Le lavoratrici e lavoratori chiedono ancora di essere tutelati sui luoghi di lavoro, o c’è assuefazione all’esistente?

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La domanda nel titolo può sembrare provocatoria ma è giustificata dalle condizioni attuali del mondo dei lavori – quelli stabili sulla carta contrattuale ma non più una garanzia, e quelli precarizzati – è tragica e sempre più simile, nella sua nocività, agli anni 50. E’ urgente, con le forme più radicali di lotta, un percorso a ritroso di riconquista di basilari e vitali diritti di civiltà.
Diritti vitali che saranno sempre più lontani dalla capacità sindacale di intervenire per ripristinarli se verrà concessa dal governo alle Regioni che l’hanno richiesta, e promessa, dal governo Gentiloni la facoltà di Autonomia differenziata su 23 materie tra le quali sicurezza sul lavoro e contratti che non sarebbero di fatto più nazionali ma locali.
Ovvero, non ci sarebbero più i contratti collettivi nazionali a tutelare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori che verrebbero trascinati in una concorrenza al ribasso.

Inoltre, la frammentazione regionale significa perdita dei diritti civili e sociali, aumento delle diseguaglianze, peggioramento delle condizioni economiche di tutti, cancellazione dello stato sociale, arretramento della democrazia, ulteriore imbarbarimento del mondo del lavoro con brutali disparità tra nord e sud.
Sarebbe la vittoria secessionista della Lega, checchè ne dicano i vari ministri quando senza alcuna vergogna parlano di “autonomia solidale”.
Negli ulti dieci anni le modifiche dell’art. 56 su gli degli infortuni e delle malattie professionali sono andate nella direzione opposta, riducendo, di fatto, le informazioni sugli infortuni che arrivano alle ASL, limitando, di fatto, lo svolgimento di propria iniziativa di indagini nei luoghi di lavoro ove sono avvenuti infortuni, mantenendo e rafforzando un sistema basato sulla “inchiesta amministrativa” da parte delle direzioni provinciali di lavoro.

In Italia ci sono più di 800 mila invalidi del lavoro e 130 mila sono le vedove e orfani a causa delle malattie professionali impunemente silenziate dall’informazione e dai dati statistici in base alla smemorizzazione facilitata dalla tempistica di diluizione della morte nel tempo per esposizione o contatto con sostanze nocive e cancerogene nel processo di produzione.

Non bastano più le parole di sdegno gridate e scritte sui manifesti mille volte. Le frasi dolenti di circostanza ripetute alla fine di ogni piccolo articolo dei giornali di provincia che annuncia una morte su lavoro appaiono sempre più un rituale che non consola né placa la rabbia di chi ha perduto un famigliare o una persona amica.

E’ certamente un problema se in questi anni di crisi e di definanziamento del SSN vi sono stati tagli degli organici dei Servizi delle ASL e degli Ispettorati del Lavoro. Al nuovo governo e alle Regioni vanno richieste le assunzioni del personale necessario per la vigilanza.
Ma questo non basterà per frenare la “mattanza” di lavoratori. E’ necessario verificare azienda per azienda se le metodologie e le pratiche di gestione della sicurezza nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro in generale sono adeguate, effettive ed efficaci.

Se si vuole interrompere la curva ascendente del numero degli infortuni bisogna che vi sia una iniziativa sindacale, azienda per azienda, territorio per territorio, per andare a verificare DVR, programmi di prevenzione predisposti dall’azienda e misurarne la validità e l’efficacia.
Occorre dare uno scrollone di lotta permanente al torpore diffuso rispetto ai problemi della gestione della organizzazione del lavoro concernenti la sicurezza.

Non basta come sindacato, chiedere solo più controlli e più personale per i Servizi di vigilanza delle Asl. di scendere nel pozzo saturo di gas? Certo è compito della magistratura individuare eventuali responsabilità penali ma non per questo non possiamo non porci questi quesiti.
Quante sono le aziende che lavorano senza un metodo senza criteri per valutare e gestire i rischi? Dal numero crescente degli incidenti mortali sono purtroppo molte.
Muoiono operai, artigiani, piccoli imprenditori e figli di piccoli imprenditori.
Occorre una nuova leva di delegati sindacali, RLS, giovani e ragazze ben formati che in Azienda rappresentino il bene salute dei lavoratori e sappiano pure valutare se gli strumenti di conoscenza e di valutazione e gestione dei rischi.

