Migranti. Un nemico perfetto

Il ddl Meloni non “gestisce” l’immigrazione: fabbrica paura, criminalizza il soccorso e usa i migranti come prototipo per comprimere diritti e democrazia

C’è una verità che andrebbe stampata a caratteri cubitali sopra ogni dibattito sull’immigrazione, sopra ogni decreto, sopra ogni ddl, sopra ogni talk show e sopra ogni post indignato: la destra odierna senza i migranti non sarebbe niente. Niente identità, niente collante, niente racconto. Una macchina politica vuota.

I migranti sono il nemico perfetto. Non perché lo siano davvero, ma perché sono costruiti come tali. Costruiti con la stessa logica con cui la pubblicità fabbrica desideri: ti convince che ti serve un oggetto inutile, ti crea un bisogno che non avevi, ti inocula una mancanza. E poi te la vende. Così fa la propaganda: ti crea l’ansia, ti costruisce la minaccia, ti fa desiderare la “sicurezza” come un prodotto. E poi te la vende, sotto forma di blocco navale, confisca delle navi, Cpr, espulsioni, Paesi terzi, interdizioni, procedure accelerate, detenzione.

Il nuovo provvedimento del governo Meloni non è solo l’ennesimo giro di vite. È la forma più nitida di questa operazione commerciale e politica: un decreto-merce, un pacchetto di paura confezionato per trasformare un problema complesso in una guerra semplice. Una guerra contro chi non può difendersi.

Ma attenzione, perché qui sta il punto che troppi fingono di non vedere: i migranti non sono soltanto il bersaglio. Sono il prototipo.
Sono il banco di prova su cui si sperimenta fin dove si può spingere la compressione della razionalità, della libertà, della democrazia. Oggi lo fai contro di loro, perché sono marginali, poveri, senza diritti politici, senza protezione sociale, spesso senza lingua e senza rete. Domani la stessa logica, rodata e normalizzata, si applica ad altri. È sempre così che funziona.

L’idea che questa sia “solo” una questione migratoria è una favola comoda. In realtà è un esperimento di governo: quanto possiamo restringere lo Stato di diritto senza che nessuno si ribelli? Quanto possiamo abituare l’opinione pubblica a misure eccezionali finché l’eccezione diventa la norma? Quanto possiamo trasformare la politica in un’area di sospensione permanente delle garanzie?

I migranti sono il campo di addestramento.

E qui entra in scena la seconda verità, quella più sporca: il migrante non è soltanto un nemico. È anche una merce. Una merce preziosa, in un’economia politica della paura.

Gli Stati europei hanno fatto una scelta criminale e ipocrita: hanno reso la migrazione regolare quasi impossibile per chi si muove per motivi economici, e così hanno appaltato la migrazione alle organizzazioni criminali. Non è un effetto collaterale: è la struttura del sistema. Se chiudi tutte le porte legali, chi può aprirle? Solo chi lucra sulla disperazione. E poi ti scandalizzi, e poi ti indichi il barcone come “prova” del caos, e poi costruisci un’altra legge repressiva.

I decreti flussi sono l’emblema di questa farsa: procedure lente, spesso irrealistiche, che alimentano malaffare nei paesi d’origine e ricatti in quelli di arrivo. Un meccanismo che produce clandestinità a comando e poi si presenta come rimedio alla clandestinità che ha prodotto.

Una volta entrato in Europa, il migrante cambia forma e diventa altre due merci. La prima è la più antica: carne da cannone per lo sfruttamento, forza lavoro precarissima, ricattabile, sottopagata, invisibile, gettata nel lavoro nero, nei campi, nei magazzini, nei cantieri, nelle case. È l’ingrediente che rende possibile un pezzo dell’economia italiana, quella che tutti conoscono e che tutti fingono di non vedere.

La seconda merce è ancora più redditizia politicamente: il migrante diventa combustibile per la retorica della sicurezza. Un barile inesauribile di paura. Un motore di consenso.

E allora arriva la menzogna più cinica: “lo chiede il popolo”. Come se la spietatezza fosse un desiderio naturale, come se la disumanità fosse una domanda spontanea. Ma è falso. Non è così. Il popolo non chiede la crudeltà: viene educato alla crudeltà. Viene addestrato.

Esattamente come la pubblicità ti fa desiderare un aggeggio inutile, così la propaganda politica ti fa desiderare un confine militarizzato, un Cpr più grande, un’espulsione più rapida, un blocco navale “indistinto”. Ti costruisce la scena: l’esercito di invasori. Ti costruisce la trama: l’Italia assediata. Ti costruisce il finale: il governo che “difende”.

E mentre ti raccontano l’invasione, i numeri reali spariscono. Mentre ti parlano di emergenza, il lavoro nero resta intoccabile. Mentre ti parlano di criminalità, non dicono una parola sui padroni che sfruttano, sugli intermediari, sulle filiere. Mentre ti parlano di “ordine”, tacciono sull’ordine vero: quello economico che produce povertà e precarietà.

Perché la sicurezza, quella vera, sarebbe casa, sanità, scuola, lavoro stabile, salari, servizi pubblici, trasporti, welfare. Ma quella sicurezza costa. E soprattutto non produce nemici. Non produce applausi. Non produce “noi contro loro”. Non produce la comoda ebbrezza del capro espiatorio.

E qui arriva il passaggio più velenoso: la costruzione del migrante come criminale naturale. È un meccanismo vecchissimo. La narrazione secondo cui a delinquere e nelle carceri italiane ci sarebbero “solo stranieri” è la stessa identica narrazione che fino all’inizio di questo secolo diceva che a delinquere e dietro le sbarre c’erano “solo meridionali”.

Cambiano i bersagli, non cambia la tecnica. Prima era il Sud, poi i rom, poi gli stranieri, domani qualcun altro. Il punto non è chi colpisci: è che ti serve sempre qualcuno da colpire, perché senza un nemico esterno non regge la bugia interna.

Il nuovo provvedimento del governo Meloni va letto dentro questo quadro. Non come un testo tecnico. Non come un “aggiustamento”. Non come una risposta. È una dichiarazione: lo Stato si arroga il diritto di sospendere, bloccare, confinare, espellere, deportare. E lo fa in nome di categorie vaghe, estendibili, manipolabili. Lo fa costruendo un’eccezione permanente.

E se oggi il laboratorio è il mare, le ong, i migranti, i Paesi terzi, i Cpr, domani quel laboratorio sarà qualcos’altro. Perché quando una democrazia impara a trattare un essere umano come un pacco, poi non si ferma più. Si abitua. E l’abitudine è la forma più efficace della barbarie.

Questa è la posta in gioco. Non l’immigrazione. La democrazia.

E per questo non basta “criticare” il provvedimento. Bisogna rifiutare il ricatto su cui si regge: la paura come identità, la disumanità come governo, la propaganda come politica. Bisogna dire che non c’è sicurezza senza diritti, e non ci sono diritti se accetti che per qualcuno possano essere sospesi.

Perché il migrante è il prototipo.
E chi non lo capisce oggi, domani lo capirà troppo tardi.

12/2/2026 https://www.osservatoriorepressione.info

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