L’altra faccia della lotta: la storia non raccontata della resistenza delle donne palestinesi.
Romana Rubeo ripercorre quasi un secolo di resistenza delle donne palestinesi, restituendo a organizzatrici, combattenti, detenute, giornaliste e operatrici di cura il ruolo centrale che spetta loro nella storia nazionale.
di Romana Rubeo, Thinking Palestine
Nell’ottobre del 1929, centinaia di donne palestinesi si riunirono a Gerusalemme. Provenivano da Giaffa e Haifa, Nablus e Acri, Ramallah, Jenin, Safad e altre località, in un momento di profonda trasformazione politica. Il loro incontro, svoltosi il 26 ottobre, divenne noto come il primo Congresso delle donne arabe palestinesi.
Le partecipanti si riunirono per discutere della questione palestinese, che aveva assunto un carattere di particolare urgenza. Nel 1917, con la Dichiarazione Balfour, la Gran Bretagna si era impegnata a sostenere la creazione in Palestina di un “focolare nazionale per il popolo ebraico”, senza tuttavia riconoscere in misura analoga i diritti politici o nazionali della popolazione araba palestinese. Inoltre, sotto il Mandato britannico, l’immigrazione sionista era aumentata in modo significativo, accompagnata dall’acquisto di terreni e dallo sviluppo di istituzioni volte a sostenere la realizzazione di un progetto nazionale ebraico in Palestina.
Nelle sue risoluzioni, il Congresso delle donne respinse la Dichiarazione Balfour, si oppose all’immigrazione sionista e chiese l’istituzione di un governo nazionale rappresentativo. In seguito, le donne palestinesi presentarono tali richieste all’Alto Commissario britannico e organizzarono un corteo di auto attraverso Gerusalemme, fermandosi presso i consolati stranieri per consegnare il loro messaggio politico.
Tra loro figuravano Tarab Abd al-Hadi, che ospitò nella sua casa di Gerusalemme le riunioni preparatorie del congresso; Matiel Mogannam, che nel 1937 avrebbe pubblicato *The Arab Woman and the Palestine Problem* (La donna araba e il problema palestinese); e Zulaykha al-Shihabi, il cui attivismo politico sarebbe proseguito durante la rivolta degli anni Trenta e ben oltre la Nakba e la creazione di Israele sulle rovine della Palestina storica nel 1948.
Le organizzazioni femminili di carattere benefico, educativo e sociale si erano già progressivamente politicizzate durante i primi anni del dominio coloniale britannico. Tuttavia, nel 1929, le donne palestinesi si affermarono collettivamente come soggetti politici all’interno del movimento nazionale che si stava costituendo.
Per gran parte del Novecento e fino ai giorni nostri, le rappresentazioni delle donne palestinesi nel discorso politico e mediatico occidentale hanno fatto spesso ricorso a un repertorio limitato di archetipi. Nel migliore dei casi, la donna palestinese appare come una vittima inerme: la madre profuga, la vedova in lutto, la donna in fuga dalla distruzione. In un’altra accezione, diventa la “donna araba oppressa” – costretta entro i vincoli della religione, della tradizione e di una società patriarcale – in attesa di emancipazione. In determinati momenti storici, un’altra immagine ha interrotto tali rappresentazioni: quella della donna armata, immediatamente etichettata come “terrorista”.
La verità è che la passività non è mai stata la condizione storica da cui le donne palestinesi hanno dovuto affrancarsi. Si trattava, piuttosto, di una condizione ripetutamente imposta loro attraverso rappresentazioni che faticavano a riconoscere forme di rappresentanza politica non conformi alle concezioni precostituite della donna araba.
Come affermato da Jane Hardy e Katie Coles nel loro saggio *Palestinian women’s resistance: from the Great Revolt to the First Intifada (1936 to 1993)*:
«Il pensiero orientalista – una corrente presente in alcuni movimenti “femministi” dei paesi imperialisti – ha dipinto le donne palestinesi come prive di capacità di agire autonomamente, come “vittime silenziose dell’oppressione religiosa, patriarcale e culturale, prive di controllo su se stesse e sul proprio corpo” e bisognose di essere salvate. Eppure, nonostante questa retorica che le ritrae come spettatrici passive, relegando il loro ruolo nella resistenza all’invisibilità o alla marginalità, esse sono state costantemente attive nella storia delle lotte palestinesi, spesso in prima linea».
