L’autonomia differenziata, cifra dello sgretolamento del Paese. A che punto siamo
di Tonia Guerra

Comitato nazionale Contro Ogni Autonomia Differenziata
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“La diseguaglianza si riversò nelle leggi; essa divenne un diritto dopo essere divenuta un fatto”
(Alexis de Tocqueville, 1805-1859)
Il progetto leghista della “Padania”, tollerato e ignorato da più parti per molto tempo, è tutt’altro che accantonato.
Il Ministro Calderoli, famoso per essersi macchiato di altre nefandezze da lui stesso definite “una porcata”, non indietreggia certo davanti alla Corte Costituzionale, come non lo aveva fatto di fronte alle critiche dell’Ufficio Bilancio del Senato, di Banca d’Italia, Commissione Europea, SVIMEZ, ANPI, Confindustria, Sindacati, Sindaci, partiti dell’opposizione, voci della stessa maggioranza di Governo. Oltre che di un movimento sociale capace negli anni di una tenacia inarrendevole.
Così, incurante dei pesanti rilievi della Consulta, ma soddisfatto per aver incassato la bocciatura, ad opera della stessa Corte, del referendum abrogativo della “sua” Legge 86/2024 per “l’attuazione dell’autonomia differenziata”, ha proseguito il suo audace slalom giuridico verso l’obiettivo, un tassello dello scompaginamento di tutto l’assetto istituzionale, “eversivo” rispetto ai principi della Costituzione del 1948, peraltro già ampiamente modificata e svuotata ad opera di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, che hanno reso oggi possibile e gradualmente persino “digeribile” una precipitazione ad opera del governo Meloni (dal Titolo V all’art.81, alle leggi elettorali nazionali e locali, fino al progetto di Premierato, alla Riforma della Giustizia, a quella della Corte dei Conti).
La legge Calderoli non è cancellata: l’intervento della Consulta
La ripresa su più piani dell’attivismo del Ministro ha forse colto di sorpresa coloro che, confidando nell’arresto del processo, si ritenevano appagati dalla sentenza 192/2024, con la quale la Corte Costituzionale, su richiesta avanzata da alcune Regioni, pur avendo sentenziato come infondata l’incostituzionalità dell’intera legge, ne aveva demolito alcune parti e dato una lettura costituzionalmente orientata ad altre, fra cui:
- impossibile devolvere intere materie;
- ogni richiesta della singola Regione va debitamente motivata e circostanziata;
- cautela sulla distinzione fra materie LEP/No LEP, visto che anche queste ultime possono incidere sui diritti sociali e civili;
- preminenza assoluta dell’interesse generale;
- centralità del Parlamento;
- riserva di controllo e verifica costituzionale sui procedimenti delle intese Stato/Regione.
La rettifica del quesito, “come risultante dalla sentenza della Consulta”, ad opera dell’Ufficio Centrale Referendum della Cassazione – Ordinanza 12/12/2024 – aveva incoraggiato l’ottimismo, smentito successivamente dalla Sentenza 10/2025 della Corte Costituzionale, oggetto poi di un vivace dibattito fra giuristi.
La Corte dichiara inammissibile il referendum, giudicando il quesito “oscuro e non decifrabile”, e rileva una polarizzazione identitaria sull’art.116 comma 3 (il famigerato comma che ha aperto la strada allo scivolamento secessionista) ritenendolo possibile oggetto di revisione costituzionale, non di procedimento referendario.
Come ovvio e prevedibile, questa bocciatura ha comportato il rischio di ripiegamento di quel grande movimento unitario che aveva consentito la raccolta di oltre un milione e trecentomila firme per l’abrogazione della “Calderoli”, anche per l’imperversare di avvenimenti cruciali, terribili e sovrastanti, la guerra in Ucraina e il genocidio in Palestina.
L’occasione delle elezioni regionali avrebbe potuto riportare il dibattito pubblico sul tema del regionalismo, teoricamente centrale ma per lo più assente dalla campagna e dai programmi elettorali, oppure presente in modo favorevole da parte di entrambi i candidati, come in Veneto (una indifferenziata adesione all’autonomia differenziata).
