Migrazioni e cambiamenti climatici
Rossella Romano
Le migrazioni climatiche non sono soltanto un tema di geopolitica, ma una delle principali questioni di salute globale del XXI secolo: comprenderle significa interrogarsi non solo su chi si muove, ma su quali condizioni rendono ancora possibile vivere, curarsi e adattarsi nei territori più vulnerabili del pianeta.
Nel novembre del 2023, la firma del Falepili Union Treaty (1) tra Australia e Tuvalu ha segnato un punto di svolta storico: per la prima volta, un accordo internazionale ha introdotto un meccanismo ufficiale di mobilità legato esplicitamente alla crisi climatica, consentendo ai cittadini di Tuvalu di accedere a specifici visti di residenza in Australia. Sebbene al giorno d’oggi suoni quasi come una novità parlare di migranti climatici, ci troviamo, al contrario, di fronte a un fenomeno molto antico che sta andando incontro a una sua evoluzione. Da sempre le comunità si spostano in cerca di risorse o in risposta ai mutamenti ambientali; ciò che è davvero inedito oggi, nell’era dell’Antropocene, non è il movimento in sé, ma la scala globale e la rapidità della crisi climatica contemporanea. Studi recenti suggeriscono che gli effetti del cambiamento climatico possano già interessare circa l’80% delle aree terrestri del pianeta, abitate da quasi l’85% della popolazione mondiale (3). In questo contesto, il cambiamento climatico viene sempre più riconosciuto come un importante fattore che contribuisce ai processi migratori, intrecciandosi con determinanti ambientali, sociali, economici e politici.
Lo IOM definisce i migranti climatici come “persone che, prevalentemente a causa di cambiamenti improvvisi o progressivi dell’ambiente dovuti al cambiamento climatico, sono costrette a lasciare il proprio luogo abituale di residenza, oppure scelgono di farlo, temporaneamente o permanentemente, all’interno di uno Stato o oltre un confine internazionale” (2). Tuttavia, gli spostamenti umani raramente dipendono da un’unica causa, ma sono il risultato di fattori interconnessi, difficili da scorporare.
Proprio a causa di questa evoluzione, il cambiamento climatico dovrebbe essere considerato sempre più come un elemento centrale nell’analisi delle dinamiche migratorie contemporanee. I suoi effetti, infatti, non riguardano esclusivamente chi è costretto a migrare, ma hanno conseguenze rilevanti anche per le popolazioni che rimangono nei territori colpiti. In una prospettiva One Health, una riflessione sul fenomeno delle migrazioni climatiche appare sempre più necessaria. L’approccio One Health, infatti, riconosce come la salute umana, animale e degli ecosistemi siano profondamente interconnesse tra loro e non isolate. Nel contesto delle migrazioni climatiche, questo framework si rivela particolarmente utile: gli impatti della crisi climatica, soprattutto nel caso di cambiamenti lenti e costanti, causa solo in ultimo lo spostamento della popolazione umana. Prima di questo modifica l’ecosistema creando terreno fertile per vettori di malattie infettive (come dengue e leishmaniosi), altera il sistema alimentare (agricoltura, allevamento, pesca) e riduce la disponibilità di acqua potabile, con effetti che ricadono simultaneamente sulla salute umana, animale e ambientale. Pensare alla salute dei migranti climatici significa quindi pensare contemporaneamente alla salute degli ecosistemi che abitano, attraversano e raggiungono.
Non solo eventi climatici estremi
Gli eventi climatici avversi possono manifestarsi in forma acuta oppure attraverso processi graduali di lungo periodo. I primi, quali alluvioni, cicloni, incendi o ondate di calore estreme, sono generalmente più semplici da quantificare perché producono effetti immediati e visibili sulla popolazione colpita, spesso traducendosi in evacuazioni o sfollamenti nel breve termine. Molto più complesso è, invece, misurare gli impatti dei processi climatici lenti, come l’innalzamento del livello del mare, la desertificazione, la salinizzazione dei terreni o la progressiva riduzione delle risorse idriche. I dati disponibili mostrano che i migranti climatici sono prevalentemente migranti interni. Nella maggior parte dei casi, infatti, gli spostamenti avvengono all’interno dei confini nazionali, spesso dalle aree rurali alle aree urbane. Le grandi città dei Paesi più colpiti dagli effetti della crisi climatica stanno già assorbendo quote crescenti di popolazione proveniente da aree rese meno abitabili e soprattutto con una riduzione importante della produttività agricola. Le proiezioni di Groundswell della Banca Mondiale (4) stimano che entro il 2050 fino a 216 milioni di persone potrebbero migrare all’interno del proprio Paese a causa degli impatti climatici, evidenziando come la migrazione interna rappresenti una delle principali sfide dell’adattamento climatico. Già oggi le crisi climatiche a insorgenza rapida provocano spostamenti di popolazione su larga scala: nel solo 2020, dei 40,5 milioni di nuovi sfollati interni registrati nel mondo, il 76% (30,7 milioni) è stato costretto a spostarsi a causa di disastri naturali, quasi tutti legati a eventi meteorologici estremi, mentre il 24% (9,8 milioni) era riconducibile a conflitti e violenze (5).