Molti sindacati di categoria giustamente denunciano la mancanza dei controlli delle autorità preposte alla vigilanza. E’ certamente un problema se in questi anni di crisi e di definanziamento del SSN vi sono stati tagli degli organici dei Servizi delle ASL e degli Ispettorati del Lavoro. Al nuovo governo e alle Regioni vanno richieste le assunzioni del personale necessario per la vigilanza.

Ma questo non basterà per frenare la “mattanza” di lavoratori. E’ necessario verificare azienda per azienda se le metodologie e le pratiche di gestione della sicurezza nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro in generale sono adeguate, effettive ed efficaci.

Oggi chi è un RLS?
La possiamo definire una figura ibrida? Un soggetto perennemente tagliato fuori dalle dinamiche imposte dall’esterno, siano esse determinate da accordi regionali e nazionali e siano esse catapultate da fenomeni pandemici.
Ma in ambedue i casi risulta chiaro, a chi non vuole nascondere ruoli di attiva partecipazione ad affrontare i problemi, che l’attivazione di soggetti competenti sul campo è alla base di ogni possibilità di cura, l’esempio emblematico l’hanno dato infermieri, medici e OSS durante questo tragico anno appena concluso. E, forse, a partire da questo evento pandemico, sarebbe il caso di riflettere sulla scomparsa del ruolo dei RLS come soggetti protagonisti nella verifica delle condizioni di solitudine in cui si sono trovati ad operare i sanitari, deprivati anche della libertà di parola per denunciare l’ignavia degli ambiti politici e aziendali decisori

Oggi siamo in una fase molto diversa da quando sono nati le RSU/RSA e i RLS ma non affatto migliore.
Siamo di fronte a: aumento, senza alcun freno, dello sfruttamento, miseri salari, incremento della precarietà e della flessibilità, aumento brutale dei ritmi e degli orari, tagli continui (anche nella pandemia) alla sanità, appunto per questo stato di cose ai confini della civiltà del lavoro si dovrebbe ridare poteri di contrapposizione conflittuale a chi si sente di esercitarlo, pena la continua conta di infortuni e di morti sul lavoro, al netto delle malattie professionali che si trasformano negli anni anch’esse in disabilità e morti.

Accenniamo punti per la ripartenza di un protagonismo sindacale, delle lavoratrici e dei lavoratori:

1- Revisione del regime sanzionatorio del D.Lgs.81/08 ridotto drasticamente dal D.Lgs.106/09, fino a riportarlo a quello originale e introduzione nel codice penale del reato di omicidio sul lavoro.
2- Revisione della tabella dell’INAIL sulle malattie professionali in modo da far rientrare nell’elenco ulteriori patologie rispetto a quelle presenti attualmente (D.Lgs del 21 luglio 2008). In particolare tutte le patologie psichiche e psicosomatiche correlate allo stress occupazionale e alle molestie e violenze sul lavoro.
3- I Servizi di Prevenzione sui luoghi di lavoro delle ASL devono riprendere un intervento partecipato con i lavoratori, per andare a cercare il soggetto debole, cioè i lavoratori, che ormai in rari casi si rivolgono ai Servizi, avendo maturato una notevole diffidenza.
4- Piena competenza dei compiti di vigilanza in tutti i luoghi di lavoro da parte dei servizi di prevenzione delle ASL Oggi solo un piccolo numero di aziende riceve controlli, anche se solo ogni tre/quattro anni
5- Inasprimento delle sanzioni a carico del datore di lavoro e dei dirigenti
6- Ripristino del testo originale del D.Lgs. 81/08, eliminando le successive modifiche peggiorative
7- Promozione di sportelli salute e sicurezza autorganizzati e gestiti dalle realtà locali
8- Creazione di una rete di assistenza tecnico/legale per i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza quando, a seguito della loro attività, subiscono discriminazioni da parte delle aziende
9- Istituzione di un pool di magistrati per la salute e sicurezza sul lavoro in ogni Procura
10- Introduzione nel codice penale del reato di omicidio sul lavoro
11- Passaggio delle competenze sul riconoscimento delle malattie professionali dall’INAIL alle USL/ASL
12- Centralità ai Pool di magistrati che si occupano di salute e sicurezza sul lavoro in ogni Procura, prevedendo percorsi di formazione specifici prima dell’entrata nel pool, fino alla creazione di una Procura nazionale per la sicurezza sul lavoro.

Senza questi provvedimenti, da chiedere attraverso ogni forma di lotta, democraticamente partecipativa, tutti gli sforzi per tentare di fermare questa ecatombe sociale saranno ininfluenti, facendoci sentire comunque complici.

Franco Cilenti per redazione di Lavoro e Salute

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