La macchina della propaganda europea. Il lato oscuro di ONG, media e università
di Marco Pondrelli
Ci sono libri che dovrebbero entrare pienamente nel dibattito politico e interrogare la società nel suo complesso, ma che invece, proprio per il loro valore e per la capacità di mettere in discussione narrazioni consolidate, finiscono spesso per essere ignorati. Speriamo che questo non sia il destino del bel libro di Thomas Fazi, recentemente pubblicato da Guerrini e Associati.
Il lavoro di Fazi è diviso in tre parti e si occupa di analizzare il modo in cui l’Unione europea finanzia le ONG, il giornalismo e il mondo accademico. Emerge tuttavia con chiarezza un denominatore comune che attraversa tutte queste pagine. Negli ultimi anni le critiche alle politiche europee sono cresciute, non a causa di presunte interferenze esterne, russe o cinesi, ma per il carattere fortemente antipopolare assunto da molte politiche comunitarie. Dopo il dramma provocato dalle misure di austerità in Grecia, e non solo, molti hanno iniziato a interrogarsi sull’effettiva adeguatezza della Ue rispetto ai compiti che dovrebbe affrontare. La risposta a queste critiche non è stata un ripensamento politico, bensì un poderoso investimento nel soft power.
Se da una parte vengono delineate le magnifiche sorti e progressive dell’integrazione europea, dall’altra le critiche vengono spesso ridotte a fake news (rigorosamente in inglese). Formalmente non si limita la libertà d’espressione, ma si stabilisce ciò che può essere considerato vero o falso. Chi decide cosa sia giusto o sbagliato? È proprio qui che il lavoro di Thomas Fazi si rivela particolarmente utile.
La prima parte del libro analizza il ruolo delle ONG. Secondo l’Autore, «il presente testo sostiene che tali pratiche costituiscono una forma di “propaganda per procura”, attraverso cui la Commissione finanzia ONG e think tank affinché fungano da grancassa per la propria agenda politica» [pag. 24]. Presentate come associazioni non governative, in realtà le ONG — ovviamente non tutte — vivono spesso grazie ai finanziamenti pubblici, in un perverso gioco di ruolo nel quale la politica le sostiene economicamente per poi citarle come fonti indipendenti e autorevoli, così da rafforzare le proprie decisioni e legittimare determinate scelte.
Lo stesso discorso vale per il giornalismo. Sull’esempio dell’USAID statunitense, l’Unione europea ha investito ingenti risorse nel sostegno all’informazione. L’AutoreE parla di almeno «80 milioni di euro all’anno o quasi 1 miliardo di euro nell’ultimo decennio» [pag. 69]. Sono cifre che fanno riflettere e che aiutano anche a comprendere perché le nostre televisioni siano spesso popolate da giornalisti che, intervistandosi a vicenda e presentandosi una volta come esperti e un’altra come moderatori apparentemente neutrali, finiscono per ribadire una visione fortemente apologetica dell’Unione europea.
I finanziamenti europei, inoltre, non si limitano agli Stati membri. «Secondo l’ambasciatrice dell’UE in Ucraina, Katarína Mathernová, dal 2017 l’Unione ha fornito oltre 100 milioni di euro ai media indipendenti attraverso varie iniziative, contratti, sub-sovvenzioni e partner» [pag. 127]. Anche in questo caso il tema sollevato da Fazi non riguarda tanto l’esistenza di un sostegno economico all’informazione, quanto il rischio che esso possa incidere sull’autonomia del dibattito pubblico e sul pluralismo.
L’ultima parte del libro riguarda il mondo accademico e rappresenta forse la critica più significativa che viene mossa al nostro sistema democratico. Di fronte alle ONG o a un giornalismo sempre meno indipendente, le Università non sembrano svolgere quel ruolo di baluardo critico che ci si aspetterebbe. I finanziamenti vengono elargiti per creare cattedre o progetti finalizzati al sostegno delle politiche europee. In teoria non ci sarebbe nulla di male nel finanziare lo studio dell’Unione europea; il problema nasce quando tali finanziamenti vengono concessi seguendo precise linee politiche e culturali.
Questa stortura viene illustrata molto bene da Fazi che, attraverso un lavoro certosino, esamina i numerosi finanziamenti garantiti dal programma Jean Monnet, lanciato dalla Commissione europea nel 1989. Il rischio, secondo l’Autore, è che il lavoro accademico finisca per non potersi più separare dall’agenda politica decisa a Bruxelles, trasformando docenti e ricercatori non in studiosi autonomi, ma in promotori di una visione già definita.
Ovviamente nessuno sostiene che non debbano esistere finanziamenti pubblici per i think tank, per le ONG, per l’informazione o per il mondo accademico. Ciò che viene contestato è piuttosto il fatto che, in un dibattito politico, il decisore pubblico possa sostenere la propria parte attraverso strumenti economici che inevitabilmente incidono sulla formazione del consenso. Come scrive l’Autore in conclusione, «superare definitivamente l’attuale modello di integrazione non significa rinunciare all’idea di Europa. Significa restituirla alla politica» [pag. 193].
Perché idee differenti non dovrebbero avere pari dignità nel confronto pubblico? Come scrive Gabriele Guzzi, sarebbe importante aprire finalmente un dibattito sui fallimenti europei di questi anni. Gli stessi leader europei dovrebbero comprendere che il tentativo di schiacciare o delegittimare le posizioni critiche verso l’Unione europea rischia di produrre l’effetto opposto, rendendole, alla lunga, ancora più forti.
23/5/2026 https://www.marx21.it/










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