LOTTARE, CONVERGERE, DURARE, PER L’ALTERNATIVA. Intervista ad Antonella Bundu
La sinistra utile
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Antonella Bundu

Intervistata da Alberto Deambrogio
Abbiamo raccolto questa intervista ad Antonella Bundu mentre svolgeva gli ultimi preparativi in vista della partenza per Cuba. Antonella ha partecipato alla missione umanitaria “Nuestra America Flotilla”, con l’obiettivo, tra le altre cose, di portare sull’isola medicinali e aiuti per contrastare gli effetti del “bloqueo”.
Alberto Deambrogio: Partendo dal successo della lista Toscana Rossa (che ha unito Potere al Popolo, Rifondazione, Possibile e civismo), come si traduce in pratica l’idea di Rodrigo Nunes di un’organizzazione che non è “né verticale né orizzontale”? In che modo l’esperienza toscana può insegnare ai movimenti a smettere di vedersi come isole separate e iniziare a percepirsi come parte di un unico “ecosistema” politico capace di sfidare il bipolarismo attuale?
Antonella Bundu: Ho avuto l’occasione di ascoltare Rodrigo Nugnes a Firenze l’anno scorso, quando è venuto a presentare il suo libro in cui è contenuto il concetto di né verticale né orizzontale. Tra i relatori c’era Dario Salvetti del collettivo GKN. Penso che quella presenza, quella del collettivo di fabbrica GKN, si possa collegare significativamente a ciò che sta nel libro di Nunes. Smettere di percepirsi come isole separate e cominciare a vedersi come parte di un unico ecosistema politico, capace di sfidare il bipolarismo.
Toscana Rossa è arrivata dopo, prima c’è stato lo spunto fornito dall’idea di convergenza elaborato da GKN, che sfidava i rapporti di forza dati. Convergenza, nel caso di Toscana Rossa, non solo fra partiti, movimenti, ma anche fra tutte quelle soggettività come i Fridays for future, con cui in teoria poteva esplodere una contrapposizione tra il lavoro e la tutela dell’ambiente. Giusto partire, dunque, dall’ex GKN per arrivare a Toscana Rossa. Ex GKN ha indicato un metodo, come conformare un ecosistema e Toscana Rossa ha provato a raccogliere le indicazioni pensandosi non come un cartello elettorale; un’impostazione che speriamo venga raccolta anche da altri territori. Si sono messi insieme tre partiti avendo poi l’adesione anche di altre liste civiche, altri movimenti con un lavoro che in realtà arrivava da lontano con un profondo radicamento.
Mi riferisco in modo particolare all’esperienza di Firenze, fatta direttamente da me, da Dmitrij Palagi e altri che hanno fatto parte del processo della cabina di regia di Toscana Rossa. Da anni si lavorava sul territorio insieme e tutto quello che è considerato l’alternativa a sinistra sia al centrosinistra che al centrodestra si è ritrovato non a caso, ma a seguito di un lungo cimento.
Parlo della mia esperienza anche, dal 2019 quando ho cominciato in qualche modo a mettermi a disposizione anche a livello istituzionale. Abbiamo lavorato e continuiamo a lavorare molto bene in tutti i quartieri di Firenze, dove abbiamo sempre eletto, tra l’altro, una rappresentanza consiliare non chiusa a Palazzo Vecchio, ma in grado di avere fuori dalle istituzioni una sua proiezione. Alcune organizzazioni o liste civiche erano più strutturate e magari meno ‘orizzontali’ e più ‘verticali’, però portavano sicuramente un bagaglio di esperienza, che è necessario. Altre organizzazioni erano organizzate in modo più orizzontale, erano più fluide e più concentrate su specifici problemi territoriali, come ad esempio il movimento contro l’aeroporto. Partiti, movimenti, liste civiche, tutti con le loro differenze, che si vedono anche, ma in grado di darsi un senso comune, di convergere, esaltando le pratiche positive, che sono diverse.
