Lotta di classe. Bisogno di vita
Versione interattiva Lavoro e Salute Settembre 2026 – Lavoro & Salute – Blog
Archivio Lavoro e Salute – Home page
di Mimmo Porcaro
Come parlare al popolo?
- Non fate come noi
Non è difficile indicare quale sia la forza sociale che può portarci fuori dalla guerra, e dal capitalismo liberista: è quella costituita dalle classi subalterne, che più di tutte pagano (e ancor di più pagheranno) il prezzo dello scontro in atto. Molto più difficile è capire come mobilitare queste classi, come intercettarne davvero le opinioni, gli stati d’animo, i bisogni reali e percepiti.
Troppo spesso invitiamo queste classi ad azioni che sono tipiche dei militanti politici, o più in generale della “cittadinanza attiva”: autorganizzazione, democrazia partecipata, intreccio tra movimenti “specifici”. Ma in generale quelle classi sono troppo impegnate a sfangare la vita, e per loro la politica, se e quando ci pensano, è una cosa che deve risolvere i problemi, e non porre il problema ulteriore della mobilitazione. Quindi, tranne casi eccezionali (ma proprio per questo importantissimi), non hanno una particolare predisposizione per la discesa in campo, per la mobilitazione specifica (se non eventualmente per quella corporativa), né per la tanto decantata democrazia partecipata, che secondo alcuni avrebbe dovuto sostituire in meglio la passiva appartenenza ai partiti di massa.
Il fatto è che per la grande maggioranza del popolo quella “passiva” appartenenza, quando c’era, presupponeva comunque un mondo di relazioni e di speranze. La tessera e il voto erano forme di un legame elementare. Le lunghe riunioni di sezione in cui molti non aprivano mai bocca erano in realtà utilissime proprio per quelli che tacevano: erano comunque un modo per vincere la solitudine, per trovare un orientamento, per testare la concretezza umana di un’idea. Al posto di tutto ciò oggi non c’è nulla se non i social e/o l’attivismo. Ma i social sono asociali per vocazione, e l’attivismo è solo per una minoranza.
Quindi, primo punto: non proporre alle classi subalterne di essere come noi. Ma provare ad essere un po’ come loro (certo: sociologicamente già lo siamo, ma spesso la nostra identità militante ci proietta, per eccesso di astrazione, al di fuori della “media” attuale della nostra classe). Ma che fare, allora?
- Classi? Cittadini? Famiglie?
Si tratta di trovare il modo migliore per “interpellare” i membri della nostra auspicata base sociale. Come ci rivolgiamo a operai, disoccupati, precari, partite Iva,
di qualunque, etnia, genere, età? E come parliamo a quella fascia di piccoli imprenditori che dobbiamo assolutamente conquistare, pena l’eterna egemonia della destra?
Possiamo interpellarli come classe. Ovvio. Giustissimo. Oggi magari funziona poco (frammentazione del lavoro e dei lavoratori, ecc.), ma domani è certo che la cosa ritornerà, e pesantemente. Quindi bisogna lavorare con insistenza sul punto. E però è anche all’oggi che dobbiamo guardare. Per modificazioni sociologiche e per quell’apocalisse culturale che è stata il passaggio della sinistra dalla classe operaia a quella avversa, è difficile che un operaio, che magari fa un secondo lavoro in nero, e il cui figlio magari ha un banco al mercato, si senta membro di una “classe operaia”, soprattutto se intesa come attivo soggetto politico.
Possiamo interpellarli come cittadini, ossia come titolari del diritto di avere un lavoro, un salario minimo, un reddito di cittadinanza, istruzione, sanità …. Anche questa è ovviamente una frontiera importante. Sulla quale insistere e insistere. Ma anche questa oggi non crea sufficiente mobilitazione, e, prima ancora, identificazione e senso di appartenenza. La generale sfiducia nello stato (in gran parte meritata, ma dovuta anche all’individualismo imperante) fa sì che quasi non si creda più a un intervento pubblico, e si faccia conflitto, quando accade, solo in forma orizzontale: non contro chi riduce le risorse a vantaggio dei privati, ma contro l’immigrato che “ci ruba” il diritto alla casa o “si permette” di ingolfare anche lui la fila all’Asl. Anche per questo motivo lo stesso passaggio dell’essere cittadini titolari di diritti all’essere membri di una nazione democratica che deve rivendicare la propria sovranità per garantire quei diritti e costruire rapporti sociali e internazionali equilibrati (uno sviluppo inevitabile della lotta di classe e di cittadinanza), non può avere da subito una funzione mobilitante ed è piuttosto il frutto, lo sbocco, di mobilitazioni precedenti.
Possiamo anche interpellarli come membri di famiglie. Per la sinistra la famiglia è stata finora soprattutto un’arena in cui lottare per i sacrosanti diritti individuali. Troppo spesso però dimentichiamo che l’esser padre, madre, figlio o figlia, ecc. è la relazione primaria in cui si definiscono le identità profonde e da cui vengono filtrate e mediate anche tutte le altre appartenenze.
