La pace e il lavoro, una sola battaglia

di Marco Pondrelli

Venerdì è stata un’importante giornata di lotta. Lo sciopero convocato dall’USB non ha riguardato soltanto l’Italia: la mobilitazione dei porti ha coinvolto 22 Paesi. È stata una giornata di protesta contro la guerra e per il lavoro.

I portuali non sono nuovi a questo tipo di mobilitazioni. I CALP di Genova hanno più volte denunciato il transito delle navi cariche di armi e, allo stesso tempo, si sono battuti contro le privatizzazioni del porto. Non è un caso che proprio a Genova si sia tenuta, alcuni anni fa, un’importante manifestazione contro l’invio di armi in Ucraina. Il commercio di armi nel porto di Ravenna è stato denunciato anche da Linda Maggiori. Sono soltanto due esempi di una realtà molto più ampia, che riguarda porti e aeroporti italiani utilizzati impunemente come punti di transito per il trasporto di armamenti, in palese violazione dell’articolo 11 della nostra Costituzione.

Lo sciopero di venerdì ha unito questa battaglia a quella per il lavoro. Non ci stancheremo mai di ripetere che la lotta per la pace è legata a doppio filo alla lotta sociale. La classe operaia italiana non cadrà nell’inganno di chi promette investimenti pubblici nelle armi, proponendo il warfare al posto del welfare. Perché, ancora una volta, a pagare il prezzo della guerra saranno sempre gli stessi: i lavoratori e le classi popolari.

Nell’intreccio tra capitalismo finanziario e guerra, la logistica rappresenta uno snodo fondamentale. È attraverso le sue reti che transitano le merci, comprese le armi. Non a caso, la grande mobilitazione dello scorso anno contro il genocidio del popolo palestinese è partita proprio da qui, da un’avanguardia consapevole e organizzata, capace di comprendere il ruolo strategico del proprio lavoro e di trasformarlo in uno strumento di lotta politica.

Questa battaglia può diventare il catalizzatore delle tante mobilitazioni che attraversano il Paese. Ci sono scuole e università occupate, lavoratori dei trasporti in rivolta e agricoltori ridotti alla disperazione. La destra, ma anche ampi settori del cosiddetto campo largo, vorrebbero trasformare la questione sociale in un problema di ordine pubblico. È una provocazione nella quale questo movimento non deve cadere. Al contrario, occorre costruire un fronte capace di unire queste lotte, riconoscendone le ragioni comuni e individuando obiettivi condivisi.

In questo quadro di forte crisi si inserisce anche la questione dell’ex Ilva. Da anni la città di Taranto vive il drammatico ricatto tra salute e lavoro. Se da una parte la chiusura della fabbrica rappresenterebbe una tutela per la salute dei cittadini, dall’altra oggi sono a rischio circa 13 mila posti di lavoro. È un tema che riguarda direttamente anche la mobilitazione del 30 ottobre. L’acciaio nasce pubblico e rischia di morire privato. Di fronte a questa prospettiva occorre un intervento pubblico: parlare di nazionalizzazione non deve essere un tabù.

L’importante movimento di giovani e non solo, che in questi mesi ha dimostrato una capacità di mobilitazione significativa, deve ora iniziare a darsi obiettivi concreti. La difesa dell’occupazione, della salute e del ruolo pubblico dell’industria può essere uno di questi. Perché la pace non si costruisce soltanto opponendosi alla guerra, ma anche contrastando quelle politiche economiche e sociali che scaricano sui lavoratori il costo delle scelte del potere.

1/11/2026 https://www.marx21.it/

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