Di fatto, le donne palestinesi si organizzarono politicamente già prima della Nakba. Parteciparono alla Grande Rivolta del 1936-1939: alcune combatterono attivamente, mentre altre trasportarono armi, informazioni, denaro e medicinali, contribuirono a nascondere i ribelli e curarono i feriti.
Nel 1948, durante la violenta espulsione degli abitanti palestinesi dalla Palestina storica, le donne parteciparono alla difesa delle proprie comunità. Dopo la Nakba, ricostituirono organizzazioni politiche in esilio. Aderirono a cellule clandestine e gruppi di guerriglia, subirono la prigionia e gli interrogatori, organizzarono i detenuti, produssero letteratura rivoluzionaria e contribuirono a costruire le istituzioni di massa che sostennero la Prima Intifada. Presero parte alla resistenza popolare contro l’occupazione in Cisgiordania e alla Grande Marcia del Ritorno a Gaza. Documentarono le violenze israeliane e mantennero attive reti sociali e politiche tra assedi, sfollamenti e guerre.
Questo articolo mira a reinserire le donne palestinesi in una storia politica da cui sono state troppo spesso analiticamente separate.
Dall’organizzazione femminile alla mobilitazione nazionale
L’emergere di un movimento organizzato delle donne palestinesi va inquadrato nel contesto delle profonde trasformazioni avvenute durante l’ultima fase dell’epoca ottomana e il periodo del Mandato britannico.
Già prima di costituirsi in movimento politico organizzato, le donne palestinesi erano attive in associazioni caritatevoli ed educative. Sebbene tale attività possa apparire apolitica se decontestualizzata dalla realtà coloniale, in un clima di rivolta essa divenne parte dell’infrastruttura che rendeva possibile la resistenza politica.
Di fatto, fornire assistenza alle famiglie dei detenuti, curare i feriti colpiti dalle forze coloniali o raccogliere fondi per le comunità prese di mira dalla repressione difficilmente poteva essere definito come semplice “lavoro sociale” apolitico.
In seguito alla rivolta di al-Buraq dell’agosto 1929 — una settimana di sollevazione scatenata da una disputa sull’accesso al Muro del Pianto di Gerusalemme, che causò oltre 250 morti e centinaia di feriti — l’attività politica delle donne palestinesi si espanse notevolmente. Il congresso di ottobre a Gerusalemme portò alla creazione di un comitato esecutivo e rafforzò i legami tra le organizzazioni femminili di diverse città palestinesi.
Abd al-Hadi, Mogannam e al-Shihabi emersero come importanti voci nazionaliste. Nel giro di meno di un decennio, quel movimento si sarebbe trovato ad affrontare un contesto politico assai diverso.
Nel 1936, la Palestina insorse.
Le donne della Grande Rivolta
La Grande Rivolta palestinese del 1936-1939 fu uno degli eventi cruciali del periodo del Mandato britannico. Iniziata con uno sciopero generale ed evolutasi in una ribellione armata, mobilitò ampi settori della società palestinese contro il dominio coloniale britannico e l’avanzata del progetto sionista.
L’iconografia legata alla Rivolta è dominata dagli uomini: dal combattente palestinese che attraversa le colline con il fucile in spalla al leader politico impegnato in trattative, nel rilascio di dichiarazioni o nell’andare in esilio, le donne sono molto più difficili da scorgere.
Tuttavia, gli studi in lingua araba, la storiografia palestinese e, in particolare, le ricerche basate sulla storia orale hanno preservato testimonianze di una presenza femminile ben più ampia.
Come sostiene Matthew Hughes nel suo articolo *Women, Violence, and the Arab Revolt in Palestine, 1936–39*: «La storia […] dimostra che le donne hanno svolto un ruolo nella rivolta e nella pacificazione, sia in quanto soggette a un controllo imperiale logorante, sia come attrici attive della ribellione».
In questo contesto, la storia di Fatima Khalil Ghazal è particolarmente significativa. Ghazal fu uccisa nel giugno 1936 durante gli scontri con le forze coloniali britanniche nei pressi di Wadi Azzun. Le fonti palestinesi la ricordano come una delle prime donne palestinesi a perdere la vita nella resistenza armata contro il dominio britannico.
