L’autonomia differenziata accelera, e chi la contrasta anche

di Dianella Pez

Comitati per il ritiro di qualunque autonomia differenziata

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      1. La voragine chiamata autonomia differenziata si allarga, pronta ad inghiottire vite, solidarietà e quel patto sociale che ci rende persone ugualmente portatrici di diritti. In questa fase, quindi, tutte le forze associative, politiche, sindacali che hanno raccolto nell’estate 2024 quasi un milione e mezzo di firme per poter celebrare un referendum (richiesta poi non accolta) abrogativo del tritacarne sociale chiamato legge Calderoli n. 86/2024, sono chiamate a non accontentarsi della pur fondamentale sentenza 192 della Consulta del dicembre 2024 in cui sono stati riconosciuti in 14 punti ben sette profili di incostituzionalità nella legge stessa. La maggior parte degli aspetti illegittimi riguarda i LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni) che, come qualificati da Giovanni Russo Spena nel seminario “L’inganno dei LEP” organizzato dai Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata il 2 luglio di quest’anno, rischiano di diventare “l’organizzazione delle disuguaglianze sociali” anziché lo strumento di rimozione delle stesse (secondo Costituzione). I LEP non devono essere una finzione che a parole enuncia princìpi ed effetti mirabolanti senza farsi poi strumento concreto di garanzia e di attuazione dell’universalità dei diritti.  Secondo la sentenza 192, a tutte e tutti, indipendentemente dalla copertura finanziaria, deve essere garantito un ben definito livello di diritti, che non abbia la natura, insufficiente, di mero livello minimo. Non è così: le risorse non sono stanziate, e le persone non hanno alcuna voce su una questione che riguarda le loro vite, perciò la lotta procede, anche perché il ministro Calderoli e le Regioni interessate continuano come se nulla fosse. Proviamo a districarci nel groviglio e nell’oscurità di quanto sta accadendo in queste settimane e mesi sulla questione dal punto di vista legislativo.

      2. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 19 maggio 2025, su proposta di Calderoli, il disegno di legge che delega al Governo la determinazione dei LEP, dichiarando l’intenzione di “apportare i correttivi resi necessari dalla sentenza della Corte costituzionale n. 192 del 2024 al percorso di determinazione dei LEP già avviato con l’articolo 1, commi da 791 a 801-bis della legge n. 197 del 2022 (legge di bilancio 2023), e proseguito con la legge n. 86 del 2024”. Questi commi sono stati dichiarati in blocco esplicitamente illegittimi dalla sentenza stessa, soprattutto perché privi di precisi criteri definiti dal Parlamento. In data 11 agosto il disegno di legge è entrato col n. 1623 al Senato. Il 22 ottobre viene reso pubblico il disegno di legge di Bilancio 2026 (con i titoli dei collegati). L’autonomia differenziata vi fa la parte del leone: innanzi tutto gli artt. dal 123 al 128 sono riservati ai LEP, in particolare nelle materie “Sanità”, “Assistenza” e “Istruzione”, sottolineando ovunque “senza nuovi e maggiori oneri per la finanza pubblica”, “mediante le risorse disponibili a legislazione vigente”, e che “la norma non produce effetti finanziari” (cosa che la grancassa mediatica trascura di dire). Invece di stanziare adeguatamente, si tratta di “riorganizzare, armonizzare, efficientare”, precisando in più il ricorso all’adozione di DPCM (Decreto Presidente Consiglio Ministri) per la determinazione dei livelli di spesa. In aggiunta a ciò, nell’elenco della quarantina di collegati alla legge di bilancio ecco apparire, come puro titolo, non solo la questione cruciale della delega al Governo per la determinazione dei LEP (la n.1623 di cui detto sopra) ma anche gli altrettanto critici disegni di legge di approvazione delle intese tra Stato e Regioni di cui diremo fra poco. Il gioco furbo di collocare nella legge di bilancio o collegati i provvedimenti scomodi, messo in atto per portarsi a casa l’autonomia differenziata nonostante la sentenza 192, è ben conosciuto: accelerare, silenziare, imporre, erodere spazi di democrazia, partecipazione e discussione, come già accaduto con la legge di bilancio 2023 in cui venne inventato il gioco di matrioske, con al centro una cabina di regia governativa, cassato dalla Consulta come ricordato sopra. Si riduce o annulla il dibattito parlamentare nel gioco del prendere o lasciare, gli emendamenti diventano un sogno, si pregiudica formalmente il ricorso al referendum secondo la lettera dell’art. 75 della Costituzione. Il ricorso ai DPCM svuota il Parlamento delle sue prerogative. Eppure la sentenza 192 aveva messo su questi punti un enorme paletto: sono illegittimi, dichiara la Corte il 14 novembre 2024, “il conferimento di una delega legislativa per la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni, concernenti i diritti civili e sociali (LEP) priva di idonei criteri direttivi, con la conseguenza che la decisione sostanziale viene rimessa nelle mani del Governo, limitando il ruolo costituzionale del Parlamento; la previsione che sia un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) a determinare l’aggiornamento dei LEP.”  

