una canterina malese educata in Inghilterra e Benson Boone, un giovanotto americano con baffetti da sparviero. Dopo quelle indagini, ho osservato che ogni sera c’erano due o tre elogi di canterini, attori, film di animazione anglo.
Parecchi giorni fa ho notato una preoccupante assenza di spot, cosa che si è ripetuta per altri due giorni. Sarà stato per il cordoglio per la dipartita di Francesco o una virata di centottanta gradi perché gli USA vogliono (a parole) fare la pace, mi sono chiesto. Finalmente, la cosa si è risolta con una ripresa a tutto vapore di spot per la pseudocultura: un film Marvel che mostra mostri che mangiano con fauci enormi la macchina da presa. Subito dopo, un tizio con i capelli bianchi che canta a perdifiato. Infine, la sempreverde (si fa per dire) Barbra Streisand.
Il giorno dopo, uno stacchetto su un non-mi-ricordo-chi attore americano e, udite udite, Lady Gaga (Stefani Joanne Angelina Germanotta) che doveva fare un concerto a Copacabana con la previsione di più di un milione di carioca ad acclamarla. Mica pissi-pissi bau-bau …
Dato che la cosa continua imperterrita, ho deciso di interrompere le mie osservazioni e mi sono chiesto la ragione di tanto affetto per questi anglo-saltimbanchi. Sarà che il direttore del TG1, certo Gian Marco Chiocci, era un fan della musica country quando aveva i calzoni corti? O che, dato che prova tanto affetto per la Meloni, vuole favorire la conoscenza della “cultura” anglosassone?
Forse c’è un’altra spiegazione. Un po’ arzigogolate e, certamente, subdola. Ho letto recentemente un articolo di “The Frontier Man”, lo pseudonimo di un poeta, scrittore, musicista e artista visivo americano, intitolato “L’impero delle bugie deve cadere” [2]. L’articolo inizia dicendo: “ La menzogna viene sempre prima”, ma forse, nel caso di TG1 la menzogna viene sempre alla fine della trasmissione. Quello che mi ha colpito sono le seguenti affermazioni di The Frontier Man:
La menzogna che ammanta la sua violenza di virtù. Non solo la violenza in sé, ma la facilità con cui viene resa invisibile, la velocità con cui viene trasformata in intrattenimento. L’Impero americano non è solo una macchina da guerra. È una fabbrica di miti. Miti così seducenti, così coinvolgenti, che trasformano la complicità con l’omicidio in identità.
Questa non è solo dominazione, è stregoneria. Una sorta di conquista psichica che sostituisce la realtà con il rituale, la coscienza con il costume. Un impero il cui potere non si basa solo sulla supremazia militare, ma sulla supremazia narrativa: la capacità di far percepire l’ingiustizia come ordine, lo sfruttamento come generosità e la guerra come sicurezza.
Questo Impero non si limita a commettere atrocità; crea complici. Attraverso schermi che romanticizzano la guerra. Attraverso slogan che seppelliscono il genocidio sotto eufemismi. Attraverso il silenzio che soffoca ogni grido degli oppressi, l’Impero ha perfezionato un tipo di violenza che non ha bisogno di catene, solo di fede.
L’Impero più efficace non è quello che schiavizza i corpi, ma quello che colonizza le menti. L’imperialismo americano ha fatto qualcosa che pochi imperi nella storia sono riusciti a fare: ha insegnato alle persone a identificarsi con la propria propaganda. Il suo più grande trionfo è psicologico.
Le asserzioni di The Frontier Man sono forti e si collocano in un contesto molto più drammatico, ma sono utili per un’estrapolazione al caso ‘buffo’ in esame. La menzogna quotidiana è che i saltimbanchi pubblicizzati sono eccezionali, e che le loro prestazioni (spesso supportate da alcool o altri eccitanti) sono da ammirare e imitare. È la capacità di far percepire la mediocrità come abilità. In effetti, siamo in presenza di un tentativo di schiavizzare i corpi e colonizzare le menti. È un indottrinamento che fa dimenticare la nostra cultura, i nostri valori e spinge alla imitazione di modi di vivere e evitare di pensare che non quei modi non sono “eccezionali” ma disdicevoli. Infatti, scrive ancora The Frontier Man
L’eccezionalismo è il mito sacro al centro dell’Impero: la convinzione che una nazione, un popolo, un modo di vivere siano intrinsecamente superiori a tutti gli altri. È una storia raccontata non come un’aspirazione, ma come un destino. Questa convinzione non è benigna; è il motore ideologico che giustifica il dominio e la sottomissione. Perché se un popolo è eccezionale, ciò che fa non è soggetto agli stessi standard morali degli altri. Le loro guerre non sono guerre di aggressione, ma di liberazione. La loro ricchezza non è sfruttamento, ma ricompensa. Il loro controllo non è tirannia, ma amministrazione.
…
L’eccezionalismo genera una cecità spirituale: la convinzione che il mondo debba conformarsi a una visione e che coloro che resistono debbano essere corretti, puniti o cancellati.
…
È rafforzato da una macchina mediatica mainstream compiacente che inonda il pubblico di storie di eroismo, mai di orrore.
È quanto sopra che fa pensare ai servi sciocchi e che porta a una lettura non convenzionale delle scorribande della banda di Gian Marco Chiocci nelle praterie anglo-americane.
di Franco Maloberti per ComeDonChisciotte.org
07.07.2025
Franco Maloberti. Professore Emerito presso il Dipartimento di Ingegneria Elettrica, Informatica e Biomedica dell’Università di Pavia; è Professore Onorario all’Università di Macao, Cina, dove è stato insignito della Laurea Honoris Causa 2023.
NOTE
[1] https://www.rai.it/dl/docs/1450349266496Codice_Etico_Rai_Cinema.pdf
[2] https://www.versesvisions.com/p/the-empire-of-lies-must-fall
7/7/2025 https://comedonchisciotte.org/










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