Donne come Wadi’a Qaddura Khartabil operavano inoltre attraverso reti femminili organizzate, che rifornivano i ribelli e ne sostenevano le famiglie. Zulaykha al-Shihabi contribuì a organizzare i soccorsi e mobilitò le donne a sostegno dei prigionieri palestinesi, incoraggiando tra l’altro la partecipazione ai processi come forma di pubblica manifestazione di solidarietà politica.
La Catastrofe: le donne a difesa della Palestina
La repressione della Grande Rivolta ebbe un impatto enorme sulla società politica palestinese. La Gran Bretagna uccise, imprigionò o esiliò un gran numero di quadri politici e militari palestinesi, lasciando la popolazione indebolita alla vigilia della lotta culminata nella Nakba, la Catastrofe del 1948.
La Nakba si riferisce allo sfollamento di massa e all’espropriazione dei palestinesi durante la fondazione di Israele nel 1948, quando oltre 700.000 palestinesi furono espulsi dalle loro case e centinaia di città e villaggi palestinesi furono svuotati della popolazione o distrutti.
Mentre le milizie sioniste intensificavano i loro attacchi tra il 1947 e il 1948, le donne palestinesi parteciparono nuovamente alla difesa politica, sanitaria e militare delle loro comunità.
Uno degli episodi più interessanti riguarda le due sorelle Muhayba e Nariman Khorsheed e la loro organizzazione femminile con sede a Giaffa, *Zahrat al-Uqhuwan* (il fiore del crisantemo). Le testimonianze palestinesi descrivono un’organizzazione che, con l’intensificarsi del conflitto, evolse dalle attività sociali femminili verso forme di resistenza più dirette: a quanto riferito, le donne ricevettero addestramento all’uso delle armi, prestarono assistenza ai combattenti e parteciparono alla difesa di Giaffa e delle aree circostanti.
Sono giunte fino a noi anche le testimonianze di altre donne provenienti dai villaggi e dalle cittadine colpiti durante la Nakba, sebbene non sia facile reperire prove storiche inequivocabili. La Nakba, infatti, non si limitò a distruggere vite e comunità, ma cancellò anche documenti e registrazioni. Le attività svolte all’interno delle case, dei villaggi, delle reti informali e dei nuclei familiari avevano già minori probabilità di confluire negli archivi politici ufficiali; lo sfollamento ha reso la loro ricostruzione ancora più ardua.
La distruzione della società palestinese nel 1948 trasformò e frammentò il terreno della lotta politica. Le donne subirono la dispersione che colpì l’intera società palestinese.
Tuttavia, le reti politiche del movimento nazionale riemersero lentamente in esilio e le donne parteciparono alla loro ricostruzione. Tra loro, Samira Azzam rappresenta un esempio particolarmente significativo.
Azzam è ricordata soprattutto come una delle voci letterarie più importanti della generazione della Nakba palestinese. Attraverso la sua produzione narrativa e la sua attività radiofonica, ha documentato la dimensione psicologica e sociale dell’esilio.
Fu anche impegnata in politica. Nel 1961 prese parte al nucleo fondatore di un’organizzazione palestinese clandestina – che sarebbe poi divenuta nota come Fronte di Liberazione della Palestina – risultando, a quanto si dice, l’unica donna tra i fondatori. In seguito, assunse l’incarico di organizzare la sezione femminile del movimento.
La generazione delle fedayeen
L’emergere di Fatah, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e di altre organizzazioni rivoluzionarie nel corso degli anni Sessanta trasformò la politica palestinese.
La sconfitta degli eserciti arabi nella guerra del giugno 1967 accelerò tale trasformazione. Le organizzazioni armate palestinesi iniziarono a presentare sempre più i palestinesi stessi – anziché gli Stati arabi – come i principali artefici della liberazione nazionale.
Tra le donne che presero parte a questo cambiamento politico figura Shadia Abu Ghazaleh. Nata a Nablus nel 1949, Abu Ghazaleh aderì al Movimento Nazionalista Arabo e, successivamente, al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.
Dopo che Israele ebbe occupato la parte restante della Palestina storica nel 1967, partecipò alla resistenza attiva, contribuì a ricostruire le reti organizzative clandestine a Nablus e assunse la responsabilità della sezione femminile del FPLP nell’area. Morì il 20 novembre 1968, all’età di diciannove anni, quando un ordigno esplosivo che stava preparando detonò accidentalmente.