Alla fine, dunque, la strategia è stata quella di mantenere ed esaltare le differenze e questo ha potenziato tutto il progetto. Ognuno ha potuto svolgere al meglio la sua parte, anche fra i partiti: chi più capace di stare “per la strada”, chi più a costruire manifestazioni, chi invece più versato sul lato organizzativo-burocratico. Abbiamo messo insieme sia la difesa dei diritti civili, sia la lotta più direttamente sociale e di classe, andando oltre i limiti di solito riscontrati a sinistra. Noi non vogliamo insegnare niente a nessuno, vogliamo semplicemente dire cosa ci è successo, come abbiamo lavorato per anni, sperando che possa essere utile altrove.
A.D.: Tu hai spesso parlato della necessità di smantellare la bianchezza per costruire una vera uguaglianza. Come può questo concetto, spesso frainteso come puramente identitario, diventare una piattaforma di lotta materiale capace di aggregare soggettività diverse – dai lavoratori sfruttati delle aree interne alle nuove generazioni delle periferie urbane – contro un modello di sviluppo che sacrifica diritti e ambiente?
A.B.: Grazie di darmi l’opportunità innanzitutto di spiegare, perché su questo nodo si sono creati, penso di proposito, quelle dei fraintendimenti. Il titolo “Smantellare la bianchezza”, ovvero decostruire il potere, il sistema attuale era il titolo di un panel all’interno dell’iniziativa di un festival Arci contro i razzismi. Ero stata invitata insieme a una scrittrice afrodiscendente (Nogaye Ndiaye, N.d.I.) e a una professoressa di antropologia (Valeria Ribeiro Corossaz, N.d.I.). ? vero quello che tu dici, il concetto è spesso frainteso come puramente identitario. Si parte anche dall’identità. io sono metà nera e metà bianca, 50 e 50. Ci sarebbe da chiedersi per quale motivo viene esaltata solo una parte e non l’altra. Sono figlia di madre bianca, occhi azzurri, italiana e di padre sierra leonese, nero africano. Per quale motivo, a livello identitario, devo essere identificata in un certo modo?
Quando si parla di lavoratori sfruttati delle aree interne, delle periferie urbane alle nuove generazioni e non purtroppo non sappiamo far emergere l’articolazione di quel mondo, che ha al suo interno molti colori. Anche se parliamo di patriarcato, ricordiamo che anche le femministe quando parlano di esso lo fanno riferendosi a uomo bianco, cisgender, di una certa età e magari di ceto medio. Cerchiamo di smantellare una sorta di innato che rende un soggetto in qualche modo strutturalmente, istituzionalmente superiore rispetto ad un altro. ? su questa base nuova che si possono reimpostare tutte le lotte, di qualsiasi tipo.
A.D.: Di fronte a un panorama nazionale schiacciato tra la destra e un “campo largo” spesso percepito come speculare, quali sono le idee-forza (penso al diritto alla casa, alla sanità pubblica o alla pace) su cui è possibile generare da subito una mobilitazione nazionale che non sia solo elettorale, ma che agisca come uno spazio politico nella società capace di condizionare l’agenda pubblica?
A.B.: A tutti i livelli, anche comunali, si va verso un bipolarismo forzato. Noi come Toscana Rossa avevamo messo quattro parole per intestare la nostra attività: pace, lavoro, ambiente e sanità. Penso che queste, che pure non sono le uniche, rimangono importanti anche per un percorso di mobilitazione nazionale. Si deve ripartire dal fatto che tutte le lotte per cambiare i rapporti di forza devono convergere e che non si può parlare, per esempio, di diritto alla casa senza parlare di diritto alla residenza. La sanità pubblica deve essere sicuramente difesa, evitando accuratamente il paradosso di avere magari alti standard qualitativi dando sempre più risorse pubbliche al privato. Va difeso il sistema universalistico, ma, come abbiamo detto anche in campagna elettorale, servono assunzioni strutturali, serve avere lo sguardo sicuramente più lungo nel tempo, liberandoci, come detto più sopra, dalla schiavitù del momento, dell’accordo posticcio contro qualcuno come avviene per lo spauracchio del voto utile.
