L’opinione pubblica ebraica israeliana appoggia la distruzione del sistema sanitario palestinese
I palestinesi non possono ricevere le cure o i farmaci di cui hanno bisogno per sopravvivere. È il risultato di una politica israeliana consapevole, eppure alla maggior parte degli israeliani non potrebbe importare di meno.
Di Amira Hass – 13 agosto 2026
La maggioranza dell’opinione pubblica ebraica israeliana appoggia il peggioramento delle condizioni dei pazienti palestinesi, causato dalla loro incapacità di ricevere le cure necessarie. Questo non è il risultato di alcun sondaggio: nessuno include nei propri sondaggi una domanda come: “Sostieni l’eliminazione del sistema sanitario pubblico palestinese?”.
Eppure questa conclusione è inevitabile, considerando il fatto che il Ministero delle Finanze israeliano continua indisturbato a sottrarre all’Autorità Palestinese le entrate derivanti da tasse e dazi doganali. Tali entrate sono destinate a cure mediche, farmaci, stipendi del personale medico e alla manutenzione e allo sviluppo di ospedali e cliniche.
I rabbini dei partiti ultraortodossi non hanno cercato, né trovato, nel Talmud o nei detti dei rabbini, alcun riferimento a protestare contro il diniego di cure mediche a coloro che, tra le creature di Dio, non sono ebrei. I rappresentanti dei partiti Sionisti di opposizione non pronunceranno una parola che possa alienare anche un solo, immaginario, ex elettore biblista, e in ogni caso, la maggior parte di loro è stata complice dello stesso saccheggio delle casse palestinesi quando era al governo.
I ricercatori sull’antisemitismo vengono pagati per contare le svastiche incise sulle tombe ebraiche in tutto il mondo e per classificare come “odiatori di ebrei” i politici che accusano Israele di Genocidio. Non rientra nelle loro mansioni essere scioccati dalle atroci morti di palestinesi dopo che il loro Ministero della Sanità non può acquistare farmaci per una malattia curabile, come ordinato dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.
L’Associazione Medica Israeliana ha pubblicato una sola lettera di protesta contro questa politica. Tale lettera è giunta dopo gli appelli delle organizzazioni sanitarie internazionali al boicottaggio dell’associazione, poiché non si opponeva alla guerra di annientamento a Gaza. Sarei felice di sbagliarmi, ma non ricordo che alcun economista delle principali istituzioni israeliane abbia firmato una petizione di protesta riguardo alla confisca dei fondi dell’Autorità Palestinese.
Il Procuratore Generale “di sinistra” non ha proferito una sola parola di obiezione al furto. I media sanno che non c’è alcun interesse pubblico per le questioni palestinesi al di là dell’”eliminazione di un combattente di Nukhba*”. Pertanto, i media non smentiscono nemmeno la propaganda secondo cui l’Autorità Palestinese finanzia il terrorismo. (*Nukhba significa “élite” in arabo e si riferisce alle forze Nukhba, l’unità commando specializzata delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam, l’ala militare di Hamas)
I “kaplanisti” e i “balfouristi” rimpiangono i tempi delle proteste di massa contro Netanyahu e la riforma giudiziaria. Non si preoccupano di questioni marginali, come il sabotaggio sistematico del complesso dei servizi sociali palestinesi, in particolare sanità e istruzione, e il collasso stesso dell’Autorità Palestinese. Non sono nemmeno motivati dal fatto che l’artefice del collasso sia una figura di spicco nel campo che ha spianato la strada alla riforma giudiziaria: il Sionismo religioso, nel caso qualcuno se lo fosse dimenticato.
E così, a causa della politica ufficiale di saccheggio che ha gettato il Ministero della Sanità dell’Autorità Palestinese in un enorme debito, i pazienti affetti da cancro e malattie cardiache non ricevono tutti i farmaci di cui hanno bisogno e non possono acquistarli sul mercato privato.
A due passi dall’Ospedale Ichilov di Tel Aviv, i pazienti sottoposti a trapianto di rene non riescono ad ottenere i farmaci antirigetto e i pazienti in dialisi sono costretti a rimandare le sedute a causa dei controlli e perché la macchina è senza liquido. Gli esami del sangue non vengono effettuati perché i laboratori operano a un ottavo della loro capacità. Le apparecchiature mediche sono fuori servizio perché non ci sono fondi per ripararle o per acquistare pezzi di ricambio, o perché i tecnici vengono solo una volta alla settimana.
A pochi minuti dall’Ospedale Hadassah di Gerusalemme, le donne in gravidanza non possono sottoporsi a controlli regolari. Gli interventi di chirurgia ortopedica vengono costantemente rimandati, i proprietari delle farmacie si indebitano (non possono rifiutare di essere pagati a credito) e i medici non possono nemmeno permettersi di recarsi al lavoro più di una volta alla settimana.
Ogni giorno, l’esercito, l’Amministrazione Civile e i coloni espellono altri palestinesi dalle loro terre attraverso una politica pianificata e coordinata, alcuni bruciano e picchiano, altri impartiscono ordini e inviano bulldozer. È ingenuo aspettarsi un’ondata di proteste in Israele per la scomparsa di medicinali nei magazzini palestinesi, come risultato di una politica israeliana incredibilmente calcolata. È infantile sperare in un’opposizione che si impegni a restituire i fondi rubati ai legittimi proprietari.
So che non è maturo da parte mia aspettarmi che un vasto pubblico ebraico, non scioccato dalla deliberata fame inflitta ai palestinesi di Gaza, sia scioccato dalla distruzione mirata del sistema sanitario pubblico palestinese da parte del Ministero delle Finanze e, per effetto domino, anche dal collasso del sistema sanitario privato e non governativo.
Lo stesso pubblico non considera un suo problema il fatto che la maggior parte degli abitanti della Striscia, ormai ridotta a un territorio sempre più ristretto, viva sull’orlo della fame e della sete. Non è allarmata dall’astuta burocrazia organizzata da ufficiali e funzionari israeliani nel sistema di coordinamento civile, che impedisce la fornitura costante di farmaci, antidolorifici e anestetici ai malati e ai feriti nella Striscia, e impedisce ai pazienti gravemente malati e feriti di recarsi all’estero.
Questa è la stessa opinione pubblica che è ancora convinta che gli alti comandanti delle Forze di Difesa Israeliane abbiano agito correttamente quando hanno ordinato l’uccisione sistematica e di massa di civili palestinesi per eliminare gli attivisti di Hamas. È ancora convinta che l’esercito abbia agito correttamente quando ha distrutto e raso al suolo città, campi profughi, villaggi e terreni agricoli.
Con grande dolore, bisogna concludere che, agli occhi di troppi ebrei in Israele, anche la lenta uccisione di palestinesi, semplicemente perché sono palestinesi, è una politica legittima.
Amira Hass è corrispondente di Haaretz per i Territori Occupati. Nata a Gerusalemme nel 1956, Amira Hass è entrata a far parte di Haaretz nel 1989, e ricopre la sua posizione attuale dal 1993. In qualità corrispondente dai territori, ha vissuto tre anni a Gaza, esperienza che ha ispirato il suo acclamato libro “Bere il Mare di Gaza”. Dal 1997 vive nella città di Ramallah in Cisgiordania. Amira Hass è anche autrice di altri due libri, entrambi i quali sono raccolti dei suoi articoli.
15/8/2026 https://www.invictapalestina.org/









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