Un altro esempio è Fatima Bernawi. Palestinese di origini africane proveniente da Gerusalemme, Bernawi si unì a Fatah e fu arrestata nel 1967 in seguito a un tentativo di attentato dinamitardo contro il cinema Zion. È ampiamente ricordata nella storia palestinese come la prima donna prigioniera della rivoluzione moderna.
«Trascorse 10 anni in prigione prima di essere rilasciata nell’ambito di uno scambio di prigionieri; come per la maggior parte dei palestinesi, il periodo di detenzione in Israele non fece altro che rafforzare la sua determinazione. In seguito, lavorò a stretto contatto con Yasser Arafat per istituire la Polizia femminile palestinese a Gaza», scrive Elom Tettey-Tamaklo nel suo articolo *On Fatima Bernawi, Women’s Struggle, and Black-Palestinian Solidarity*.
Poi arrivarono Aisha Odeh, Rasmea Odeh e numerose altre donne la cui attività politica divenne inscindibile dalla storia della detenzione nelle carceri israeliane. Il carcere trasformò ancora una volta il significato della resistenza. Nonostante l’isolamento e la reclusione, le detenute svilupparono forme di organizzazione collettiva, educazione politica e solidarietà.
È in questo contesto storico che va inquadrata la figura di Leila Khaled. La partecipazione di Khaled al dirottamento del volo TWA 840 nel 1969 e al tentativo di dirottamento di un aereo della El Al nel 1970 la resero una delle figure più note a livello internazionale della rivoluzione palestinese.
Khaled faceva parte di una generazione molto più ampia. Diverse donne – tra cui Therese Halsa, Amina Dahbour, Abla Taha, Aida Saad e altre – presero parte a organizzazioni rivoluzionarie ricoprendo ruoli militari, politici e logistici.
Nel 1978, Dalal al-Mughrabi, una rifugiata palestinese nata in Libano, guidò un’unità di Fatah nell’operazione ricordata dai palestinesi come l’operazione della Strada Costiera. Mughrabi rimase uccisa, insieme ad altri membri del gruppo, durante l’attacco.
Il suo ruolo nella memoria politica palestinese è stato enorme: strade, istituzioni e commemorazioni pubbliche portano il suo nome.
La prima Intifada e l’espansione della resistenza
La Prima Intifada, iniziata nel dicembre 1987, ha rivelato la piena portata della partecipazione delle donne palestinesi alla resistenza popolare. Le testimonianze palestinesi descrivono come i comitati di quartiere distribuissero cibo, curassero i feriti e organizzassero scioperi e boicottaggi. Quando Israele chiuse le scuole e impose rigidi coprifuoco, i palestinesi impartirono lezioni ai bambini nelle abitazioni private. Le donne svolsero un ruolo centrale in queste reti: organizzarono manifestazioni, distribuirono volantini, sostennero le famiglie dei detenuti e garantirono il funzionamento delle comunità.
Le donne arrivarono persino a frapporre fisicamente i propri corpi tra i soldati israeliani e i ragazzi palestinesi, affrontando le truppe e sottraendo con la forza i giovani per impedire che venissero arrestati o picchiati. Tali interventi avvenivano mentre Israele attuava la famigerata politica del “rompere le ossa”, in base alla quale i soldati avevano l’ordine di ricorrere sistematicamente alla forza e alle percosse per reprimere la rivolta. Come avrebbe poi ricordato Khitam Saafin, dell’Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi, le donne affrontavano i soldati e strappavano i ragazzi fermati dalla loro presa.
Khalida Jarrar proviene da questo contesto politico. Nata a Nablus nel 1963, si impegnò in organizzazioni di volontariato e fu arrestata durante una manifestazione per la Giornata internazionale della donna nel marzo del 1989. In seguito diresse l’associazione Addameer, si batté per i diritti dei prigionieri palestinesi e nel 2006 fu eletta al Consiglio legislativo palestinese. Israele l’ha arrestata ripetutamente, spesso senza accuse né processo. In carcere ha insegnato ad altre donne e organizzato attività educative, trasformando la condivisione del sapere in un’ulteriore forma di resistenza.