L’attivismo del Ministro: Delega sui LEP, Legge di Bilancio, Pre-intese
A questa inerzia, interrotta solo dalle petizioni, dagli appelli regionali e dalle attività seminariali dei Comitati contro ogni Autonomia differenziata, ha fatto da contraltare l’attivismo del Governo, con sconfinamenti costituzionali e normativi diretti e frontali, quali la delega al Governo per la determinazione dei LEP, l’intervento nella Legge di Bilancio, la sottoscrizione di pre-intese con alcune Regioni del Nord.
Il Disegno di Legge delega al Governo n.1623 per la determinazione (non la garanzia!) dei Livelli Essenziali delle Prestazioni, licenziato dal Consiglio dei Ministri nel maggio 2025, è ora al Senato in Commissione Bilancio.
Si tratta di una Delega che sostanzialmente non tiene conto dei rilievi della Corte e ricalca l’impostazione della L.86/2024:
- i LEP continuano ad essere considerati non diritti da garantire da parte dello Stato, come preciso adempimento Costituzionale (art.117, comma2-lett.m) ma unicamente funzionali all’autonomia differenziata;
- si persevera nella strumentale distinzione di materie LEP/No LEP;
- si conferma l’assenza di risorse aggiuntive per la loro effettiva attuabilità ed esigibilità.
Inoltre, nella Legge di Bilancio votata il 30 dicembre 2025, ai commi da 699 a 711 dell’unico articolo che forma il maxiemendamento varato con il voto di fiducia, sono stati “anticipati” alcuni LEP relativi alle prestazioni nel settore sanitario, all’assistenza nel settore sociale, all’assistenza, all’autonomia e alla comunicazione personale per gli alunni e gli studenti con disabilità.
L’assenza di nuove risorse e di nuovi criteri di riparto significa riproporre la spesa storica e la cristallizzazione dei divari territoriali fra Nord e Sud.
Come sappiamo, l’utilizzo dell’inserimento di alcune materie nella Legge Bilancio e come suoi collegati è un sistema abusato per impedire modifiche o interventi abrogativi, impossibili su norme finanziarie.
Ma la mossa che riempie di orgoglio il Ministro Calderoli e i “governatori” del Nord sono le pre-intese sottoscritte il 18 e il 19 novembre, su mandato della Presidente del Consiglio, con Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria per l’applicazione dell’Autonomia differenziata relativamente a Protezione Civile, Professioni, Previdenza complementare e integrativa, Coordinamento della Finanza pubblica in materia sanitaria.
Il sogno leghista della macroregione del Nord è a portata di mano, uno sberleffo all’art.5 della Costituzione, uno schiaffo alle prescrizioni della Consulta.
Le 4 pre-intese
- sono identiche fra loro, prive della necessaria motivazione specifica, che dimostri la necessità della richiesta, su basi scientifiche e oggettive, non certamente autocertificata dalla richiedente;
- contengono interi ambiti, peraltro molto delicati;
- prevedono una gestione incontrollata dei fondi sanitari e integrativi, in deroga ai vincoli e agli standard nazionali, con ricadute su sistema tariffario, patrimonio edilizio, numero di posti letto, dotazioni tecnologiche, convenzioni con privati …;
- prefigurano diseguali condizioni professionali (albi, esami, compensi …) incidendo sul mercato del lavoro e con ripercussioni territoriali;
- preludono a ulteriori privatizzazioni, svuotando la prerogativa dello Stato di orientare, pianificare, coordinare, garantire i servizi alla salute, la sicurezza delle persone e ambientale, l’eguaglianza e l’uniformità dei diritti.
In pratica, sono incostituzionali.
