La Trappola del “campo largo” tra illusioni sociali e bellicismo europeo

L’attuale dibattito politico attorno alla costruzione del cosiddetto «campo largo» e alle proposte programmatiche delle opposizioni progressiste svela, a uno sguardo più attento, una profonda e preoccupante contraddizione di fondo.

Dietro le formule accattivanti e i proclami di rinnovamento si nasconde in realtà la riproposizione di ricette vecchie, timide sul piano sociale e pericolosamente subalterne su quello geopolitico.

C’è l’illusione di poter curare le piaghe di una crisi sistemica senza metterne in discussione i pilastri fondamentali, finendo per avallare logiche che confliggono frontalmente con gli interessi reali delle classi lavoratrici e con la sicurezza stessa del continente.

Partiamo da quello che dovrebbe essere il cuore pulsante di un’alternativa di sinistra: il lavoro dignitoso. La proposta di un salario minimo, sbandierata come una svolta epocale, si rivela nei fatti largamente insufficiente.

Non si tratta solo di una questione di cifre, ma di architettura strutturale. Un salario minimo degno di questo nome non può prescindere da un meccanismo di rivalutazione automatica ancorato al costo della vita, l’unico strumento in grado di proteggere davvero il potere d’acquisto dall’erosione inflazionistica.

Ma il peccato originale risiede nella copertura finanziaria: immaginare che tale misura debba essere pagata dalla fiscalità generale significa, in ultima analisi, far gravare il costo sui cittadini stessi. Si assiste così a un paradosso inaccettabile: lo Stato interviene per integrare i redditi bassi, sollevando i padroni dalla loro responsabilità diretta e lasciando intatti i profitti privati. Il salario si difende redistribuendo la ricchezza alla fonte. Oggi una sua firma dignitosa deve essere ormai a 12 euro orari, utilizzando un criterio che integri il sistema IPCA con i rincari energetici.

Questa timidezza sul fronte interno si ribalta in una spinta muscolare, e assai rischiosa, sul fronte internazionale. Si parla con leggerezza di una «difesa europea comune», presentandola quasi come un logico passo di integrazione politica.

La realtà è ben diversa: questa opzione implica inevitabilmente un massiccio rafforzamento dell’apparato militare e la strutturazione di un’economia di guerra. Per giustificare tali investimenti si rende necessaria l’individuazione di un nemico strategico permanente, identificato oggi nella Russia, alimentando una retorica dello scontro frontale che flirta pericolosamente con derive di escalation nucleare.

Qui si palesa il corto circuito ideale dei dem: non si può invocare una sanità pubblica più forte e, contemporaneamente, sostenere il militarismo europeo.

Se i soldi, l’energia e l’attenzione politica vengono drenati dall’industria bellica, quelle stesse risorse vengono sottratte alla cura delle persone, al potenziamento degli ospedali e alla tutela di un ambiente ormai al collasso. La difesa della vita e del territorio si fa con i medici e la transizione ecologica, non con i carri armati, anche quelli “europei”.

Siamo di fronte a una visione politica cristallizzata, ostinatamente aggrappata a un Occidente in crisi d’identità e a un’Europa la cui leadership appare ormai consumata e impotente.

Questa Europa ha rinunciato a esercitare un ruolo politico autonomo e pacificatore, incapace di muoversi nel contesto di un mondo multipolare dove l’unica via di uscita è rappresentata dalla cooperazione tra attori diversi, e non dalla logica dei blocchi contrapposti.

A fronte di questo scenario, diventa quanto mai urgente e non più rimandabile lavorare a una convergenza radicale. È necessario dare vita e vigore a un movimento largo, popolare e trasversale contro la guerra nel nostro Paese. Un movimento che non sia una semplice sommatoria di sigle, ma che sappia determinare una lotta sociale e una volontà politica opposta a quella che oggi domina il discorso pubblico. Solo un’opposizione di popolo forte e consapevole può spezzare la spirale che ci ha avviluppati in una crisi economica, ambientale e sociale senza precedenti, restituendo centralità alla pace, ai diritti e alla dignità del lavoro.

27//2026 Alternativ@ – Materiali per la costruzione dell’alternativa sociale e politica

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