      3.Tutti i profili di illegittimità costituzionale rilevati rendono ancor più evidente come sia ancora e sempre la Costituzione a difenderci, difendendo – in un mondo scosso alle fondamenta da un enorme rigurgito di disumanità e autoritarismo capace di bruciare vite e ciò che resta del diritto internazionale e nazionale, facendo spazio a poteri sempre più oligarchici e accentrati – i principi di uguaglianza, solidarietà, libertà di pensiero, unità della Repubblica, separazione dei poteri. Ed è ogni giorno più esplicito come smantellare la Costituzione del ’48, nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro e sulla pace (pregiudicata dal riarmo europeo e dalla quota NATO, che a loro volta come noto pregiudicano tutti i nostri diritti erodendo fondi a loro destinati), sia un’operazione che è pervicacemente in atto: anche la riforma costituzionale dell’ordinamento giurisdizionale ne è un passaggio, nel metodo e nel merito. Il metodo è quello dell’accelerazione, della riduzione del dibattito, dello stravolgimento di un intero Titolo, il IV in questo caso, come fu nel 2001 lo stravolgimento del Titolo V che ha partorito l’autonomia differenziata. Ma c’è anche una ciliegina sulla torta delle modifiche costituzionali del maltrattato Titolo V: a fine ottobre è stato adottato dalla commissione Affari costituzionali della Camera il testo denominato Modifica dell’articolo 114 della Costituzione in materia di Roma Capitale (Atto Camera n. 2564). Potremmo definirlo, come tutto ciò che riguarda l’autonomia differenziata, più soldi, più potere e più centralizzato: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, da Roma Capitale, dalle Regioni e dallo Stato” […], a cui segue elenco delle materie su cui Roma potrà legiferare in proprio, e proprio come le regioni differenziate. Tutto sempre nel silenzio dei principali media. C’è da chiedersi, in questo nuovo assurdo intreccio, cosa accadrà quando (e se) la Regione Lazio stipulerà intese di autonomia differenziata. 

