Nucleare e rinnovabili: quale strada per la transizione energetica?
[Fonte: semprenews.it – Foto di mhollaen da Pixabay]
di Alessandro Mauceri
La transizione energetica rappresenta una delle più grandi sfide dei prossimi decenni. Ridurre le emissioni di gas serra, garantire sicurezza energetica e contenere i costi per cittadini e imprese richiede scelte strategiche nel breve come nel lungo periodo. Decisioni oculate prese con coscienza e raziocinio che dovrebbero tenere conto di tanti fattori: tempi di realizzazione, sicurezza, aumento delle temperature e periodi di siccità più frequenti e riduzione delle risorse idriche disponibili, ma anche costi e flessibilità degli investimenti. Anche la possibilità di coinvolgere direttamente cittadini e comunità è un fattore rilevante.
In Italia e in molti altri paesi è in atto una corsa verso il nucleare. La giustificazione è che questo modo di produrre energia non comporta emissioni di gas serra e che potrebbe liberare dalla dipendenza dai combustibili fossili (almeno in parte). Ma siamo sicuri che è così? E davvero non esistono alternative al nucleare? Perché utilizzare energia solare (fotovoltaica e termica) ed eolica invece del nucleare (e dei combustibili fossili)?
Andiamo con ordine.
Per ciò che riguarda le emissioni è vero che il nucleare è una fonte energetica a basse emissioni di CO₂. Ma basse non vuol dire nulle: bisogna tenere conto anche dalle fasi precedenti alla produzione elettrica, estrazione e lavorazione dell’uranio, costruzione degli impianti, gestione del combustibile e smantellamento finale. Anche fotovoltaico ed eolico presentano bassissime emissioni. Sono principalmente dovute alla produzione dei materiali e alla costruzione degli impianti, ma durante il funzionamento non producono emissioni dirette e non richiedono combustibile.
La questione energetica, però, non può essere valutata considerando semplicemente le emissioni di anidride carbonica. Bisogna tenere conto anche della velocità con cui la tecnologia può diventare realtà. Ma uno dei limiti del nucleare sono proprio i tempi necessari per rendere operativo un nuovo impianto. La realizzazione di una nuova centrale solitamente richiede decenni. Ad esempio, il reattore EPR di Olkiluoto, in Finlandia, iniziato nel 2005, ha iniziato la produzione commerciale solo nel 2023, con un ritardo di molti anni rispetto alle previsioni iniziali. Anche altri progetti europei hanno registrato ritardi e un considerevole aumento dei costi previsti.
Questo significa che concentrare l’attenzione sul nucleare richiederebbe non consentirebbe di far fronte all’emergenza attuale. Nel frattempo, l’Italia e gli altri paesi che intendono sostituire i combustibili fossili con l’energia nucleare continuerebbero a dipendere dalle fonti fossili per la produzione di energia elettrica. Ma non basta. Il nucleare si basa su impianti centralizzati. Questi sistemi richiedono investimenti enormi, una gestione altamente specializzata e una rete elettrica capace di distribuire grandi quantità di energia su tutto il territorio nazionale. Le fonti rinnovabili, invece, sono già oggi in grado di utilizzare un modello più distribuito “porta a porta”. Si tratta di un aspetto non secondario. Fotovoltaico ed eolico, inoltre, possono essere installati in modo progressivo: piccoli impianti possono entrare in funzione rapidamente e contribuire immediatamente alla produzione elettrica da utilizzare non in modo centralizzato ma a livello locale. L’eolico può essere sviluppato attraverso grandi parchi ma anche attraverso progetti locali. Entrambi, solare ed eolico, possono essere installati sui tetti delle abitazioni, sugli edifici pubblici, nelle aree industriali e nei parcheggi. Tra i vantaggi anche la riduzione dei costi di trasporto dell’energia e il fatto che il cittadino non sarebbe più soltanto consumatore, ma produttore. Questo aumenterebbe la resilienza del sistema e ridurrebbe la dipendenza dei singoli utenti da sistemi centralizzati, pur restando generalmente connessi alla rete elettrica nazionale.
Interessante anche il confronto relativo ai costi di produzione. La costruzione di una centrale nucleare richiede investimenti iniziali molto elevati e costi di esercizio non indifferenti. Anche la dismissione dei materiali esausti richiede investimenti non indifferenti. Tutti i progetti nucleari comportano impegni finanziari pluridecennali e sono esposti al rischio di ritardi con conseguente aumento dei costi. Le fonti rinnovabili vanno nella direzione opposta: negli ultimi anni i costi del fotovoltaico e dell’eolico sono diminuiti considerevolmente grazie all’aumento della produzione industriale e al miglioramento tecnologico.