PNRR, Fondi Coesione, PSNAI: una visione diseguale
Vi sono poi altri provvedimenti, che indirettamente stanno intervenendo o rischiano di intervenire, in modo devastante e praticamente irreversibile, sui processi che cristallizzano le diseguaglianze: la gestione del PNRR e dei Fondi Coesione, il Piano Strategico Nazionale sulle Aree Interne (PSNAI), la Ridefinizione delle Aree Montane.
PNRR – In considerazione del ritardato sviluppo di molte sue aree e in proporzione alla sua popolazione, l’Italia è stata il principale beneficiario delle risorse del PNRR, ottenendo 122,6 mld di prestiti e 68,9 mld di sovvenzioni a fondo perduto, da distribuire ai territori secondo 3 criteri: popolazione, PIL, tassi di disoccupazione.
Si decise di destinare il 40% di tali risorse al Sud (oltre il 34% se si considera il solo fattore demografico, ma molto al di sotto del dovuto se si considerano tutti i 3 criteri).
Finora sono stati incassati 153 miliardi, nelle recenti settimane è stata emanata la rata di 12,8 miliardi.
La criticità fondamentale è sull’impostazione: la distribuzione delle risorse, comunque non rispettata da numerosi ministeri, non è stata preceduta da una ricognizione perequativa dei bisogni, ma si è fondata sui bandi, che vengono fissati dal Ministero titolare dell’intervento e poi recepiti dagli Enti territoriali, i quali rispondono con propri progetti di investimento, con l’unico obiettivo di accedere al bando, in concorrenza con gli altri.
A prevalere è la capacità organizzativa e amministrativa più che la risposta a concreti bisogni sociali e territoriali: il Sud e le imprese meridionali sono partiti svantaggiati, per mancanza di fondi per i cofinanziamenti, il turnover del personale bloccato, il deficit tecnologico e strumentale.
Ad oggi, non vi è un bilancio pubblico e trasparente, una verifica delle ricadute sociali della gestione di fondi per cui ci siamo indebitati.
A ciò si aggiungono alcuni miserabili trovate, di cui è cinico esempio il livello minimo del 33% stabilito per gli asili nido (cioè 1 posto nido ogni 3 bambini) che diventa 33% come media nazionale. Data l’enorme e storica disparità territoriale nella distribuzione di questi servizi, qualche bambino/a resterà senza nido, indovinate dove?
L’evoluzione attuale è poi l’esplicita torsione verso un’impostazione militarista: la Commissione Europea ha proposto di privilegiare il finanziamento dei fondi verso lo sviluppo di tecnologie e infrastrutture per fini sia civili che militari (nel prossimo Bilancio UE 2028-2034 sarà prevista la possibilità non di risorse aggiuntive ma di aumentare la quota di prefinanziamento dal 6% al 30%).
Prontamente, il Parlamento Europeo, a giugno 2025, ha seguito la proposta Von Der Layen e votato, con il voto favorevole della destra e del PD, la possibilità di spostare risorse PNRR e Fondi Coesione verso progetti “dual use”: i fondi che dovevano servire per fronteggiare le conseguenze sociali ed economiche della pandemia e le risorse per la coesione sociale possono essere dirottate a fini militari.
Oltre il danno, la beffa.
D’altra parte, molti progetti di Ricerca finanziati con il PNRR sono gia orientati in tal senso: le Università, private dei finanziamenti pubblici, devono fare ricorso a investitori privati, attraverso consorzi e partenariati ai quali partecipano la Leonardo e aziende israeliane (Hilander) o aziende che producono sistemi e mezzi sofisticati su commissione delle forze armate israeliane.
Liberismo e bellicismo diventano una cosa unica e pervadono ogni campo, ogni livello.
PSNAI – Per non farci mancare niente (che non si dica che manchi una visione di futuro!) interviene il Piano Strategico Nazionale Aree Interne (PSNAI).
Si tratta di un documento articolato, in qualche modo complementare al PNRR e ai Fondi Coesione.
C’è da precisare che le Aree Interne non riguardano una sperduta minoranza, ma 13 milioni di persone e sono distribuite su oltre metà del territorio italiano.
