La Presidente del Consiglio tra rincorsa elettorale e slogan su scuola e migrazione. Il confronto col Presidente Mattarella. Le danze di Pontida

di Ernesto Mancini

Giorgia Meloni, quale Presidente del Consiglio, dovrebbe capire che temi delicati come la presenza di bambini e ragazzi stranieri nelle classi scolastiche non si affrontano con toni da comizio davanti a una platea osannante di partito, come ha fatto sabato scorso alla festa di Gioventù nazionale.

La Presidente ha annunciato un provvedimento per introdurre un numero massimo di studenti stranieri per classe e lo ha fatto con i toni soliti, attraverso slogan che rischiano di trasformare una questione educativa in una contrapposizione identitaria.

La Presidente, in particolare, ha sostenuto in modo sprezzante che non è accettabile che «a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza».

A parte il fatto che i dati statistici smentiscono questa narrazione, peraltro circoscritta a specifici quartieri di specifiche città — e neppure a questi, laddove gli alunni non vengano considerati stranieri se nati in Italia e perfettamente padroni della lingua italiana — ciò che colpisce è la totale assenza di sensibilità istituzionale.

Alla Presidente non è balenato neppure per un momento il profondo disagio, se non il vero e proprio dolore, che le sue parole possono aver arrecato alle madri e ai padri degli alunni con background migratorio e, ovviamente, agli alunni medesimi: famiglie che vivono, lavorano e contribuiscono pienamente alla società italiana e i cui figli si ritrovano improvvisamente additati come un «problema» o come un ostacolo alla didattica.

In questo senso, Annalisa Cuzzocrea, su Repubblica del 21 scorso, parla di «cattiveria», e credo abbia pienamente ragione. Anch’io ho provato una profonda indignazione dopo aver visto un servizio televisivo dedicato alla “magnifica” — si fa per dire — e tutt’altro che “progressiva” iniziativa della Presidente.

A colpirmi sono stati anche i toni utilizzati che, bisogna riconoscerlo, sono risultati, in più di un passaggio, piuttosto villani.

Trattare dei minori come numeri o elementi di disturbo non fa che alimentare uno stigma sociale ingiustificato. Un governo autorevole non dovrebbe soffiare sul fuoco delle paure, né dividere le aule scolastiche tra “noi” e “loro”. La scuola pubblica dovrebbe rappresentare il primo luogo di integrazione, non il terreno di scontro per la ricerca del consenso elettorale.

Sul Burqa

Sul divieto del burqa, di cui nella stessa occasione ha parlato la Presidente del Consiglio, o di altri indumenti che rendano difficile l’identificazione, mi soffermo solo un attimo.

A parte il fatto che non risulta sia mai stata segnalata, nelle scuole, la presenza di persone che indossino simili abbigliamenti, va ricordato che il nostro ordinamento dispone già di norme che impongono l’identificazione della persona quando sussistano esigenze di sicurezza. È una regola che vale nei luoghi pubblici e, naturalmente, anche nelle scuole.

Dunque, quale sarebbe esattamente il problema che si pretende di risolvere con un nuovo divieto? Se un’esigenza concreta non esiste, inventarsela per costruirci sopra una battaglia politica non è certo un modo serio di legiferare od amministrare.

La rincorsa elettorale

Anche in questo caso, l’impressione è quella di una vera e propria rincorsa elettorale su temi che hanno trovato spazio nel dibattito pubblico, inseguendo posizioni come quelle espresse da Vannacci e da altri esponenti della destra più retrograda.

Per fortuna, quasi ottanta anni fa alcune donne e uomini che vennero chiamati “Costituenti” scrissero, in un articolo che collocarono al numero 34 della nuova carta costituzionale, una norma sovraordinata molto semplice ma altrettanto solenne: “la scuola è aperta a tutti”, dove tutti sta per tutti, letteralmente, radicalmente, indiscutibilmente e perciò senza discriminazione o politiche scellerate di contrapposizione od esclusione.

Il Presidente Mattarella, subito dopo questo allegro weekend di parole in libertà, lo ha ricordato con la sua sobrietà ed eleganza istituzionale che francamente rincuora.

«La scuola deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale».

E subito dopo ha aggiunto: “La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati. La scuola prepara tutti. È aperta a tutti: così dispone l’articolo 34 della Costituzione». (21.09.26 Inaugurazione nuova scuola di Amatrice).

L’altra perla del weekend: le ballerine di Pontida

Nel raduno di Pontida, alcune ragazze leghiste hanno indossato il burqa e, dopo aver ballato freneticamente sul palco davanti ai numerosi presenti, se lo sono tolto mostrando i loro corpi in modo piuttosto discinto. Un gesto che, oltre a voler essere provocatorio, finiva per risultare offensivo nei confronti delle donne musulmane trasformando un simbolo religioso e culturale, sia pure non condivisibile, in una semplice caricatura. Il burqa, peraltro, si usa solo in Afghanistan, in  pochi altri territori limitrofi e non riguarda tutto il mondo islamico.

Poverette le leghiste e, con loro, il popolo del prato di Pontida che le acclamava! Pensavano di aver fatto qualcosa di spiritoso e intelligente, mentre si è trattato soltanto di cattivo gusto.

Anche qui si può provare solo indignazione ma anche un po’ di pena per il livello civile mostrato dalle ballerine di Pontida.

Appendice: Meloni versus Mattarella

Ora, ad articolo ormai concluso, apprendo che Meloni ha rinfacciato al presidente Mattarella che anch’egli, nel 1990, aveva emanato una circolare ministeriale nella quale raccomandava di mantenere entro limiti contenuti la presenza di alunni stranieri nelle classi.

Al di là dell’evidente incomparabilità delle due personalità, dei rispettivi curricula e delle opposte provenienze politiche — cattolico-democratica l’uno, di matrice neofascista l’altra — ciò che va soprattutto messo in evidenza sono le finalità radicalmente diverse sottese ai due provvedimenti: ad includendum quella di Mattarella, ad escludendum quella perseguita da Meloni.

Nel primo caso, l’obiettivo era governare un fenomeno nuovo (1990 – trentasei anni fa) per la scuola italiana nella prospettiva dell’inclusione e dell’integrazione; nel secondo, la limitazione della presenza degli alunni stranieri si inserisce in una visione che si traduce nella riproposizione, anche sul terreno scolastico, di una gerarchia tra «noi» e «loro», fino a configurare — nella sua conseguenza più estrema — una forma di suprematismo del bianco sul nero.

DIRITTO E PERSONA
Costituzione, Libertà e Diritti Civili
Blog a cura di Ernesto Mancini – avvocato
divulgare il diritto – difendere i diritti
www.dirittoepersona.it ernesto.mancini@hotmail.it

23/9/2026

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