Un vantaggio, quello legato all’uso delle rinnovabili, che non è soltanto economico, ma anche organizzativo: è possibile distribuire gli investimenti nel tempo, realizzando migliaia di impianti invece di concentrare tutte le risorse in pochi grandi progetti. Un modello energetico completamente diverso che passa dalla concentrazione alla partecipazione.
Ma non basta.
Un aspetto spesso trascurato riguarda il rapporto tra centrali nucleari e disponibilità idrica. Nella fase di progettazione e gestione di una centrale nucleare è importante tenere conto del consumo di acqua. Le centrali nucleari, come molte centrali termoelettriche, richiedono grandi quantità di acqua per i sistemi di raffreddamento. Questo deriva dal fatto che spesso hanno un’efficienza termica bassa: di tutto il calore prodotto da un reattore nucleare nel suo funzionamento, solo una parte viene convertita in elettricità, il resto diventa calore che deve essere dissipato nell’ambiente. E per farlo sono necessarie enormi quantità d’acqua. Anche i piccoli reattori modulari (SMR) come il reattore in costruzione in Canada, hanno un’efficienza termica bassa (del 34,5%). Questo significa che, per mantenere adeguate condizioni di sicurezza, è necessario raffreddare l’impianto e quindi disporre di una enorme quantità d’acqua. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha evidenziato come la disponibilità di acqua rappresenti una vulnerabilità crescente per le centrali termoelettriche, comprese quelle nucleari. Il fabbisogno dipende dalla tecnologia utilizzata e dal sistema di raffreddamento adottato, ma in molti casi è proprio questa una delle criticità di questi impianti. Specie in momenti di siccità e a temperature ambientali elevate. Per non parlare dei problemi in caso di incidenti degli impianti nucleari quando garantire sistemi di raffreddamento affidabili diventa fondamentale (si pensi ai problemi dopo l’incidente di Fukushima).
Problemi che potrebbe diventare più rilevanti nei prossimi anni, con l’aumento degli eventi climatici estremi e il conseguente abbassamento delle portate dei fiumi. In Francia, episodi di siccità e temperature elevate hanno già costretto alcuni impianti a ridurre la produzione o a fermarsi temporaneamente. Secondo alcuni, in Romania le autorità avrebbero fatto esplodere una formazione rocciosa per deviare il percorso del Danubio e consentire un accesso più agevole all’acqua da usare per il raffreddamento della centrale di Cernavodă. Perché la Romania ha deviato il Danubio con 180 chili di esplosivo. A volte si tratta di decisioni che hanno del paradossale: per ridurre le emissioni di anidride carbonica responsabili dei cambiamenti climatici si utilizzano reattori nucleari che poi impongono di intervenire sul corso di un grande fiume per procurarsi l’acqua che manca proprio a causa del cambiamento climatico. Si tratta di aspetti di cui governi e progettisti non possono non tenere conto: la decisione di adottare una tecnologia energetica destinata a operare per molti decenni deve essere valutata anche in base alle condizioni ambientali future.

[fonte foto: quotidianodelsud.it]
L’altra faccia della medaglia è evidente: fotovoltaico ed eolico presentano un consumo operativo di acqua estremamente ridotto. Un aspetto importante è quello della sicurezza. Riguarda non soltanto gli incidenti catastrofici, ma in generale la complessità della gestione di infrastrutture tecnologicamente molto avanzate come quelle nucleari. Anche se con i sistemi di controllo odierni la probabilità di un incidente nucleare è diminuita, tuttavia non è mai del tutto nulla. Le esperienze internazionali dimostrano che anche sistemi energetici avanzati possono essere sottoposti a eventi imprevisti: problemi tecnici, errori di gestione o eventi naturali estremi possono influenzare il funzionamento degli impianti. E quando si verifica un incidente le conseguenze possono essere terrificanti. La particolarità del nucleare è che un evento grave, anche raro, può produrre conseguenze estese nello spazio e nel tempo, coinvolgendo territori, attività economiche e popolazioni. A questo si aggiunge che in contesti geopolitici incerti, in caso di conflitto armato queste centrali diventano un pericoloso bersaglio. Inutile dire che questo ha conseguenze non indifferenti anche per la popolazione che vive in prossimità di questi impianti: in Francia, ad esempio, alle persone che vivono in prossimità delle centrali nucleari vengono fornite pasticche di iodio per far fronte tempestivamente a eventi critici. Anche il valore dei beni immobili (case e terreni) in prossimità delle centrali solitamente è più basso proprio perché influenzato da una maggiore percentuale di rischio.
