La seconda morte di Abderrahim Fakir: il processo mediatico che assolve il potere
Mentre le indagini sono ancora in corso, una parte della politica e dell’informazione costruisce una narrazione che sposta l’attenzione dalla morte di un uomo al suo passato. È uno schema già visto: prima si delegittima la vittima, poi si assolve il sistema.
Abderrahim Fakir è morto. Questo è l’unico fatto certo. Tutto il resto dovrebbe essere affidato alle indagini della magistratura. E invece, ancora una volta, assistiamo a un copione ormai collaudato: prima ancora che venga accertata la verità, una parte della politica e dell’informazione si affanna a costruire una narrazione che assolve preventivamente chi rappresenta il potere e trasforma la vittima nell’imputato.
Non si cercano le cause della morte. Si cerca di dimostrare che, in fondo, quella morte era quasi inevitabile. O peggio, meritata.
È il metodo che Fabio Anselmo conosce fin troppo bene. Lo ha visto all’opera nel caso di Federico Aldrovandi, quando il ragazzo massacrato da quattro poliziotti venne raccontato come un giovane alterato, aggressivo, pericoloso. Oggi, osservando ciò che sta accadendo intorno alla morte di Fakir, l’avvocato della famiglia non ha esitato a dirlo: «Mi pare che stiano usando la stessa tecnica comunicativa che venne adottata per il caso Aldrovandi».
È difficile dargli torto. Da giorni l’attenzione non è concentrata sulle modalità con cui un uomo è morto durante un intervento delle forze dell’ordine. Si parla del suo passato, del suo disagio, della sua vita privata. Si scandagliano vecchi precedenti penali ormai estinti, si costruisce il ritratto di una persona “problematicа”, come se questo potesse modificare una domanda fondamentale: come è morto Abderrahim Fakir?
L’avvocata Barbara Spinelli è stata costretta perfino a intervenire per smentire la valanga di falsità circolate sul conto del suo assistito. Ha ricordato che i precedenti erano due, risalenti a oltre vent’anni fa, con condanne definitive eseguite tra il 2019 e il 2020, e che «tutto il resto non corrisponde a verità». Ha aggiunto di non essere più disposta a leggere ogni giorno il casellario giudiziale di Fakir per smentire fake news costruite ad arte.
Ma è proprio questo il meccanismo. Quando una persona muore durante un intervento dello Stato, invece di interrogarsi sull’operato delle istituzioni, si mette sotto processo la vittima. È una strategia comunicativa precisa: spostare il fuoco dalla responsabilità pubblica alla biografia privata.
Nel frattempo emergono elementi che meriterebbero ben altra attenzione. I primi riscontri autoptici parlano di polmoni pieni di sangue. Un video mostra tracce ematiche sotto il capo di Fakir mentre il corpo giace ancora sull’asfalto. Saranno gli accertamenti medico-legali a stabilire il significato di questi elementi, ma è evidente che esistono questioni investigative aperte.
Eppure la preoccupazione di alcuni sembra essere soprattutto quella di rassicurare l’opinione pubblica. Di spiegare subito che tutto è avvenuto correttamente, che gli agenti hanno agito con “cura, attenzione e delicatezza”, che non c’è nulla da vedere.
Fabio Anselmo ha parlato di «ansia di narrazione difensiva». Un’espressione che fotografa perfettamente ciò che sta accadendo.
Non è un caso isolato. È un riflesso politico. Negli ultimi anni è stata costruita una gigantesca architettura dell’impunità. Lo scudo penale introdotto dal governo non rappresenta soltanto una modifica procedurale: trasmette un messaggio culturale. Dice alle forze dell’ordine che lo Stato sarà al loro fianco comunque. Dice all’opinione pubblica che chi chiede trasparenza rischia di essere percepito come un nemico delle istituzioni.
Intanto, mentre si attende ancora di sapere perché sia morto un uomo, le indagini più rapide sembrano essere quelle contro chi ha manifestato il giorno successivo. Dodici persone sono già indagate per i disordini seguiti alla morte di Fakir. Sui danni materiali si forniscono cifre dettagliate. Sulla morte di un essere umano, invece, prevalgono prudenza quando si tratta di accertare le responsabilità e straordinaria velocità quando si tratta di costruire una narrazione.
Ma proprio perché la famiglia chiede giustizia e non vendetta, è ancora più inaccettabile assistere a un processo mediatico contro chi non può più difendersi.
La domanda non è se Abderrahim Fakir fosse una persona perfetta. Nessuno lo è. La domanda è un’altra, ed è l’unica che conta in uno Stato di diritto: un uomo è morto durante un intervento delle forze dell’ordine. Perché?
Finché questa domanda non avrà una risposta fondata sui fatti, ogni tentativo di delegittimare la vittima rappresenta non un contributo alla verità, ma un ostacolo alla giustizia.
Perché la seconda morte di Abderrahim Fakir non è avvenuta sull’asfalto del Pilastro. Sta avvenendo ogni giorno, attraverso una narrazione tossica che tenta di trasformare la richiesta di verità in un problema di ordine pubblico e la ricerca della giustizia in un attacco alle istituzioni.
Uno Stato democratico dovrebbe fare esattamente il contrario: proteggere la verità, anche quando è scomoda.









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