Figura 1. Sfollati interni registrati nel mondo alla fine del 2025

Fonte: GRID Report 2025
Tuvalu: l’isola nel pacifico
Negli ultimi anni anche l’opinione pubblica internazionale ha iniziato a confrontarsi più apertamente con il tema dei migranti climatici. Il caso di Tuvalu merita un approfondimento specifico perché rappresenta uno dei pochi esempi al mondo in cui la risposta politica alla crisi climatica ha assunto una forma giuridicamente vincolante.

Tuvalu è un piccolo Stato insulare del Pacifico minacciato dall’innalzamento del livello del mare. Da decenni rappresenta nell’immaginario collettivo uno degli esempi più evidenti della vulnerabilità climatica globale, tanto che già nel 2008 in uno studio pubblicato sul Geographical Journal (6), Locke documentava come l’innalzamento del livello del mare stesse causando erosione costiera, perdita di terreni coltivabili per salinizzazione e un aumento delle cosiddette “king tides” (le mareggiate che storicamente colpivano l’arcipelago una o due volte l’anno e che già allora arrivavano a verificarsi fino a sei-otto volte annue). Lo stesso studio segnalava come questi fattori ambientali si intrecciassero con la pressione demografica su Funafuti, l’unica isola-capitale, contribuendo a un progressivo peggioramento delle condizioni sanitarie e abitative locali. A quell’epoca il governo di Tuvalu aveva già avviato i primi contatti con Australia e Nuova Zelanda per ipotizzare una possibile delocalizzazione della popolazione, segno che la prospettiva di un trasferimento collettivo era discussa con anni di anticipo rispetto al 2023. Il Falepili Union Treaty si tratta di un’azione politica senza precedenti, perché per la prima volta uno Stato riconosce esplicitamente la crisi climatica come causa legittima di migrazione e se ne assume la responsabilità di accoglienza. Dal punto di vista della salute pubblica, questo accordo pone domande nuove: come si garantisce la continuità delle cure a una popolazione che migra collettivamente? Come si preserva il benessere mentale di comunità che perdono non solo la casa, ma il territorio, la cultura e l’identità collettiva?
Senegal: uno stato fragile dal punto di vista climatico
Anche in Africa occidentale stanno emergendo testimonianze sempre più forti degli effetti climatici sulle traiettorie migratorie. Il caso del Senegal offre una prospettiva diversa rispetto a Tuvalu, sia per le caratteristiche strutturali del fenomeno sia perché si tratta di una crisi ancora in divenire, ma non meno rilevante. Recentemente è uscito un documentario indipendente dal titolo la Rotta delle Mangrovie, che tratta proprio del caso del Senegal come paese vulnerabile dal punto di vista climatico. La comunità senegalese, sta subendo gli effetti combinati di tre fenomeni che si rafforzano a vicenda: la desertificazione delle zone interne, che spinge popolazione verso la costa; l’erosione costiera, che riduce lo spazio abitabile e produttivo; e la riduzione degli stock ittici, che mina la principale fonte di sussistenza locale. Su quest’ultimo fronte un elemento politico recente è significativo. Fino al novembre 2024 era in vigore un accordo di pesca bilaterale con l’Unione Europea (SFPA, Sustainable Fisheries Partnership Agreement), che consentiva alle flotte industriali europee, principalmente francesi e spagnole, di pescare al largo delle coste senegalesi e mauritane. Con la scadenza dell’ultimo protocollo operativo quinquennale, il nuovo governo senegalese ha scelto di non rinnovarlo, nell’intento dichiarato di proteggere la piccola pesca artigianale locale dal sovrasfruttamento delle risorse. Le navi UE non possono dunque più pescare legalmente in quelle acque. (7) Per gli operatori sanitari che lavorano con popolazioni migranti in Europa, questo significa che il profilo di salute di chi arriva dall’Africa occidentale non può essere letto senza tenere conto del contesto ambientale e socioeconomico di partenza.