Si può dunque (non solo per strappare una bandiera alla destra, ma anche per quello) proporre le tematiche di classe e cittadinanza anche come una forma di difesa della famiglia (di ogni tipo di famiglia, comunque composta), difesa non certo dalla “orribile modernità”, dalla “minaccia” del femminismo e dell’omosessualità, ma difesa dalla voracità dei fondi di investimento che distruggono il welfare per assorbire i pochi o tanti risparmi delle famiglie stesse, ostacolando pesantemente la loro funzione di socializzazione affettiva e civile. Non sfugge però che anche questo richiamo, se non sa intrecciarsi bene coi precedenti, rischia di assecondare il particolarismo familista a cui sia la tradizione italiana sia le più recenti presunte modernizzazioni ci hanno abituato.
Insomma: quale di questi registri è la vera chiave per tornare a parlare con le famose masse popolari?
Per questa domanda c’è una risposta pragmatica: tutti e nessuno. Dipende dalla congiuntura politico-culturale e dalla nostra capacità comunicativa (che non può ridursi ai social, ma deve assolutamente prevedere una presenza diretta nei quartieri e nelle periferie, nelle forme del partito sociale). Bisogna insistere su tutti questi registri e attendere che la realtà stessa ci dia una soluzione. Dai e ridai, hai visto mai…
È una risposta sensata. E descrive senz’altro quello che in parte già si fa. Ovviamente, alla base ci deve essere una strategia precisa che abbia ben chiari quali siano i nodi decisivi da sciogliere per “unire la classe” e poi “unire le masse”. Altrimenti torniamo al “comunicazionismo” populista: trovare la parola più utile ad aggregare al momento il maggior numero possibile di followers, al di là della sua concretezza e della sua capacità di costruire, o meno, una stabile alleanza tra soggetti sociali.
Ma a questa prima risposta è possibile affiancarne un’altra, che non la sostituisce, bensì la integra e la rafforza. E questa risposta sta nel ragionamento sulle non troppo lontane, ma da troppi già scordate, mobilitazioni per Gaza.
- Gaza: la difesa dell’umano
La grandezza e l’intensità delle manifestazioni dello scorso autunno per Gaza si spiegano con la natura essenzialmente morale delle loro motivazioni e con il carattere netto della scelta che era, ed è, in gioco: la vita o la morte per migliaia e migliaia di persone. Senza quella natura morale e senza quella nettezza nessuno
avrebbe potuto mobilitare, in quest’epoca antipolitica, un così gran numero di individui, spesso estranei a qualunque tradizione di attivismo. Coloro che hanno prodotto quest’epoca, e coloro che non hanno saputo opporvisi efficacemente hanno detto poi che si trattava di semplice buonismo e comunque di un’azione che aveva bisogno di una seria maturazione strategica. Finissimi scandagliatori dell’animo umano hanno aggiunto che non si trattava nemmeno di un’azione veramente, intensamente morale, in quanto oggi non è tempo di passioni vere, ma di sentimenti intermittenti e gracili. Tutto probabilmente vero, in qualche modo. Ma tutto elusivo rispetto al punto fondamentale, che è il seguente. Un movimento non deve “definire la strategia”, ma deve dichiarare una situazione. Avendo come oggetto la scelta tra la vita e la morte queste manifestazioni si pongono all’altezza della presente fase storica, ossia di una situazione in cui il capitalismo dimostra di non essere un sistema che, magari in maniera distorta e diseguale, comunque organizza la vita, ma un sistema che ha nel dare la morte uno dei suoi meccanismi essenziali. Dare la morte e comunque insidiare direttamente l’umano, soprattutto con la guerra ma anche con le trasformazioni ambientali e, più sottilmente, con la stessa estensione dell’Intelligenza Artificiale. Ma è proprio nella guerra che i responsabili si fanno chiari e le alternative nette.
Ponendo immediatamente la scelta tra la vita e la morte, tra l’umano e no, assumendo cioè in pieno il carattere tragico di questi ultimi anni, questa rivolta morale ha gettato le basi per la consapevolezza necessaria ad affrontare l’epoca dell’imperialismo pienamente dispiegato. Inoltre la semplicità della scelta fa in modo che nelle manifestazioni trovi indirettamente sfogo anche una serie di rivendicazioni economiche e sociali assai difficili da portare ad esito, perché inceppate da una serie di complicati e apparentemente immodificabili vincoli finanziari e geopolitici.
La difesa della vita, la difesa dell’umano diviene così il riassunto e il superamento di tutte le identità frammentarie di cui abbiamo parlato e delle esigenze che queste esprimono: prende forza da ciascuna di essa e le potenzia nel comune rifiuto della morte imposta dal domino. Questo rifiuto può e deve essere l’elemento sottostante ad ogni mobilitazione, l’essenza dell’azione politica della nostra epoca. Per quanto la guerra sia ancora lontana e se ne avvertano soprattutto gli effetti economici indiretti, questo è il tema intorno al quale deve ruotare, pur con tutte le mediazioni del caso, tutta la nostra iniziativa soggettiva.
Per quanto riguarda le condizioni oggettive, l’imperialismo occidentale non mancherà purtroppo di offrircele.
Versione interattiva Lavoro e Salute Settembre 2026 – Lavoro & Salute – Blog
Archivio Lavoro e Salute – Home page









Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!