Pur presentando anch’esse problematiche ambientali e tecniche, il ricorso alle fonti rinnovabili non comporta rischi sistemici di questo genere. Presentano (ma in misura enormemente minore) problemi come l’occupazione del territorio, l’impatto paesaggistico e la necessità di sistemi di accumulo (si pensi ad esempio all’impatto sonoro di cui sono accusate le pale eoliche più grandi), ma certo non rischi legati ad eventuali malfunzionamenti o attacchi. Ci sono poi altri aspetti da non trascurare. Tra questi la produzione distribuita e l’indipendenza energetica. Un elemento spesso trascurato riguarda il modello economico e sociale dell’energia. Le centrali nucleari possono produrre grandi quantità di elettricità in pochi punti della rete. Ma questo significa una gestione altamente centralizzata, reti di distribuzione (con aumento considerevole dei costi sia in termini di perdite che di realizzazione). Ad esempio, alcuni anni fa si verificò un blackout nazionale. L’unica regione italiana a non essere colpita fu la Sardegna. Il motivo è che era l’unica regione a non dover spegnere le proprie centrali per usufruire in certi momenti dell’energia nucleare proveniente dalla Francia.
Un uso diffuso e capillare delle fonti rinnovabili, invece, permetterebbe di adottare un modello distribuito: abitazioni con impianti fotovoltaici; singole aziende produttrici dell’energia di cui hanno bisogno; comunità energetiche; sistemi locali con accumulo e molto altro ancora. Questo non eliminerebbe il ruolo di importanza primaria della rete nazionale, indispensabile per garantire stabilità e continuità specie nei grandi centri urbani (ma in Germania esistono diversi esempi di centri urbani che hanno creato sistemi comunali di produzione di energia fotovoltaica ed eolica), ma consentirebbe una maggiore sicurezza e una minore dipendenza dall’estero. L’energia diventerebbe non soltanto una risorsa acquistata da grandi operatori, ma anche una possibilità di produzione locale. E libererebbe dalla dipendenza dai grandi produttori. Altro aspetto da non trascurare per le centrali nucleari riguarda il trattamento delle scorie radioattive. Anche gli impianti fotovoltaici ed eolici prevedono costi per la dismissione degli impianti al termine del periodo d’uso, ma in questo caso i costi per lo smaltimento sono enormemente più bassi e i pericoli connessi praticamente nulli.
Il confronto tra nucleare e rinnovabili non riguarda soltanto quale tecnologia produca più energia o emetta meno CO₂. La domanda di partenza era: quale sistema è più efficace per affrontare le sfide dei prossimi decenni? La risposta è scontata: una transizione energetica rapida, resiliente e distribuita sarebbe possibile solo ricorrendo alle fonti rinnovabili. Sono queste a rappresentare la soluzione più flessibile e immediatamente applicabile, soprattutto se integrate con accumulo, reti intelligenti e una gestione moderna della domanda elettrica. Dal canto suo il nucleare rimane un modello energetico centralizzato, basato su pochi grandi impianti e sistemi altamente specializzati che non è in grado di risolvere i problemi per i quali i governi vorrebbero giustificarne l’uso (una rapida risposta all’emergenza legata al costo dei combustibili fossili, per i quali si cercano misure palliative a problemi generati da politiche sbagliate).
La vera sfida energetica non è soltanto produrre più elettricità (i consumi sono aumentati e continuano ad aumentare, anno dopo anno), ma costruire un sistema più resiliente, partecipativo e sostenibile. In questa prospettiva, fotovoltaico, solare e termico, ed eolico offrono un modello nel quale l’energia non è soltanto prodotta da pochi grandi impianti, ma può diventare una risorsa diffusa e accessibile a cittadini, imprese e comunità. Il futuro energetico è nella diffusione, non sulla concentrazione.
Altre fonti:
- Our World in DataElectricity Mix | Our World in Data
- OECDNuclear Power and Secure Energy Transitions (EN)
10/8/2026 https://www.lospessore.com/









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