Morire di Stato, nomi e storie di 365 vittime dell’Italia repubblicana
Morire di Stato è un libro del collettivo Cronache ribelli che racconta la drammatica fine di uomini e donne morti dal 1946 ai giorni nostri in circostanze che coinvolgono direttamente o indirettamente forze di polizia e apparati pubblici
Il tifoso laziale e dj Gabriel “Gabbo” Sandri aveva 26 anni. L’11 novembre 2007 venne ucciso da un proiettile sparato dell’agente Luigi Spaccarotella in un’area di servizio dell’Autosole, in provincia di Arezzo.
Lo studente Federico Aldrovandi, nato il 17 luglio 1987, il 25 settembre 2005 fu riempito di botte e di manganellate da quattro poliziotti delle Volanti di Ferrara, Paolo Forlani, Enzo Pontani, Luca Pollastri e Monica Segatto.
Carlo Giuliani, ragazzo genovese, perse la vita a 23 anni per un colpo di pistola esploso dal carabiniere Mario Placanica, durante i disordini a margine del G8 2001.
Casi storici e storie ignorate
Decenni prima, nel dicembre 1969, l’anarchico Pino Pinelli era volato giù da una finestra della questura di Milano pochi giorni dopo la strage di piazza Fontana.
In tempi recenti, all’elenco dei morti di Stato si sono aggiunti Taissir Sakka, Marinela Murati, Ramy Elgaml. E, in mezzo, decide e decine di altre donne e di altri uomini che da terra non si sono più rialzati.
Morire di Stato, 365 vittime dell’Italia repubblicana
Il collettivo Cronache ribelli di Perugia ha raccolto e catalogato i nomi e gli ultimi scampoli di vita di centinaia di persone decedute dal 1946 al 2024 in circostanze che hanno coinvolto direttamente o indirettamente forze di polizia, istituzioni penitenziarie, sanitarie e giudiziarie, apparati pubblici, quelli che amano chiamarsi servitori dello Stato.
Le ricostruzioni sono confluite in un testo corredato da puntuali citazioni delle fonti. Il volume – Morire di Stato. 365 vittime dell’Italia repubblicana (182 pagine, 17 euro) – è reperibile anche online.
Ogni pagina è un pugno allo stomaco. Toglie il fiato, indigna, interroga. Esige riposte. E l’insieme dei casi, elencati uno dopo l’altro in una narrazione serrata, fa da moltiplicatore allo sgomento e alle domande.
Storie rimosse e storie ignorate nel testo di Cronache ribelli
Attraverso la narrazione di vicende individuali e collettive, si sottolinea nella presentazione, il libro assembla e mette a disposizione i frammenti di «una parte importante di una storia largamente trascurata, rimossa o peggio mistificata».
Il volume di Cronache ribelli, dichiaratamente, «non è un’inchiesta giornalistica e neppure un saggio scientifico, ma uno strumento essenziale di memoria» e un archivio di brevi biografie. Queste tracce, «lette insieme, pongono interrogativi profondi sul rapporto tra cittadino e istituzioni e sul funzionamento della giustizia e sulla responsabilità collettiva rispetto a certi fatti».
Gli autori «si rivolgono a chiunque non voglia dimenticare e, allo stesso tempo, e possa comprendere che la violenza raccontata nelle pagine non è devianza, ma prodotto ricorrente e sistemico del mondo in cui viviamo».
Vittime invisibili messe ai margini
Le persone ricordate in Morire di Stato sono di «categorie in larga misura espulse da ogni tipo di spazio pubblico», quelle che «per le nostre istituzioni non meritano attenzione mediatica, memoria collettiva e, soprattutto, giustizia».
Si tratta di «lavoratori, migranti, detenuti, “sospetti”, malati psichiatrici, ragazzi di strada, manifestanti, ultras, poveri, emarginati, chi era al posto sbagliato nel momento sbagliato. Sono vittime della violenza dello Stato, diretta e indiretta, e per questo non sono mai state considerate persone, calpestate e spezzate senza che nessuno senta il dovere di indignarsi».
Nomi noti e nomi ignorati
Alcuni nomi e cognomi (come Giorgiana Masi, Roberto Franceschi, Stefano Cucchi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva, Michele Ferulli) suonano familiari grazie alla tenacia e alle battaglie di parenti e avvocati, una lotta impari, spesso perdente.
A una delle vittime ricordate, un piccolo rapinatore, non è stata nemmeno possibile restituire la dignità del nome. Sui giornali e nelle banche dati consultabili non si trova. Casi più recenti, come quelli di Bruno Modenese e Simone Di Gregorio, sono usciti in fretta dalle cronache.
Morire di Stato, sparire dalla memoria
I casi più datati ricostruiti nel libro Morire di Stato, così come quelli meno esplorati da giornali e tv, nulla dicono alle nuove generazioni. Un esempio? La fine di Pietro Liaci, studente di 17 anni falciato da una mitragliata in una concitata manifestazione barese legata allo sciopero generale del 27 dicembre 1947.
Un altro esempio? Il contadino ed ex partigiano Sante Mussini, 39 anni, schiacciato da un blindato dei carabinieri a San Martino in Rio di Reggio Emilia, il primo luglio 1948.
Altri ancora? I detenuti Marcello Mereu, Gerhard Coser ed Enrico Delli Carri, 59 anni in tre, il 27 luglio 1970 arsi vivi nel carcere di San Vittore.
Un libro per ridare dignità a tutte le vittime
L’idea del libro, raccogliere in un solo volume storie diversissime, nasce da una precisa volontà e da svariate motivazioni. Cronache ribelli, si ribadisce nella presentazione, vuole «respingere con forza l’idea che esistano vittime di serie A e vittime di serie B, che si possano dividere i morti tra quelli che meritano giustizia e quelli no, che si distingua chi è degno di pietà e chi è ritenuto colpevole della sua stessa fine».
Violenza di Stato, un tabù ancora da rompere
Parlare di violenza di Stato è ancora tabù. Gli autori del libro sottolineano di aver «incontrato troppi casi archiviati, troppi processi chiusi con assoluzioni per insufficienza di prove, troppi familiari screditati dalle istituzioni mentre cercavano la verità».
Così il volume si propone anche di essere «un atto di solidarietà e un grido contro l’impunità, contro la logica per cui chi indossa una divisa o esercita un potere non debba mai rendere conto delle proprie azioni».
Lorenza Pleuteri
13/8/2025 https://www.osservatoriodiritti.it/










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