Stato penale, crisi del welfare e governo del conflitto

Il libro di Italo Di Sabato indaga come sicurezza, controllo e punizione siano diventati strumenti sempre più centrali nella gestione delle contraddizioni sociali

di Elia Libertini

C’è un modo rassicurante di raccontare l’espansione delle politiche repressive che attraversa l’Italia e, più in generale, le democrazie contemporanee. Consiste nel considerare ogni nuovo reato, ogni aumento delle pene, ogni ampliamento dei poteri di polizia e ogni restrizione del diritto di manifestare come la risposta contingente a un’emergenza altrettanto contingente. Prima il terrorismo, poi l’immigrazione, il degrado urbano, le occupazioni, i rave, le proteste, i blocchi stradali, le rivolte nelle carceri. Cambia di volta in volta il soggetto indicato come pericolo, ma rimane immutato il dispositivo: davanti a un problema sociale, la risposta politica assume sempre più frequentemente la forma della proibizione, del controllo e della pena.

È questa lettura episodica che La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario, di Italo Di Sabato, pubblicato da Momo Edizioni, prova a rovesciare. Il punto di partenza del libro è che non siamo davanti a una semplice successione di emergenze, e neppure soltanto a una deriva repressiva imputabile a questo o quel governo. Siamo di fronte a una trasformazione più profonda delle modalità attraverso cui viene esercitato il potere nelle società contemporanee. Il sistema penale non può più essere considerato soltanto come l’apparato destinato a intervenire davanti alla commissione di un reato: diventa una vera e propria tecnologia politica di governo, attraverso la quale vengono amministrate contraddizioni sociali che la politica non vuole o non riesce più a risolvere. Nelle conclusioni del volume il punto viene formulato con nettezza: «La repressione non interviene quando la politica fallisce: ne prende il posto».

Il concetto di “democrazia punitiva” non indica dunque semplicemente uno Stato che punisce di più. Indica una democrazia nella quale pena, controllo e sicurezza acquistano una funzione politica crescente proprio mentre si indeboliscono gli strumenti attraverso cui il conflitto sociale veniva mediato. Il passaggio decisivo è quello dallo Stato sociale allo Stato penale. Precarizzazione del lavoro, impoverimento, indebolimento dei corpi intermedi, arretramento del welfare e aumento delle disuguaglianze non producono automaticamente politiche repressive, ma costituiscono il terreno sul quale la questione sociale può essere progressivamente tradotta in questione di ordine pubblico.

Quando diminuisce la capacità dello Stato di garantire sicurezza sociale, aumenta così la promessa di garantire sicurezza penale. Non si interviene prioritariamente sulle cause che producono marginalità, precarietà o conflitto, ma sui soggetti che ne rendono visibili gli effetti. Il povero diventa problema di decoro, il migrante problema di sicurezza, il detenuto corpo da neutralizzare, il manifestante problema di ordine pubblico, l’occupante abusivo problema penale. La politica smette progressivamente di chiedersi quali rapporti sociali producano un determinato conflitto e comincia a domandarsi attraverso quali strumenti quel conflitto possa essere contenuto. Il carcere, in questa prospettiva, non costituisce un elemento marginale: diventa una delle istituzioni attraverso le quali una società decide quali contraddizioni rendere invisibili. Nel libro viene descritto non tanto come risposta al crimine quanto come strumento di gestione della marginalità e del conflitto potenziale, destinato a contenere e neutralizzare ciò che eccede l’ordine sociale.