Oltre Oslo: villaggio e prigione
La Seconda Intifada, iniziata nel 2000, ha visto le donne partecipare a manifestazioni, attività di assistenza sanitaria e di soccorso, organizzazioni politiche e, in misura minore, a gruppi armati. Un numero ristretto di esse – tra cui Wafa Idris, Ayat al-Akhras e Hanadi Jaradat – ha compiuto attentati suicidi, o *Istishhad* (azioni di martirio), come sono più comunemente noti tra i palestinesi.
Nella letteratura accademica israeliana ed euro-americana, queste donne venivano spesso descritte come figure lese, socialmente devianti o addirittura manipolate; raramente, insomma, venivano considerate attrici politiche. Come già accennato, si tratta di uno schema ricorrente nell’interpretazione della lotta palestinese: la violenza viene esaminata isolatamente, mentre l’occupazione e la più ampia lotta di liberazione passano in secondo piano. Nel caso delle donne, tale lettura nega loro anche quell’autonomia d’azione abitualmente riconosciuta agli uomini. Come sostengono Bilal Hamamra, Rebecca Ruth Gould e Asala Mayaleh nel loro articolo *Against the Depoliticisation of Palestinian Female Shahids*, le martiri palestinesi erano “soggetti consapevoli, i cui atti finali sottolineano la loro adesione a narrazioni religiose e nazionali incentrate sul sacrificio”. Il loro coinvolgimento, inoltre, scardinava due presupposti profondamente radicati: la visione coloniale dei palestinesi come popolo privo di capacità di agire politicamente e la concezione patriarcale della resistenza armata come ambito esclusivamente maschile.
Dopo la Seconda Intifada, le donne hanno continuato a partecipare attivamente alle lotte contro gli insediamenti, la confisca delle terre, il muro di separazione e la detenzione per motivi politici.
Nabi Saleh è divenuto noto per le sue manifestazioni settimanali contro l’espansione degli insediamenti e l’appropriazione della sorgente del villaggio. Le donne della famiglia Tamimi hanno protestato, documentato le incursioni militari e subito ripetuti arresti, al fianco degli uomini e dei bambini del villaggio.
Ahed Tamimi ha acquisito notorietà internazionale dopo il suo arresto nel 2017, all’età di sedici anni. Tuttavia, non è mai stata un simbolo isolato: è cresciuta in un villaggio caratterizzato dalla resistenza collettiva e in una famiglia in cui le donne erano politicamente attive da tempo.
A quasi un secolo di distanza dalla mobilitazione delle donne palestinesi a sostegno dei prigionieri durante la Grande Rivolta, il carcere è rimasto un luogo centrale dell’impegno politico femminile.
Gaza e la Grande Marcia del Ritorno
Il 30 marzo 2018, i palestinesi di Gaza iniziarono a radunarsi vicino alla recinzione che li separava dalle terre da cui la maggior parte delle loro famiglie era stata espulsa.
Le donne parteciparono alla Grande Marcia del Ritorno fin dal primo giorno. Si organizzarono, marciarono, prestarono soccorso ai feriti e documentarono le manifestazioni. Portarono i propri figli e le famiglie negli accampamenti di protesta. Alcune si avvicinarono alla recinzione sventolando bandiere palestinesi.
Tra loro c’era la cinquantasettenne Um Khalid Abu Mosa, di Khuza’a, colpita alla spalla dalle forze israeliane il 30 marzo.
Il 1° giugno 2018, le forze israeliane uccisero a colpi d’arma da fuoco Razan al-Najjar, una volontaria del soccorso sanitario di 21 anni, mentre prestava assistenza ai manifestanti feriti nei pressi di Khan Yunis. Indossava un abbigliamento che la identificava come personale sanitario.
Al-Najjar divenne uno dei volti più noti della Marcia del Ritorno, ma faceva parte di una rete medica molto più ampia. I paramedici lavoravano incessantemente vicino alle manifestazioni, curando le persone ferite da proiettili veri e gas lacrimogeni. Le donne contribuirono a costruire e sostenere questa rete.
Anche le giornaliste divennero testimoni essenziali delle manifestazioni, realizzando reportage dagli accampamenti di protesta e documentando la violenza israeliana contro i manifestanti, i paramedici e i membri della stampa. Tra queste c’era Wafaa Aludaini, che ogni venerdì seguiva la Grande Marcia del Ritorno, portando le voci e le immagini di Gaza al pubblico anglofono. Il 30 settembre 2024, durante il genocidio israeliano a Gaza, un raid aereo israeliano colpì la sua casa a Deir al-Balah, uccidendo Wafaa, suo marito e due dei loro figli.