Quando si parla per esempio di pace e di riconversione si deve aver chiaro sempre l’esempio ex-GKN, dunque opposizione non solo alla militarizzazione che in atto, ma anche una riconversione e un uso positivo delle risorse pubbliche vanno invece nella spesa militare. Risorse da mettere su welfare, scuola, trasporti collettivi, su una ver transizione ecologica. Voglio insistere su quest’ultima, perché abbiamo visto come chiudendo diverse fabbriche, oppure entrando in crisi molti settori (dalla moda all’automotive) i nostri ministri ormai non hanno paura o vergogna a dire che bisognerebbe investire sull’economia di guerra. Anche Urso ha detto che la Beko invece di produrre frigoriferi si potrebbe trasformare come parte dell’unica industria industria che funziona, cioè quella legata agli armamenti. Dunque pensiamo che le varie mobilitazioni non possono e non devono nascere per supportare quella che è la coalizione elettorale, ma per cercare di mettere insieme e costruire delle reti che diventino che una forza sociale autonoma, organizzando degli spazi permanenti nei territori. Così può vivere un programma e un’agenda dal basso. Quello che serve ancora di più è il filo che lega tutto, il fare rete, ma soprattutto convergere.
A.D: Nella tua esperienza in Toscana, hai notato come spesso le istituzioni promuovano progetti di partecipazione senza poi rispettarne i risultati, creando distacco. Se guardiamo alla proposta di Nunes di “organizzarsi dentro una totalità”, come possiamo trasformare la frustrazione sociale in una nuova forma di convivenza tra partiti e movimenti che non sia una delega in bianco, ma un esercizio costante di contropotere territoriale?
A.B.: Noi ci troviamo in alcuni casi, a livello comunale come a Firenze all’interno delle istituzioni, però siamo in un dialogo/presenza costante fuori dal palazzo, nelle piazze. L’internità ai movimenti è decisiva, perché costringe chi è all’interno delle istituzioni stesse a confrontarsi con la realtà sociale. C’è dunque, in questo modo, la costruzione, come tu dicevi di un contropotere territoriale stabile. Chi viene eletto va all’interno delle istituzioni, ma si prepara a continuare allo stesso tempo un rapporto stretto con la piazza, a stare in assemblea, a partecipare a momenti che non siano solo consultivi. Chi ha questi comportamenti vuole risposte, prende posizione, ma vuole a far sì che ciò che si discute e si decide nell’istituzione sia anche attuato.
Portare avanti queste idee e pratiche significa costruire, organizzare contropotere permanente, con reti che siano stabili. Questo si può fare, ad esempio, con la pratica del mutualismo. Toscana Rossa, dicevamo, ha all’interno soggetti che sono organizzati, partiti, che però dialogano con i movimenti. Nel complesso si è in grado di creare conflitto, che sicuramente serve per far sì che la presenza istituzionale non rappresenti solo un momento di delega ai partiti. Noi abbiamo smesso con la delega ai i partiti o alle liste come semplici strumenti elettorali. Questa esigenza, che non è solo nostra, è emersa molto bene nell’assemblea a Firenze del 28 febbraio scorso. Chi è intervenuto ha reso esplicita l’esigenza di tenere insieme ascolto e traduzione in atti concreti delle richieste, continuando nel tempo a seguirne gli esiti.
Anche le persone che sono scese in piazza, in particolare tra settembre e ottobre, per Gaza non erano tutte attive da sempre, però erano là per cercare di cambiare dei rapporti di forza con chi stava al governo e non prendeva posizione. Erano in piazza per fare vedere da che parte stavano, poi appena c’è stata una sorta di un cessate il fuoco il movimento si è indebolito. Un po’ come se tutte quelle persone, tutta quella folla avesse accettato di delegare a soggetti altri la soluzione, ma in realtà nulla è cambiato se non il fatto che molte e molti sono stati silenziate/i. Questo ci dice che occorre lavorare per creare un conflitto permanente, stando sia all’interno delle istituzioni che nelle piazze, ascoltando e attuando, portando avanti le cose senza accontentarsi del primo sì.
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