      4.Di fronte a questa opera di distruzione, ogni forza che si dice realmente democratica – e tutte sono chiamate in causa – ha il compito di agire. Comprese le Regioni con i loro Consigli, i Comuni con i loro Consigli. È da una decisione regionale che trae originela sentenza 192: sono state le Regioni Campania, Puglia, Sardegna, Toscana – sulla spinta di una base attiva di cui i Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata sono parte determinante – ad aver proposto il Ricorso su cui la Corte si è pronunciata. E non dimentichiamo che Veneto, Piemonte, Lombardia si sono costituite “ad opponendum”, provando così, per inciso, come la solidarietà regionale sia una pura chimera.  In queste settimane il tema autonomia differenziata irrompe anche nelle campagne elettorali di Puglia, Veneto, Campania, al voto a fine novembre: la Puglia con Decaro denuncia come nella legge di bilancio, con i “LEP garantiti solo nei limiti delle risorse disponibili, non arriverà un euro in più per colmare il divario tra Nord e Sud”; il Veneto, regione che, come la Lombardia, ha indetto nel 2017 i referendum consultivi a tema autonomia, che hanno portato poi il governo Gentiloni alla stipula delle pre-intese del 2018, vede invece centrosinistra e centrodestra concordi nel richiedere intese su tutto il possibile; dalla Campania, Fico dichiara che  “la destra vuole accelerare nuovamente sull’autonomia differenziata, e questo nonostante gran parte del Paese sia contrario; è una riforma che spacca l’Italia in due, aumenta i divari sociali e danneggia il Sud.”

      5.In Emilia Romagna, sulla base dei risultati ottenuti dal Comitato NO AD Emilia Romagna sia con la raccolta di 3000 firme per una petizione in  merito, sia poi di 6000 firme per sottoscrivere una Legge regionale di iniziativa popolare per recedere dalle pre-intese sull’autonomia differenziata, il Presidente de Pascale ha proposto una risoluzione approvata in Aula già nel febbraio 2025 in cui viene meno “il consenso della regione Emilia Romagna alla prosecuzione di qualunque procedimento attuativo dell’art, 116, comma 3 Cost.”: “Lavoreremo invece” dice “per un’autonomia amministrativa e funzionale, a realizzare un’amministrazione di prossimità, che avvicini il momento decisionale ai cittadini, e penso soprattutto alle sindache e ai sindaci dell’Emilia-Romagna: se di autonomia vogliamo parlare, deve vedere come protagonisti assoluti Comuni e Province, che sono i veri enti di prossimità”. Sulla base di questo risultato, i Comitati e il Tavolo NO AD di altre regioni (Lazio, Lombardia, Piemonte, Campania e, solo riguardo al progetto di regionalizzazione della scuola, il FVG) hanno lanciato durante l’estate una raccolta firme cartacea e online, che proseguirà tutto novembre, (si può firmare su Openpetition) per sottoscrivere petizioni regionali in cui si chiede ai Presidenti dei Consigli regionali di abbandonare ogni richiesta di autonomia differenziata. Fino a questo momento le firme raccolte sono 4014 (riportate online) in Lazio, 1549 in Lombardia, 411 in Campania, 767 in Piemonte, 340 in Friuli Venezia Giulia (di cui 155 riportate online).  

      6.Che cosa sta succedendo in Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale dalla sanità disastrata, prova non unica del fallimento delle regionalizzazioni? Il Consiglio regionale ha approvato il 14 maggio 2024 le linee di indirizzo da dare alla componente regionale della Commissione paritetica, che è lo strumento del raccordo tra Stato e Regione con il compito di “trattare” eventuali nuove competenze:  vengono indicati ben 21 nuovi settori, in larga misura tra le materie di legislazione concorrente dell’art.117 della Costituzione, e tra questi l’istruzione non universitaria, per la quale si chiede il trasferimento alla regione di non precisate funzioni, più l’Ufficio scolastico regionale (USR) comprensivo del personale e delle relative risorse; tutto ciò richiamando il processo di attuazione del regionalismo differenziato. Il consigliere regionale Honsell di Open Sinistra FVG già allora ha espresso la propria contrarietà assoluta sia alla regionalizzazione dell’USR sia al richiamo esplicito al regionalismo differenziato. Esattamente quanto poi avrebbe stabilito la Consulta sempre nella sentenza 192/2024 qui richiamata più volte: primo le regioni speciali non hanno titolo a riferirsi all’autonomia differenziata e, secondo, l’istruzione deve mantenere una “valenza necessariamente unitaria” per cui “non sarebbe giustificabile una differenziazione […] stante l’intima connessione con il mantenimento dell’identità nazionale”. Da qui la petizione regionale che sta impegnando i comitati per bloccare qualsiasi processo porti alla regionalizzazione dell’Ufficio scolastico regionale.