La resistenza delle donne al genocidio
Le donne palestinesi sono in prima linea nella lotta e il loro ruolo attivo spinge Israele a considerarle nemiche pericolose da eliminare. Ciò è evidente nella retorica che dipinge le madri palestinesi come la fonte della “testa del serpente” – per usare le parole dell’ex ministra della Giustizia israeliana Ayelet Shaked, la quale invocò l’uccisione delle madri insieme ai loro figli, descritti come “piccoli serpenti”.
Tale visione delle donne palestinesi trova ulteriore conferma nel tentativo di Israele di cancellarle durante l’attuale genocidio. Secondo UN Women, tra l’ottobre 2023 e il dicembre 2025 a Gaza sono state uccise oltre 38.000 donne e bambine – una media di almeno 47 al giorno – mentre circa un milione di loro è stato sfollato.
La guerra genocida israeliana, iniziata nell’ottobre 2023, ha causato distruzione su una scala senza precedenti nella storia palestinese moderna. Intere famiglie sono state sterminate, interi quartieri cancellati e la maggior parte della popolazione di Gaza è stata ripetutamente costretta a sfollare. Ospedali, scuole, università, istituzioni culturali e sedi di organi di informazione sono stati distrutti o danneggiati.
Le donne hanno affrontato la gravidanza e il parto sotto i bombardamenti, tra il collasso dell’assistenza sanitaria materna, la carenza di prodotti igienici e la mancanza di privacy, oltre al crescente peso della cura dei figli e dei familiari anziani. Tuttavia, nonostante le sofferenze atroci, non hanno permesso che le azioni genocidarie di Israele le definissero o le sradicassero insieme alle loro famiglie dalla propria terra.
Giornaliste come Bisan Owda, Hind Khoudary e Plestia Alaqad hanno riportato dall’interno di Gaza, mentre ai corrispondenti stranieri è stato in gran parte impedito di entrare autonomamente. Hanno lavorato pur essendo sfollate, mentre cercavano cibo, proteggevano le proprie famiglie e piangevano la perdita di parenti e colleghi. Questo giornalismo si inserisce in una lotta palestinese ben più antica su chi detenga il “permesso di raccontare” la vita palestinese.
Anche medici, infermieri e paramedici di sesso femminile hanno continuato a lavorare mentre il sistema sanitario di Gaza collassava attorno a loro. Hanno curato i pazienti in assenza di medicinali, elettricità, acqua pulita, anestetici o attrezzature funzionanti in quantità sufficienti. Molte di loro sono state a loro volta sfollate, ferite, detenute o uccise.
Un altro aspetto brutale delle politiche genocide di Israele è stato lo scolasticidio: la distruzione di centinaia di scuole, che ha privato intere generazioni di studenti dell’accesso all’istruzione. Le donne palestinesi hanno risposto aprendo scuole di fortuna nelle tende dove avevano trovato rifugio. In alcuni casi, queste iniziative si sono trasformate in istituzioni educative al servizio di centinaia di bambini.
Questa è la storia di Lamia Hatem Othman, che ha fissato un telo al suolo tra le tende delle famiglie sfollate e ha iniziato a insegnare ai bambini – che sotto i bombardamenti incessanti stavano ormai dimenticando l’alfabeto. La sua iniziativa si è trasformata nella “Scuola di Sumud per i figli dei martiri e gli orfani”, dotata di aule organizzate e banchi in legno, dove bambini e bambine studiano lettura, scrittura e matematica insieme a programmazione, intelligenza artificiale e fondamenti di ingegneria. Attività di disegno, giochi e supporto psicosociale offrono loro uno spazio per giocare e iniziare a riprendersi da ciò che hanno vissuto. Dopo aver trascorso le giornate a insegnare e a gestire la scuola, Lamia prosegue gli studi per il proprio master utilizzando un vecchio cellulare, alla luce di una candela quando manca la corrente. Per lei e i suoi collaboratori, educare i bambini di Gaza e prepararli a ricostruire la loro società è un compito che non può attendere la fine del genocidio.