Una questione di salute pubblica
In questo quadro, anche il dibattito scientifico internazionale sta iniziando a interrogarsi sulle implicazioni della mobilità climatica. Un recente articolo pubblicato su The Lancet (8) parte da un’osservazione critica: sebbene la consapevolezza del fenomeno sia cresciuta, la pianificazione nazionale per l’adattamento climatico non ha tenuto il passo con la sua scala e complessità. Su 53 piani nazionali di adattamento (NAP) presentati alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC ), 45 (circa l’85%) menzionano in qualche forma la mobilità umana, che tuttavia restano spesso generici e privi di percorsi di attuazione chiari. Per colmare questo divario, l’autrice propone uno strumento di valutazione strutturato, pensato per affiancare le linee guida tecniche già esistenti dell’UNFCCC sull’integrazione della mobilità umana nei NAP. Lo strumento non produce una classifica tra paesi né un punteggio aggregato, ma un quadro diagnostico organizzato in cinque aree: l’analisi del rischio e l’inquadramento strategico della mobilità; la coerenza politica e il coordinamento istituzionale tra i settori coinvolti (clima, riduzione del rischio da disastri, migrazione, sviluppo); le capacità operative e i meccanismi di finanziamento; le tutele legali per le persone migranti e sfollate, comprese eventuali strategie di rilocalizzazione pianificata; infine il monitoraggio, la valutazione e la condivisione delle conoscenze tra paesi. Un elemento centrale della proposta è il riconoscimento esplicito che la mobilità climatica può funzionare sia come rischio sia come strategia di adattamento, e che comprende anche situazioni di immobilità involontaria, quindi popolazioni esposte a rischi climatici elevati ma prive delle risorse per spostarsi.
In conclusione
Per chi lavora in salute pubblica, queste considerazioni si traducono in un appello concreto: superare la logica della risposta umanitaria reattiva a favore di una pianificazione anticipatoria, basata sui diritti e orientata allo sviluppo, che riconosca la mobilità climatica come parte integrante e non marginale delle strategie sanitarie e di adattamento nazionali.
Le migrazioni climatiche non sono soltanto un tema di geopolitica, ma una delle principali questioni di salute globale del XXI secolo: comprenderle significa interrogarsi non solo su chi si muove, ma su quali condizioni rendono ancora possibile vivere, curarsi e adattarsi nei territori più vulnerabili del pianeta. Questo richiede un duplice sforzo, concettuale e pratico: i sistemi sanitari devono incorporare la dimensione climatica nella pianificazione dei servizi, sia per le popolazioni migranti sia per quelle che restano. La salute dei migranti climatici è, in ultima analisi, una questione di preparedness e di equità, coerente con i principi fondamentali della salute pubblica.
Rossella Romano, Medica in Formazione Specialistica in Igiene e Medicina Preventiva, Università degli Studi di Firenze
Bibliografia
- https://www.theguardian.com/world/2026/jan/09/as-climate-change-threatened-her-home-alolita-was-offered-a-chance-at-a-new-life-in-australia
- International Organization for Migration (IOM). IOM outlook on migration, environment and climate change. Geneva: IOM; 2014. Disponibile all’indirizzo: https://publications.iom.int/system/files/pdf/mecc_outlook.pdf
- Romanello M et al. The 2024 report of the Lancet Countdown on health and climate change. The Lancet. 2024. Disponibile all’indirizzo: https://lancetcountdown.org/2025-report-visual-summary/
- Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC). GRID 2021: Global Report on Internal Displacement. Geneva: IDMC; 2021. Disponibile all’indirizzo: https://www.internal-displacement.org/global-report/grid2021/
- Clement V, Rigaud KK, de Sherbinin A, Jones B, Adamo S, Schewe J et al. Groundswell Part 2: Acting on Internal Climate Migration. Washington DC: World Bank; 2021. Disponibile all’indirizzo: https://openknowledge.worldbank.org/handle/10986/36248
- Locke JT. Climate change-induced migration in the Pacific Region: sudden crisis and long-term developments. The Geographical Journal. 2009;175(3):171–180. doi:10.1111/j.1475-4959.2009.00335.x
- European Commission. Sustainable Fisheries Partnership Agreement. Disponibile all’indirizzo: https://oceans-and-fisheries.ec.europa.eu/international/sustainable-fisheries-partnership-agreements-sfpas/senegal_en
- Marcus H. Climate change-related migration and displacement: addressing the adaptation gap. The Lancet Planetary Health. 2026. doi: 10.1016/S2542-5196(26)00035-5.
- World Health Organization. World report on the health of refugees and migrants. Geneva: WHO; 2022. Disponibile all’indirizzo: https://www.who.int/publications/i/item/9789240054462








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