La gente che Gaza non può ricostruire 

La perdita più grande a Gaza non sono gli edifici, ma le persone che hanno reso possibile il suo futuro.

di Huda Skaik – 3 aprile 2026

Qual è il capitale più insostituibile di Gaza?

Sono le persone che ha perso: medici, accademici, studiosi, ingegneri, giornalisti, imam, artisti, scrittori, figure letterarie e insegnanti.

A Gaza, la devastazione viene spesso misurata in cemento: il numero di case rase al suolo, ospedali danneggiati, università ridotte in macerie. I satelliti documentano la distruzione con precisione clinica, mentre la ricostruzione viene discussa in termini di costi, tempistiche e materiali. I piani di ricostruzione ruotano attorno a cemento, acciaio e bilanci.

Eppure la perdita più profonda che si sta consumando a Gaza non può essere compensata dall’architettura.

Ciò che viene cancellato è l’Umanità nella sua pienezza, e questa perdita durerà molto più a lungo del Genocidio stesso.

Quando Gaza sanguina, non è solo la pietra a sgretolarsi. Sono le menti, le competenze, la memoria e l’infrastruttura morale a essere colpite. Si sta verificando un progressivo svuotamento: la perdita di coloro che hanno custodito generazioni di conoscenza accumulata. Tra questi, medici formatisi sotto assedio, professori che insegnano in condizioni impossibili, giornalisti che documentano la devastazione vivendoci dentro e artisti che insistono sulla bellezza in mezzo alle rovine.

Questa è una distruzione che non si conclude con un cessate il fuoco. Colpisce le stesse capacità che permettono a una società di riprendersi e resistere.

Conoscenza cancellata

All’ingresso dell’Università Islamica di Gaza, ora bombardata, carbonizzata e circondata da tende che ospitano famiglie sfollate, emerge una domanda inquietante: cosa significa annientare un’università in un luogo già privato di opportunità?

Le università non sono semplici strutture di cemento e acciaio; sono ecosistemi viventi di pensiero. Quando aule, laboratori e biblioteche vengono distrutti, non è solo l’infrastruttura a scomparire. È il futuro potenziale intellettuale di un’intera popolazione.

Gaza ha perso accademici che non possono essere facilmente sostituiti, tra cui specialisti in medicina, ingegneria, letteratura e Diritto che avevano studiato all’estero e scelto di tornare nonostante il blocco. Sono tornati per costruire, non per fuggire.

Alcuni sono stati uccisi nei bombardamenti aerei. Altri sono stati costretti allo sfollamento, all’esilio o al silenzio.

La loro assenza crea un vuoto che nessuno può colmare facilmente. La conoscenza, come la fiducia, impiega anni, spesso decenni, a crescere.

Secondo l’Ufficio stampa del governo di Gaza, più di 193 scienziati, accademici e ricercatori sono stati uccisi dall’ottobre 2023, insieme a oltre 830 insegnanti e personale scolastico. La distruzione della classe intellettuale di Gaza ha creato un clima di paura che spinge studiosi e professionisti all’esilio, svuotando al contempo le istituzioni che dovrebbero sostenere la società.

Tra le vittime c’era il professor Sufian Tayeh, fisico e rettore dell’Università islamica di Gaza. Lo stesso vale per il dottor Refaat Alareer, accademico, scrittore e poeta di lingua inglese, il cui lavoro ha collegato Gaza al mondo esterno. Attraverso il suo insegnamento, Alareer ha aiutato generazioni di studenti a imparare a raccontare le proprie vite.

Altri erano ingegneri e costruttori del paesaggio urbano di Gaza, come Ahmed Shamiya, la cui discreta competenza tecnica ha sostenuto la vita quotidiana sotto il blocco.

Le loro morti non sono solo tragedie individuali. Sono rotture nella catena del sapere che lega le generazioni.

Operatori sanitari scomparsi

La stessa devastazione ha colpito la comunità medica di Gaza.

La guerra non ha solo messo a dura prova gli ospedali, ma ha anche decimato le persone che li tenevano in vita. Chirurghi che operavano senza anestesia, pediatri che lottavano contro la malnutrizione che annullava anni di progressi, infermieri costretti a dormire negli ospedali mentre le loro famiglie venivano sfollate o uccise: molti di questi professionisti sono ora morti, feriti, detenuti o psicologicamente distrutti.

Più di 1.700 operatori sanitari, tra cui medici, infermieri, paramedici e tecnici, sono stati uccisi. Si tratta di una media di oltre due operatori sanitari al giorno.

Rovine del Al-Shifa Hospital, Gaza. Photo: Jaber Jehad Badwan / Wikimedia.

Tra le vittime c’era il Dottor Adnan Al-Bursh, chirurgo ortopedico palestinese ed ex Primario di Ortopedia presso l’Ospedale Al-Shifa. È stato ucciso mentre era detenuto nelle carceri israeliane, segnando la perdita di uno dei chirurghi più esperti di Gaza. Il Dottor Marwan Al-Sultan, specialista in medicina interna e cardiologia e direttore dell’Ospedale Indonesiano, era un altro pilastro del sistema sanitario di Gaza, ormai al collasso. Anche il Dottor Omar Farwana, ginecologo e professore associato presso la Facoltà di Medicina dell’Università Islamica di Gaza, di cui in seguito divenne Preside, è stato ucciso.

Un’altra perdita è stata il Dottor Medhat Saidam, uno dei chirurghi più eminenti di Gaza e figura fondatrice del reparto ustioni dell’Ospedale Al-Shifa. Anche il giovane Dottor Maysara Al-Rayyes, che si era laureato in medicina al King’s College di Londra a soli 30 anni prima di tornare a Gaza, è stato ucciso.

