Nei servizi, indizi di coscienza di classe
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di Nicolas Pons-Vignon
Dagli anni 70, i paesi ricchi hanno conosciuto una deindustrializzazione, in parte legata all’aumento della produttività (che riduce il bisogno di manodopera), ma anche allo sviluppo della produzione in altri paesi. Il sistema fordista si è trasformato, la concentrazione verticale della produzione è stata sostituita da catene transnazionali e il potere dei sindacati ha iniziato un lungo declino. Quest’osservazione è comprovata se si guarda la forma istituzionale assunta da questo potere nel dopoguerra, in particolare la capacità di contrattare a livello collettivo le condizioni di lavoro. A parte il tasso sempre più basso di copertura da contratti collettivi di lavoro a livello europeo, il livello della contrattazione si è spostato verso l’impresa individuale, riducendo la capacità di estendere gli accordi ad altri lavoratori.
Ma il declino dei sindacati e dell’organizzazione produttiva fordista potrebbe significare che la classe operaia stia sparendo? Alexander Gallas cerca di rispondere a questa importante domanda in Exiting the Factory: si chiede se il cambiamento strutturale dell’economia, con il peso sempre maggiore dei servizi, sia stato accompagnato dall’emergere di una nuova classe operaia, con una coscienza di classe propria. Si tratta di una questione fondamentale per capire come contrastare le evoluzioni del sistema capitalistico, in particolare l’aumento della disuguaglianza funzionale, cioè tra chi vive grazie al reddito del suo lavoro e chi vive grazie a redditi derivati dal capitale.
Non mancano gli intellettuali di sinistra che hanno annunciato la “fine del proletariato”, ipotizzando la sua sostituzione da un precariato oppure da una moltitudine di individui che aspirano a lavorare in modo autonomo. Per questi pensatori, la forma sindacale tradizionale costituisce una risposta anacronistica, o addirittura dannosa per i più deboli partecipanti al mercato del lavoro. Da queste considerazioni emerge spesso l’idea (condivisa da pensatori neoliberisti) che, per proteggersi dalla precarietà, bisogna promuovere una campagna a favore di un reddito universale erogato dallo Stato. Però, come si è visto con la breve esperienza del reddito di cittadinanza in Italia, senza una mobilitazione sociale coerente, tale politica non può resistere alle pressioni neoliberiste per la riduzione della spesa e viene svuotata di significato.
Ma la questione, per Gallas, non è astratta ma empirica: bisogna capire se una coscienza di classe stia emergendo tra chi lavora nei servizi. Ha dunque studiato la ricorrenza e gli obiettivi degli scioperi in questo settore. Dopo un’analisi globale di articoli di stampa, si concentra su tre casi europei, la cui diversità rispecchia le diverse forme di mobilitazione: lo sciopero dei ferrovieri tedeschi, quello dei giovani medici britannici e lo sciopero generale e femminista in Spagna.
La conclusione di Gallas è limpida: c’è una tendenza globale di formazione di coscienza di classe (operaia) fuori dal settore industriale. Gli scioperi nei servizi (sia privati, sia pubblici) stanno contribuendo a creare legami tra lavoratori. E le lotte difendono spesso gli interessi della classe operaia in generale, e non solo di un’unica categoria. Non significa però che una nuova classe operaia postindustriale sia (ancora) emersa, ma che esistono ampie opportunità per mobilitazioni che rendono possibile la formazione di una coscienza di classe condivisa. Bisogna, naturalmente, coglierle.
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