La vergogna della condizione di rifugiato in Italia

Alberto Gaino

“Ad una protezione formale corrisponde una sostanziale esclusione sociale [del rifugiato ndr]” sintetizza Yagoub Kibeida, presidente di Unire (Unione nazionale italiana per i rifugiati e gli esuli) al termine dell’incontro promosso dal Festival dell’Accoglienza, a Torino, per presentare la ricerca sulle persone straniere che hanno ottenuto la protezione internazionale in Italia. Condizione che dovrebbe assicurare loro un inserimento facilitato nel tessuto economico e sociale del nostro Paese, dopo le peripezie di una fuga dai pericoli di regimi dittatoriali e dalle guerre.

Abbiamo tutti sotto gli occhi l’ultimo caso, tutt’altro che nuovo ma oggi insopportabile oltre ogni limite umano, di Israele sui palestinesi di Cisgiordania e di Gaza. Genocidio che porterà ad una nuova ondata migratoria di massa e a tante richieste di asilo. Oggi i rifugiati nel nostro paese sono 250 mila.

Che accoglienza troveranno questi nuovi migranti per necessità assoluta? Un sistema praticamente smantellato: chi, come la Diaconia Valdese, se ne fa carico riceve oggi 35 euro per nutrire, alloggiare, vestire, istruire e avviare al lavoro un rifugiato per ogni giorno che affronta da esule forzato. C’è “persino” un pocket money a loro disposizione: 2,5 euro al giorno.

Ma, se la Diaconia Valdese, come altre organizzazioni umanitarie, fa i salti mortali per realizzare un’accoglienza quanto meno dignitosa, ve ne sono altre di tutt’altro orientamento, sicché il 73 per cento dei rifugiati dichiara ai ricercatori di non aver avuto accesso ad un alcun aiuto per conto dello Stato tramite il governo attuale. È uno dei tanti indici super negativi che caratterizzano “uno scandalo ignorato rispetto al principio di un’accoglienza degna di questo nome.

L’Unione Europea richiama gli stati membri ad adeguarsi entro il 2026”, dice Ferruccio Pastore che ha coordinato la ricerca commissionata da UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e che non è stato ancora tradotta in Italiano e pubblicata per i feroci tagli di bilancio imposti all’Onu da Trump. Ma che è l’ultima voce per importanza a impattare sulle politiche di sostegno dell’organizzazione mondiale ai paesi poveri, in particolare per Africa, Medio Oriente, Centro e Sud America.

Pastore ricorda che da noi l’indice di povertà relativa scatta sotto la soglia del 70 per cento in meno del reddito mediano degli italiani: inchioda la condizione del 17 per cento dei nostri connazionali, vale per il 39% degli stranieri di provenienza extra Ue e riguarda il 67 per cento dei rifugiati. Che pure avrebbero opportunità maggiori, almeno sulla carta, come sottolinea l’intervento dal pubblico di Eugenio, volontario della Pastorale Migranti di Torino: “Possono partecipare ai nostri concorsi pubblici, ma i loro titoli di studio non vengono riconosciuti”.

La sua testimonianza coincide con quanto emerge dalla ricerca sulla condizione dei rifugiati in Italia (una netta minoranza rispetto ai 5,400 milioni di migranti che vivono qui): appena il 12 per cento del campione di intervistati ha dichiarato di aver trovato un lavoro coerente con il proprio percorso formativo. Dai dati di Pastore sbuca anche un inquietante 19 rifugiati su 100 dettisi non interessati, per sfiducia nel sistema, al riconoscimento del titolo formativo.

Eugenio riceve ogni giorno allo sportello dell’Ufficio Pastorale Migranti (Upm) di via Cottolengo 22 a Torino decine di queste persone e descrive come la sfiducia attecchisce nei loro cervelli: “Arrivano in Italia sapendo di potere ottenere rapidamente lo status di rifugiati nei paesi Ue, ma qui rimangono intrappolati in una rete burocratica sostenuta dall’orientamento governativo. E accade regolarmente che ai 180 giorni stabiliti per una risposta positiva alla richiesta di asilo subentrino anche due anni e più di attesa. Una volta ottenuto il sì, sei un ufficialmente un rifugiato: entro 6 mesi devono cominciare a riottenerne la conferma.”