Persino la sopravvivenza è diventata insopportabile per alcuni di coloro che sono rimasti.

La Dottoressa Alaa Al-Najjar, pediatra, ha perso nove dei suoi figli e il marito in seguito a un Bombardamento aereo che ha colpito la sua casa nel distretto meridionale di Khan Younis.

Almeno 350 operatori sanitari sono stati arrestati, e circa 120 sono tuttora detenuti in Israele, tra cui il Dottor Hussam Abu Safiya, che si è rifiutato di abbandonare i suoi pazienti durante l’assalto militare all’Ospedale Kamal Adwan.

Un medico non è semplicemente una persona con una laurea.

Un buon medico ha esperienza: migliaia di casi, errori imparati, istinto affinato sotto pressione. Quando Gaza perde un chirurgo di alto livello o un pediatra esperto, perde decenni di conoscenze umane accumulate.

Formare un sostituto non è questione di mesi.

Ci vogliono generazioni.

Voci messe a tacere

Giornalisti e fotocorrispondenti a Gaza sono stati presi di mira deliberatamente, e la loro perdita ha conseguenze che vanno ben oltre le singole vite.

Questi documentatori non erano semplici visitatori di passaggio. Erano testimoni profondamente radicati, che comprendevano le realtà inespresse dietro i titoli dei giornali. Conoscevano le famiglie dietro le statistiche e le strade dietro la distruzione.

Quando un giornalista muore, non si limita a mettere a tacere una voce. Scompare un archivio.

Nessun corrispondente straniero può sostituire completamente un giornalista locale che ha trascorso anni a documentare i ritmi e le ferite di una comunità.

Senza queste voci, Gaza rischia di diventare un luogo di cui si parla, ma che non si vede veramente.

Da Samer Abu Daqqa, Hamza Al-Dahdouh e Roshdi Sarraj agli albori del Genocidio, fino a Fadi Alwhidi, rimasto paralizzato da un proiettile alla colonna vertebrale, i giornalisti di Gaza hanno affrontato pericoli incessanti.

Ismail Al-Ghoul è stato ucciso mentre svolgeva il suo lavoro di giornalista, lasciando orfana la figlia Zina. Rami Al-Rifi ha subito una sorte simile. Hossam Shabat è stato ucciso per aver documentato la guerra, mentre Ahmad Mansour è stato bruciato vivo fuori dall’Ospedale Nasser. Hassan Eslieh è stato ucciso da un bombardamento aereo diretto mentre dormiva in una tenda vicino all’Ospedale di Khan Younis.

Yahya Sobeih aveva festeggiato la nascita della figlia solo poche ore prima.

Nomi come Anas Al-Sharif, Mohammed Qraiqea, Maryam Abu Daqqa, Saleh Al-Jafarawi e molti altri, circa 228 giornalisti in totale, sono stati uccisi mentre svolgevano il loro lavoro.

Con ogni giornalista perso, una parte della memoria di Gaza scompare.

Rovine umane

La guerra ha inferto una ferita più silenziosa e meno visibile: la perdita di insegnanti, scrittori, artisti e guide comunitarie, le persone che aiutano una società a dare un senso alla sofferenza.

Sono loro che spiegano il trauma ai bambini, che ricostruiscono il linguaggio tra le macerie, che ricordano a una società ferita che è più di una semplice statistica umanitaria.

Ecco perché il linguaggio della “ricostruzione” spesso suona vuoto.

Le case si possono ricostruire. Le persone no.

Ricostruire gli edifici senza ricostruire le persone che danno loro significato non è ripresa. Anche se ogni edificio di Gaza venisse ricostruito domani, la società al suo interno porterebbe comunque il peso dell’assenza di coloro che non ci sono più.

Il danno non è solo quantitativo, ma anche qualitativo.

Gaza sta perdendo le sue guide esperte. I giovani crescono senza professori che li guidino, senza medici che li ispirino, senza giornalisti che insegnino loro a dire la verità in condizioni impossibili.

Questa assenza si ripercuoterà nel futuro, plasmando il tipo di società che Gaza sarà costretta a diventare.

Il sistematico attacco ai professionisti civili, medici, accademici, giornalisti, crea una strategia di collasso sociale. Garantisce che, anche se Gaza sopravvive fisicamente, farà fatica a sopravvivere intellettualmente.

Trasforma la sopravvivenza in un’emergenza prolungata.

Ciò che rimane è una società costretta a piangere non solo i suoi morti, ma anche il suo futuro irrealizzato.

Questa è la ricostruzione di cui Gaza ha veramente bisogno: la ricostruzione dell’essere umano dopo la perdita di un’intera generazione di élite.

Ma ricostruire il capitale umano non è come ricostruire una strada o un edificio. Ci vogliono decenni, a volte generazioni. Alcune perdite sono insostituibili.

Nessun piano di ricostruzione può ricreare le persone che dovrebbero ancora insegnare, curare, costruire, scrivere e guidare.

La ferita più profonda di questo Genocidio non è solo ciò che ha distrutto.

È ciò che ha reso impossibile.

Ed è questo, più delle macerie, che il mondo deve essere costretto a vedere.

Huda Skaik è una studentessa di letteratura inglese e scrittrice originaria di Gaza. Nutre un forte interesse per il giornalismo e la scrittura. Fa parte di We Are Not Numbers (Noi Non Siamo Numeri) e collabora con The Intercept, MEE, The New Arab, The Nation, EI e WRMEA.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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5/4/2026 https://www.invictapalestina.org/

Immagine di copertina di Hosny Salah

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