È all’interno di questa trasformazione che va letta anche la funzione della polizia. La questione non riguarda soltanto gli abusi compiuti da singoli appartenenti alle forze dell’ordine. Fermarsi alla categoria della “mela marcia” significa personalizzare ciò che deve invece essere interrogato sul piano istituzionale. Il problema posto dal libro è la funzione attribuita alla polizia in società attraversate da crescenti disuguaglianze e dalla riduzione degli spazi di mediazione politica del conflitto. Il potere coercitivo tende sempre più a spostarsi prima della commissione del reato: controllo, identificazione, sorveglianza, interdizione, prevenzione. Il bersaglio non è più soltanto ciò che un individuo ha fatto, ma ciò che potrebbe fare, il luogo nel quale si trova, il gruppo al quale viene associato, il conflitto del quale potrebbe diventare parte. La repressione assume così una funzione preventiva e disciplinare: non parla soltanto a chi viene direttamente colpito, ma comunica all’intero corpo sociale il possibile prezzo della disobbedienza.

La piazza cessa allora progressivamente di essere considerata uno spazio fisiologico della democrazia e viene trattata come uno spazio potenzialmente pericoloso da amministrare. È un passaggio fondamentale perché mostra come la repressione contemporanea non debba necessariamente assumere la forma eccezionale della sospensione manifesta delle libertà. Può procedere attraverso la loro erosione graduale, attraverso norme amministrative, dispositivi preventivi, divieti territoriali, aumento della discrezionalità delle autorità di pubblica sicurezza e anticipazione continua della soglia dell’intervento statale. L’ordine pubblico non interviene più soltanto quando il conflitto oltrepassa determinati limiti: tende a stabilire preventivamente quali forme di conflitto possano essere considerate legittime.

Uno dei meriti del libro è però quello di non ricostruire questa trasformazione come una semplice storia dell’autoritarismo delle destre. La democrazia punitiva ha una genealogia più lunga e politicamente trasversale. Il volume torna per questo su Tangentopoli, sul populismo giudiziario, sul giustizialismo, sulla retorica della legalità e sulla progressiva sostituzione del conflitto politico con la contrapposizione morale tra onesti e disonesti. A essere messa in discussione non è la legalità come limite al potere, elemento essenziale di qualsiasi ordinamento democratico, ma la sua trasformazione in ideologia della legalità, nella quale il rispetto della norma finisce per essere identificato automaticamente con la giustizia.

È qui che il discorso diventa particolarmente scomodo anche per una parte della sinistra. La costruzione dello Stato penale italiano non comincia con l’attuale stagione politica. La cultura dell’emergenza, l’inasprimento penale, la criminalizzazione delle marginalità, la retorica del decoro, il giustizialismo e l’idea secondo cui problemi politici e sociali possano essere affrontati attraverso il codice penale hanno attraversato schieramenti differenti. La destra radicalizza questa grammatica, ma non l’ha inventata. Ed è proprio questa continuità a spiegare perché le politiche sicuritarie riescano a sedimentarsi così facilmente. Ogni emergenza lascia dietro di sé nuovi poteri, nuove norme e nuovi dispositivi che raramente scompaiono quando l’emergenza finisce. L’eccezione non sospende più temporaneamente la normalità: tende a diventare essa stessa una modalità ordinaria di governo.

La democrazia punitiva, tuttavia, non è soltanto un libro sulla repressione. La crescita dello Stato penale viene messa in relazione con la crisi della rappresentanza politica. La trasformazione istituzionale iniziata negli anni Novanta, l’affermazione del maggioritario, la personalizzazione della politica, il progressivo rafforzamento degli esecutivi e la centralità assunta dalla governabilità vengono interpretati come parti di una trasformazione più ampia. Non perché maggioritario e repressione siano fenomeni sovrapponibili, ma perché entrambi possono inserirsi in una concezione della politica che considera il conflitto sempre meno come elemento costitutivo della democrazia e sempre più come ostacolo alla decisione. Non casualmente il volume dedica una parte specifica alla crisi della rappresentanza e alla svolta maggioritaria, collegandole alla successiva moralizzazione dello spazio sociale.

Se la società è attraversata da interessi differenti e conflittuali, rappresentare significa consentire a quel conflitto di entrare nelle istituzioni. Se invece il valore dominante diventa la capacità di decidere rapidamente, la pluralità tende ad apparire come intralcio. La decisione prende il posto della mediazione, la governabilità della rappresentanza, l’ordine del conflitto. È in questo passaggio che il paradigma punitivo supera i confini del diritto penale: diventa un modo di pensare la società, le istituzioni e perfino il cittadino.

