L’insostenibile sudditanza dei cattolici (a danno dei più deboli fra i malati)
di Andrea Ciattaglia
Se tre indizi fanno una prova, eccoci al punto di poter mostrare che buona parte del mondo cattolico persiste nella sudditanza alla politica demagogica in tema di diritto alle cure dei malati cronici non autosufficienti, senza spunti di conflitto e reazione alle ingiustizie istituzionali. Il conflitto sociale, vale la pena ricordarlo, è tanto vitale per le società in salute, ché dà motivo alla politica sana e alle istituzioni di esistere come luogo dove quel conflitto si gestisce e si risolve in democrazia.
La sudditanza al potere dei cattolici di cui forniremo esempi fa riferimento alla nota, disastrosa situazione di abbandono terapeutico in cui sono confinati decine di migliaia di piemontesi malati non autosufficienti (senza cure di lunga durata a casa, senza copertura del 50% della retta di ricovero in Rsa, loro diritto esigibile) e alle demagogiche “proposte” del presidente della Regione, Alberto Cirio, di cui abbiamo già trattato: una “riforma” del sistema delle Rsa, che con fondi europei a partire dalla programmazione 2028, carichi sulle strutture l’assistenza e la cura di 5 non autosufficienti per ogni ricoverato.
Progetto assolutamente vago e futuribile, che si scontra con il contesto di diffusa inadempienza regionale agli obblighi di cura alle regole attuali. In questo panorama, l’acquiescenza ad un potere che continua a perpetrare l’ingiustizia delle cure negate, va a tutto danno dei più deboli fra i malati, coloro che hanno perso l’autonomia proprio in ragione della gravità dei loro mali, e delle loro famiglie dedicate ad una pesantissima e onerosa cura “in sostituzione” di uno Stato che non c’è.
Premessa: sappiamo bene che la definizione “cattolici” è estremamente scivolosa, perché comprende mondi molto diversi, sensibilità personali e di organizzazioni sociali a volte persino contrapposte. Così come conosciamo l’orgoglio di tanta parte del mondo cattolico per l’azione in favore dei “deboli”, considerata materia “propria” per definizione, fondata sulla carità che “spinge” nel noto motto cottolenghino.
Qui, però, usiamo ‘cattolici’ per dare denominatore comune agli esempi che seguiranno e con la speranza, lo dichiariamo esplicitamente, di sollecitare alla presa di posizione pubblica quell’altra parte del mondo cattolico che invece avesse intenzione di far sentire la sua voce sulla questione dell’ingiustizia istituzionale in atto a danno dei non autosufficienti.
Qui si tratta di giustizia, non di carità, con diretto riferimento alle parole dell’Apostolicam Acuositatem (Decreto sull’Apostolato dei Laici, Concilio Vaticano II, 1965): «la santa Chiesa, come fin dalle sue prime origini (…) in ogni tempo, si riconosce da questo contrassegno della carità, e mentre gode delle iniziative altrui, rivendica le opere di carità come suo dovere e diritto inalienabile. Perciò la misericordia verso i poveri e gli infermi con le cosiddette opere caritative e di mutuo aiuto, destinate ad alleviare ogni umano bisogno, sono da essa tenute in particolare onore» ma nell’esercizio di tale carità «siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia; si eliminino non soltanto gli effetti ma anche le cause dei mali; l’aiuto sia regolato in modo che coloro i quali lo ricevono vengano, a poco a poco, liberati dalla dipendenza altrui e diventi sufficienti a se stessi». Ciò che è dovuto per legge, va riconosciuto come tale. Non accettato che non lo sia, per poi correre in aiuto caritatevole dell’offeso.
Veniamo agli indizi. Partiamo dal più recente. Venerdì 4 settembre Luca Caretti, segretario generale del sindacato Cisl Piemonte, nella sua partecipazione alla festa dell’Unità ha dichiarato non solo «apertura al dialogo con Cirio sul tema della riforma delle Rsa», ma anche espresso valutazioni positive sulla «credibilità dell’amministrazione, che si verificherà passo dopo passo ai tavoli di confronto». Infine, una stoccata al diritto alle cure: «Basta parlare di Lea – Livelli essenziali di assistenza, perché tanto sappiamo che non sono applicati, ragioniamo sulla riforma del sistema».