Tuttavia, sarebbe ingiusto ridurre il ruolo delle donne palestinesi alla sola preservazione del tessuto sociale di una società sottoposta a un attacco genocida. Le donne di Gaza hanno partecipato anche alla resistenza armata, operando in cellule femminili all’interno dell’ala militare di Hamas – le Brigate al-Qassam – la cui esistenza era già stata segnalata nel 2005.
Un rapporto del 2008 descriveva donne che ricevevano addestramento militare e combattevano tra le file delle Brigate al-Qassam. Intervistata per quel rapporto, la leader di Hamas Jamila al-Shanti spiegò che le donne partecipavano alle deliberazioni politiche, alle questioni militari e ai processi decisionali. “Abbiamo le nostre posizioni e spesso ci opponiamo a loro (gli uomini)”, avrebbe dichiarato al-Shanti. “Non accettiamo le loro proposte: pianifichiamo, decidiamo, dibattiamo, diciamo di no e mettiamo anche in atto ciò che riteniamo opportuno”.
Pur smentendo l’esistenza di una forza armata femminile, Shanti ha riconosciuto che “le donne ricevono addestramento militare per prepararsi alle emergenze”.
La partecipazione delle donne è tornata al centro dell’attenzione durante lo scambio di prigionieri del novembre 2023, quando le immagini di una figura mascherata che accompagnava i prigionieri rilasciati hanno alimentato diffuse ipotesi sul fatto che quella combattente fosse una donna. Sebbene tale identificazione non abbia trovato conferma, il dibattito ha acceso i riflettori su un ruolo di cui si aveva notizia ben prima dell’attuale genocidio.
Un caso molto più recente dimostra che la partecipazione armata delle donne non è confinata al passato né necessariamente organizzata attraverso unità femminili ufficiali. Il 1° settembre 2026, Samah al-Khalidi, madre quarantasettenne di tre figli, ha imbracciato il fucile del figlio ferito e ha aperto il fuoco contro un’unità delle forze speciali israeliane che aveva fatto irruzione nell’abitazione della sua famiglia, nella zona occidentale di Gaza City. Secondo i familiari, al-Khalidi ha combattuto mentre i soldati avanzavano verso il marito ferito, Muin al-Arabid. La donna è rimasta uccisa nello scontro, mentre il marito è stato ferito e catturato.
L’altro lato della lotta
Nel corso della loro storia di oppressione ed espropriazione, la sofferenza delle donne palestinesi non ha cancellato la loro azione. Hanno sopportato sfollamenti, assedi, occupazione militare, prigionia, demolizioni di case e guerre ripetute, ma non hanno perso la coscienza politica.
Se le narrazioni coloniali hanno a lungo rappresentato le donne arabe e musulmane come figure indifese bisognose di soccorso, la donna palestinese politicamente consapevole sconvolge quella storia. Insiste nel definire il colonialismo, il sionismo, l’occupazione e lo sfollamento come forze che plasmano la sua vita.
Scrivere la storia della resistenza delle donne palestinesi significa anche confrontarsi con le condizioni in cui quella storia è stata scritta, o lasciata non scritta, perché l’archivio stesso è stato plasmato dalle stesse forze di sfollamento e distruzione alle quali le donne palestinesi hanno resistito per un secolo. Recuperare la loro storia significa quindi leggere attentamente i silenzi quanto le fonti: chiedersi non solo cosa è stato registrato, ma chi aveva il potere di decidere cosa contava come politicamente rilevante da registrare.
Questo è il motivo per cui i nomi delle donne che sopravvivono contano, e perché molti altri rimangono sconosciuti.
Quasi un secolo dopo che le donne di Gerusalemme hanno approvato le loro risoluzioni e hanno percorso le strade della città per realizzarle, quella scelta continua, nei gilet della stampa e nei reparti ospedalieri, nelle celle di prigione e nei campi di protesta, nello sforzo di mantenere vivo un popolo e la sua memoria. L’altro lato della lotta non è una nota a piè di pagina della storia palestinese, ma uno dei suoi fili centrali.
– Romana Rubeo è una scrittrice italiana e caporedattrice di *The Palestine Chronicle*. I suoi articoli sono apparsi su numerose testate online e riviste accademiche. Ha conseguito una laurea magistrale in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata nella traduzione audiovisiva e giornalistica.
10/9/2026 https://www.invictapalestina.org/










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