Ed è proprio questo spostamento a condurre verso una delle questioni più interessanti affrontate nel volume: nessun sistema repressivo potrebbe consolidarsi facendo affidamento esclusivamente sulla coercizione. Lo Stato penale ha bisogno di consenso. La cronaca nera, i social network, la costruzione mediatica del nemico, la paura, la giustizia emotiva, la retorica anticasta e la moralizzazione contribuiscono a costruire un cittadino che interpreta sempre più frequentemente i problemi sociali attraverso categorie penali: colpevole e innocente, vittima e carnefice, ordine e disordine. La domanda diventa allora più difficile: perché una società attraversata da precarietà e perdita di diritti può arrivare a chiedere più punizione anziché più diritti?

Il libro individua nella sicurezza una possibile compensazione simbolica alla perdita di sicurezza materiale. Quando diminuisce la capacità di controllare il proprio lavoro, il reddito, la casa o il futuro, acquista forza politica la promessa di controllare qualcun altro. Il migrante, il povero, il detenuto, il manifestante, il giovane considerato deviante possono così diventare figure sulle quali trasferire paure e insicurezze che hanno origini differenti. La sicurezza diventa il linguaggio attraverso il quale una parte della società interpreta condizioni che nascono altrove, mentre la richiesta di protezione può trasformarsi in domanda di punizione.

Per questo il passaggio dal welfare al penale non può essere spiegato soltanto attraverso le istituzioni. Lo Stato penale si stabilizza quando diventa senso comune, quando una parte della società comincia a identificare l’ordine con la sicurezza e la sicurezza con la punizione. Il libro insiste proprio su questo punto: «Lo Stato penale non si è imposto contro la società: si è costruito dentro di essa, fino a diventare senso comune». La questione non è dunque soltanto smontare gli apparati repressivi, ma comprendere e mettere in discussione le soggettività che finiscono per considerarli necessari e desiderabili.

È in questa prospettiva che assume significato anche l’orizzonte abolizionista presente nelle pagine dedicate al carcere. Non come promessa ingenua di una società improvvisamente priva di violenza e conflitti, ma come rovesciamento della domanda. Se il sistema penale svolge una funzione strutturale nel governo delle disuguaglianze, non basta chiedere semplicemente che funzioni meglio. Occorre interrogare la funzione stessa della punizione. Il libro formula la questione partendo dal carcere: non domandarsi soltanto come punire meglio, ma se una società fondata sulla punizione possa considerarsi giusta.

Ne deriva anche una diversa concezione della sicurezza. Non quella prodotta dalla moltiplicazione di polizia, carcere, sorveglianza e divieti, ma quella costruita attraverso diritti sociali, reddito, casa, salute, istruzione, relazioni e possibilità collettive di affrontare il conflitto. In questo senso l’abolizionismo non rappresenta soltanto una teoria sul carcere: diventa una critica più generale all’idea che la società possa essere governata selezionando, isolando e neutralizzando continuamente soggetti considerati pericolosi.

È probabilmente qui che si trova il nucleo più radicale di La democrazia punitiva. La repressione non è semplicemente ciò che accade quando la democrazia viene sospesa. Può diventare uno dei modi attraverso cui una democrazia continua formalmente a funzionare mentre modifica profondamente il proprio rapporto con il conflitto, i diritti e la cittadinanza. Il problema non è dunque soltanto quanto uno Stato punisca, ma che cosa una società decide di non trasformare nel momento in cui sceglie di punire.

Ed è questa, alla fine, la domanda che il libro lascia aperta: quali condizioni sociali producono ciò che continuiamo a pretendere di risolvere attraverso la repressione?


Stato penale, mutazione antropolgica e consenso reazionario – Italo di Sabato – Momo Edizioni Collana xXx, 2026, pp.176- Euro 16

27/9/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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