Le parole del sindacalista – incommentabili per gravità quelle della ‘rinuncia’ ai diritti, sulla pelle di migliaia di malati piemontesi – vanno lette alla luce dei 12mila malati non autosufficienti senza quota sanitaria in Rsa, degli altrettanti in attesa di prestazioni a domicilio, del sostanziale tradimento regionale della delibera 38/2024 “Patto per un welfare innovativo e sostenibile”, che prefigurava un aumento del 10% della remunerazione dei servizi socio-sanitari ai gestori, dei ritardi nell’erogazione dei 18 milioni di fondi europei della misura “Protezione sociale”. Attenzione: sappiamo bene che il ruolo delle organizzazioni – sindacali e non – è quello di interloquire con l’istituzione, ma farlo con aperture di credito così marcate di fronte alla persistente negazione di diritti fondamentali per i piemontesi ci pare espressione di una pericolosa sudditanza.
Sulla stessa linea di Caretti anche ConfCooperative, l’associazione di categoria dei gestori delle strutture socio-sanitarie, che dopo aver minacciato poche settimane fa l’interruzione unilaterale degli accreditamenti e aver denunciato la crescente gravità degli utenti ricoverati (ai quali non corrispondono quote sanitarie regionali, adeguati standard e corrispondenti risorse pubbliche per la cura dei malati) rientra nei ranghi con i presidenti Chantal Re (Confcooperative Sanità Piemonte) e Enrico Pesce (Confcooperative Federsolidarietà Piemonte) che ritengono «fondamentale un cambio di modello del sistema assistenziale, come in più occasioni emerso sia da parte del presidente Cirio e sia da parte della nostra associazione (…). Confcooperative Piemonte coglie positivamente questo nuovo percorso indicato e si rende disponibile a dare il proprio contributo» (Vita.it – 4 settembre 2026). Non una parola sui 12mila senza quota sanitaria, sugli altrettanti in attesa di cure domiciliari. Per i cooperatori di ispirazione cattolica l’attuale «sistema assistenziale», che la Regione non rispetta, negando i diritti dei malati, semplicemente ha bisogno di un «cambio di modello». Re e Pesce non paiono nemmeno sfiorati dal dubbio che senza il rispetto delle regole, ogni riforma è vuota. O, che è lo stesso, qualsiasi nuova riforma si adotti, se non c’è rispetto delle leggi, il problema non è “un’altra riforma”, ma il rispetto stesso delle leggi.
Infine, monsignor Vincenzo Paglia. Il già presidente della Pontificia Accademia per la Vita è stato tra gli ispiratori della fallimentare legge 33/2023 nazionale, che aveva l’obiettivo – tutt’ora dormiente anche se depotenziato – di “staccare” i malati non autosufficienti dalla competenza del Servizio sanitario nazionale per confinarli in un nuovo sistema, a guida Politiche sociali e non Sanità, di prestazioni per i malati non autosufficienti vincolate alla disponibilità di bilancio e alla condizione economica degli utenti. Un sostanziale sigillo normativo sulla diffusa negazione delle cure in atto, con conseguente carico degli oneri di cura sulle famiglie dei malati. Il flop epocale della cosiddetta “misura universale” è lì a testimoniare l’inefficacia, ma anche il pericolo, di provvedimenti così discriminatori: non perché proditoriamente sabotati dal Governo Meloni, ma perché fondati su leggi scritte con l’intento di rendere selettive prestazioni che in coerenza con la Costituzione devono essere invece universalistiche. Se non vuoi affrontare l’ingiustizia, legalizzala.
Monsignor Paglia è l’attuale presidente della Fondazione Età Grande e il maggior supporter della formula «per 1 ricoverato in Rsa, 5 curati a casa» che Cirio rilancia per non affrontare il tema delle quote sanitarie Lea che le Asl del Piemonte non stanno erogando. Le due interviste con foto opportunity insieme al Presidente della Regione Piemonte e all’assessore alle Politiche sociali Marrone (non pervenuto quello alla Sanità, Riboldi) pubblicate su La Stampa quest’estate – 15 luglio e 10 agosto 2026 –, l’hanno affermato come sostenitore dell’attuale politica piemontese sui non autosufficienti. Paglia è arrivato ad auspicare persino «che il Ministero prenda ad esempio il modello piemontese per la scrittura dei decreti attuativi» delle norme sulla non autosufficienza.
Anche in questo caso, nessun accenno ai diritti negati, all’ingiustizia dei 12mila senza quota sanitaria. Addirittura, Paglia è arrivato a proporre di non «aumentare la spesa per i posti letto in Rsa», evidentemente ritenendo che il diritto di chi è ricoverato in Rsa senza la convenzione Lea sia sacrificabile e con esso la dignità di migliaia di piemontesi malati e delle loro famiglie.
7/9/2026 https://prospettiverivista.it/









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