È così che nasce la sfiducia. È così che i rifugiati accettano qualsiasi lavoro dequalificato e mal pagato. Ed è così che finiscono in fondo alla piramide economica e sociale. “Un paradosso per un gruppo sulla carta protetto”, certifica la ricerca. Un altro dato in questo senso spunta dalle risposte a una griglia di 13 indicatori che misurano la povertà delle persone. Un paio di esempi. Il primo: Puoi permetterti almeno una settimana di vacanza l’anno? Il 67 per cento dei rifugiati dice di no.

Il secondo esempio: Possiedi un mezzo meccanico di trasporto? Il 75 per cento risponde di no.

Ad essere poveri assoluti sono l’8 per cento degli italiani, il 21 dei migranti, il 26 per cento dei rifugiati.

Chi ha soltanto un’istruzione primaria ha il 10 per cento di probabilità in più di fermarsi in fondo alla piramide sociale italiana. Chi ha più di 45 anni il 17%. E chi proviene da Africa e Asia il 9 %. Sotto questo aspetto tutte le ricerche serie, non solo quest’ultima, concordano sull’evidenza che la nostra società è sempre più stratificata in base a nazionalità e colore della pelle.

Guardiamo dentro il mondo del lavoro: il tasso di occupazione degli italiani è del 62%, quello degli stranieri extra Ue del 60,7%. Più alto – del 70 per cento – è il tasso di occupazione dei rifugiati. Significa che lavorano di più ma anche che guadagnano di meno. Ne è la riprova la differenza marcata fra i salari: 1675 euro netti in media per gli italiani, 1329 per i migranti extra Ue, 1163 per i rifugiati.

Poi ci sono particolari livelli di sfruttamento e qui interviene ancora la testimonianza di Eugenio: “Ho visto almeno 25 buste paga, negli ultimi tempi, di stranieri che sulla carta dovrebbero prendere 1800 euro lordi al mese, ma ai quali i datori di lavoro applicano una riduzione arbitraria: 9-10 giorni di assenze ingiustificate, con la conseguenza punitiva che i loro emolumenti scendono sotto i 1000 euro. Queste persone sono state abituate a pensare che hanno solo doveri, e non anche diritti.”

Il diffuso senso di sfiducia/rassegnazione contribuisce e spicca in particolare dalla domanda Quale è stata la tua reazione se e quando hai subito un torto? L’87 per cento del campione di rifugiati ha risposto di non aver denunciato discriminazioni patite. Perché? Anche per la paura di doversi recare in Questura.

Un altro fattore importante che emerge dalla ricerca è la scarsità di reti personali che distingue i rifugiati e che ne determina l’isolamento sociale. Emerge dalle risposte alla domanda: Su quante persone puoi contare in caso di difficoltà? Su nessuna per il 16 per cento degli intervistati. Su una o due al massimo, per il 49 per cento.

“I rifugiati sono costretti a cavarsela da soli” è l’amara conclusione della ricerca. “La situazione del welfare pubblico – sostiene la ricercatrice Chiara Agostini – rende sempre più vitale per la promozione del benessere dei migranti l’apporto del volontariato seriamente motivato nell’attivare servizi di informazioni sui diritti, corsi di lingua italiana, di orientamento al lavoro, assistenza sanitaria, di ricerca di un’abitazione, di risposte alle tante necessità di una vita che deve ricominciare da capo”.

La ricerca di UNHCR e FIERI Researching Migration and Society ha il merito di aver messo a nudo una vergogna d’Italia.

rifugiato

Foto di Matteo Paganelli su Unsplash

13/10/2025 https://serenoregis.org/

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