Il Piano individua per il periodo 2021-2027 circa 1800 Comuni (aumentati rispetto al periodo precedente 2014-2020) divisi per gradualità di perifericità e si dota di una cabina di regia, di un comitato tecnico a livello nazionale e di autorità regionali per individuare i fruitori degli interventi da effettuare e da finanziare secondo alcuni obiettivi (digitalizzazione, transizione verde, interconnessione, inclusione…)
Si parte dai risultati delle indagini del CNEL e del CENSIS, che fotografano una situazione allarmante:
- calo demografico (dai 60,3 milioni di abitanti nel 2014 siamo passati ai 59 milioni nel 2024, saremo 46 milioni nel 2080);
- inversione del rapporto giovani/anziani, decessi che superano le nascite, emigrazione giovanile;
- diseguaglianze Sud/Nord, fra aree interne e centri urbani (servizi, infrastrutture, occupazione, reddito…).
Secondo questi dati e questo trend, si prospetta uno squilibrio insostenibile e un declino irreversibile: “l’Italia è destinata a perdere la capacità endogena di sostenibilità in termini di benessere economico e sociale”.
Al contrario, l’obiettivo è “vivere a lungo e bene” e per questo occorre “intervenire sulla natalità e le possibilità di occupazione e benessere per i giovani”.
Il Piano del Governo assume praticamente come inverosimile o difficilmente raggiungibile tale obiettivo e come irreversibili i processi di spopolamento di un numero rilevante di aree: “Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, ma non possono neppure essere abbandonate a sé stesse. Si tratta di accompagnarle nel processo di declino”.
Amen.
In realtà si tratta di comunità cruciali per la tenuta idrogeologica, paesaggistica, culturale e anche produttiva del Paese, se solo si avesse una visione di società, di un sistema di relazioni umane e territoriali, di proiezione esterna, di relazioni economiche, culturali e commerciali completamente alternativa a quella fondata su guerra, sfruttamento di persone e natura, chiusura territoriale e competizione per l’accaparramento di beni e risorse.
Il principio di eguaglianza, la visione alternativa
Ognuno di questi provvedimenti e processi, non passerebbe al vaglio di una verifica di “impatto diseguaglianze”.
Il contrario di quanto previsto nell’art.3 della Costituzione, per Calamandrei il più importante, che afferma l’eguaglianza come principio fondativo e assegna alla Repubblica il compito di rimuoverne ogni ostacolo e impedimento.
L’autonomia differenziata è un tassello importante di tutto questo, contrastarla significa assumere la Costituzione come impegno collettivo e le diseguaglianze come impedimento da rimuovere.
In una logica di scollamento sociale e culturale diventa naturale che un operaio del Nord se ne freghi della condizione del neolaureato del sud, che a sua volta se ne frega del destino di una terra a cui è negato il futuro.
Il Comitati No A.D. e autorevoli studiosi chiedono alle Regioni di non accedere a richieste di devoluzione e anzi di invocare l’intervento di verifica promesso dalla Corte Costituzionale sulle intese avviate. Hanno la titolarità per farlo.
Occorre non abbassare la guardia e agire a tutti i livelli, nell’immediato contro le intese Stato/Regione e con l’opposizione alla Legge Delega.
In Parlamento, nelle piazze, nei luoghi di lavoro.
Costruire e diffondere i comitati, mobilitare la partecipazione popolare, l’unica capace di stanare le sacche di pigrizia e di convenienza politica, a destra come nel centrosinistra, auspicare finalmente l’intervento del Presidente della Repubblica nel suo ruolo di custode della Costituzione e dell’unità nazionale.
Nel medio termine, tocca ricucire gli strappi costituzionali, a cominciare dal famigerato Titolo V, che è una spada di Damocle (e non l’ha messa Calderoli!).
È scaduto il tempo delle compatibilità e delle convenienze elettorali, della doppia politica a seconda del Governo che abbiamo di fronte, del male minore e della riduzione del danno, che hanno inevitabilmente prodotto il danno.
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