La lotta dei camalli diventa un fumetto

La disegnatrice Alessandra Respini racconta i contrasti di una Genova tra lotte operaie e pacifiste e l’industria dell’armamento e dello shipping

Ci sono storie che meritano di essere raccontate con tutti i linguaggi possibili. Quella dei portuali genovesi del CALP – il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali che dal 2019 blocca navi cariche di armamenti diretti verso i teatri di guerra – è una di queste. Dopo il film documentario “Portuali” e numerosi reportage giornalistici, tra cui quello di area, ora arriva il fumetto di Alessandra Respini, disegnatrice e vignettista ticinese basata a Neuchâtel. Il libro, uscito in queste settimane sia in francese (“Ombres rouges : Chroniques d’une résistance”, Hélice Hélas éditeur) sia in italiano (“Nemmeno un chiodo! Atti di resistenza nel porto di Genova”, Tuss Edizioni), è il frutto di cinque mesi vissuti a Genova nel 2024, tra i caruggi e le banchine del porto.

A novembre, Alessandra Respini è stata ospite al Cinema Forum di Bellinzona per un dibattito dopo la proiezione di “Portuali”, in un evento organizzato da USS Ticino e Moesa in collaborazione con Unia Giovani. Abbiamo approfittato dell’occasione per intervistarla.

Signora Respini, come mai una disegnatrice svizzera decide di fare un fumetto sui portuali genovesi?

Ho vinto un bando della città di Neuchâtel per lavorare a Genova e fin dall’inizio avevo chiaro che volevo concentrarmi sul porto. Come artista ho una formazione particolare: ho studiato antropologia, anche se poi la mia carriera è stata completamente nel campo artistico. Per la prima volta mi sono detta: voglio mettere insieme questi due aspetti, l’approccio antropologico e quello dell’arte. Il mio sguardo sulle storie umane è colorato da questa formazione. C’è questa necessità di immergersi all’interno di un gruppo di persone, di una città, per tanto tempo. È quasi un lavoro etnografico, anche se poi lo faccio con molta libertà creativa. Poi per caso ho sentito parlare del CALP a una conferenza e ho capito subito che era quella la storia che volevo raccontare.

Cosa l’ha colpita della loro lotta?

La prima cosa che ho provato quando ho sentito parlare del CALP è stata un’emozione fortissima. Immaginare questi lavoratori che si battono contro container giganti nel porto per fermarli, che rischiano il loro lavoro per cause che vanno oltre le loro immediate preoccupazioni quotidiane… mi ha toccato profondamente. In un mondo come il nostro, dove domina la sensazione di impotenza, dove tutti si chiedono “ma cosa possiamo fare?”, raccontare la loro storia è diventato anche il mio modo come artista di rispondere a quella domanda. Io cosa posso fare? Raccontare cosa fanno loro, dare voce e immagini alla loro resistenza.

Cosa può apportare il fumetto come linguaggio rispetto a un reportage fotografico o a un documentario scritto?

Il fumetto ha due vantaggi fondamentali. Primo, è un medium molto accessibile: non devi leggere centinaia di pagine, è visivo, immediato. Ma c’è qualcosa di ancora più importante: il disegno crea una distanza necessaria dalla realtà. Quando vedi una fotografia o un video di guerra, l’impatto emotivo è talmente forte che rischia di bloccarti. Con il fumetto invece c’è uno spazio di mediazione. Non vedi immagini reali di violenza, vedi un disegno. Questa distanza permette al lettore di avere tempo per la riflessione, di metabolizzare la complessità della storia. Sei tu che devi ricostruire, immaginare. Io ti do gli elementi, semplifico dove necessario, ma tu partecipi attivamente alla narrazione. Questo processo mi sembra fondamentale per affrontare storie così dense di significato politico e umano.

Ha vissuto sei mesi a Genova proprio nel 2024, l’anno dello scandalo politico legato al porto. Che atmosfera ha respirato?   

Genova è una città di contrasti radicali e questo l’ho sentito sulla pelle ogni giorno. Da un lato c’è la città della Resistenza, dell’antifascismo, delle mitiche lotte dei camalli che hanno fatto la storia del movimento operaio italiano. Sui muri dei caruggi vedi le scritte, la memoria di quelle battaglie. Dall’altro lato, però, c’è una città che economicamente vive anche di industria militare, di logistica degli armamenti, di tutto quel sistema dello shipping che muove armi nel mondo. E nel 2024 è esploso lo scandalo giudiziario che ha coinvolto politici e imprenditori, mostrando quella commistione di interessi attorno al porto che ha assunto dimensioni davvero pesanti, clientelari se non criminali. Io questo contrasto l’ho respirato costantemente: una città orgogliosa delle sue lotte operaie ma al tempo stesso economicamente dipendente da quell’industria contro cui alcuni suoi lavoratori si battono. È una tensione irrisolta che attraversa tutta Genova.

Il suo fumetto è uscito mentre la lotta del CALP esplodeva a livello internazionale con Gaza e la Global Sumud Flotilla…       

Sì, ho chiuso il lavoro il 31 agosto 2025, proprio nel pieno della mobilitazione per Gaza. José, uno dei protagonisti del CALP che racconto nel fumetto, era partito con la Global Sumud Flotilla. E poi c’è stata quella dichiarazione potentissima di Riccardo: “Non passerà neanche un chiodo”. Da quella frase ho preso il titolo della versione italiana. È stato strano e anche un po’ frustrante chiudere un lavoro mentre la storia che raccontavo era in piena evoluzione, anzi stava esplodendo nella sua dimensione internazionale. Ma in fondo è anche giusto così: queste lotte non finiscono mai, non hanno un punto finale. Il fumetto è una fotografia di un momento, un documento di un percorso, ma la lotta continua e si trasforma. Sono tornata a Genova di recente per presentare il libro e ho trovato una città dove quella mobilitazione ha lasciato tracce profonde.

Cosa spera che questo fumetto generi in chi lo legge?

Spero che trasmetta quella stessa emozione e quella stessa speranza che ho provato io scoprendo questa storia. Viviamo in un tempo in cui molte persone si sentono paralizzate di fronte alla guerra, alle ingiustizie, alla violenza sistemica. La sensazione di non poter fare nulla è opprimente. La storia del CALP ci dice invece che si può fare qualcosa, che anche pochi lavoratori, in pochi, possono bloccare una nave carica di morte. Possono dire no. E ogni no conta, ogni atto di resistenza crea una crepa nel sistema. Questo è il messaggio che vorrei passasse: che un altro mondo è possibile, che non siamo condannati ad assistere passivamente, che abbiamo un potere – come lavoratori, come cittadini – e possiamo scegliere di esercitarlo.

Federico Franchini

30/12/2025 https://www.areaonline.ch/

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