      7.Nel frattempo, una serie di Regioni (Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto) già definisce le proprie intese con il Governo, la cui formalizzazione è come detto indicata tra i collegati alla legge di Bilancio 2026: le funzioni coinvolte riguardano, da quanto dichiarato, alcune tra le 9 materie definite non LEP dal lavoro del CLEP (Comitato per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali), più la Tutela dell’Ambiente e la Sanità che, avendo i LEA, è definita, in modo molto discutibile, come materia che non necessita di ulteriori definizioni. Così gli stipendi del personale sanitario diventeranno regionalizzati: la Lombardia ha già promesso un aumento salariale per evitare lo spostamento all’estero. Aspettiamoci quindi la corsa ad affollare le regioni dove gli stipendi saranno migliori, aspettiamoci contratti differenziati, insomma il caos. Oltre un pezzo di sanità, per ora le materie coinvolte sono Protezione civile, Professioni, Previdenza complementare e integrativa. E tutto ciò all’insegna, come sempre su questo tema, della “massima trasparenza” ovvero oscurità.

      8. ”Massima trasparenza” che compare anche nelle nomine ai vertici dei vari enti costituiti per occuparsi del processo di regionalizzazione, la cui pre-condizione è la garanzia dei LEP su tutto il territorio nazionale. Torniamo al FVG: a presiedere la Commissione paritetica (dal lato Governo) è la friulana d’Orlando, docente universitaria dell’Università di Udine; è anche stata membro del Comitato Cassese (CLEP), è Presidente del CTFS (Comitato Tecnico per i Fabbisogni Standard), e per un breve periodo ha lavorato nel gruppo veneto che tratta per Zaia l’autonomia differenziata con il Governo. Altri nomi compaiono contemporaneamente nel già Comitato Cassese e nella delegazione trattante veneta. Come possono questi tecnici e tecniche assumere tutte queste parti nello stesso tempo senza confondere gli interessi? La risposta “siamo tecnici, non decisori politici” non è sufficiente, la posta in gioco è altissima: si tratta dei diritti di tutti e tutte che devono essere garantiti.  I LEP non sembrano nascere, per tutte le ragioni qui esposte, sotto una buonissima stella: già la parola essenziali è problematica. Significa forse minimi? Ci auguriamo di no. Ci ricorda Loretta Mussi, dell’Esecutivo dei Comitati NO AD, nella sua relazione al Seminario “L’inganno dei LEP”, che la parola “essenziale” avrebbe dovuto comparire nel Titolo V della Costituzione del ’48, ma era stata cassata e quindi sostituita in seguito all’intervento di Zotta, deputato costituente, che disse: “Ma, onorevoli colleghi, non basta dire per adempiere alle loro funzioni essenziali, io temo che domani per una pedantesca interpretazione, si possa pensare soltanto alla continuazione della vita. La vita indigente, senza risorse, è pur sempre infatti una vita!”

      9.La riforma del Titolo V del 2001 ha, tra le altre follie, ricreato “essenziali”. Il Titolo V va ripensato e i Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, per l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti continuano a mantenere, anche su questo tema, il dibattito aperto. Hanno in programma nuovi incontri pubblici su tutte le questioni qui affrontate, nuovi seminari, presentazioni di libri sul regionalismo. La raccolta firme per le petizioni regionali continuerà tutto novembre, per concludersi, per le realtà che potranno farlo, con la presentazione delle firme ai Presidenti dei Consigli regionali e/o delle Giunte assieme a una conferenza stampa davanti ai relativi Palazzi della Regione. Nell’impegno condiviso per la giustizia, per la pace, per la Palestina, e contro tutti i bavagli con cui si prova ad avvolgerci, sempre più stretti.

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