Pagare la crisi: guerra e declino dell’Europa
di Marco Pondrelli
Versione interattiva Lavoro e Salute Giugno 2026 – Lavoro & Salute – Blog
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Un mondo in guerra e una crisi sistemica
Il mondo sembra essere precipitato in una spirale di instabilità permanente. Per ritrovare nel dibattito politico e mediatico un uso tanto frequente e disinvolto della parola guerra bisogna tornare ai momenti più drammatici del Novecento. Fino a pochi anni fa le questioni internazionali occupavano uno spazio relativamente marginale nel dibattito pubblico; oggi, al contrario, sono diventate centrali, perché incidono direttamente sulle scelte politiche ed economiche interne e, soprattutto, sulle condizioni materiali di milioni di persone.
L’impressione diffusa è quella di un mondo entrato in una fase di transizione turbolenta, caratterizzata dalla crisi di vecchi equilibri e dalla difficoltà di costruirne di nuovi. Guerre regionali, tensioni commerciali, sanzioni economiche, riarmo e competizione tecnologica non rappresentano fenomeni isolati, ma aspetti di un’unica trasformazione storica.
Per comprendere la fase attuale è necessario partire da un presupposto: i conflitti in corso non possono essere analizzati separatamente. I due principali fronti di crisi – Ucraina e Medio Oriente – sono strettamente intrecciati e rispondono a dinamiche comuni. Allo stesso modo, vanno respinte due letture opposte ma ugualmente parziali: da un lato la narrazione dominante che riduce tutto a uno scontro tra democrazia e autoritarismo; dall’altro una lettura schematica che interpreta ogni conflitto come semplice espressione di imperialismi contrapposti. Entrambe finiscono per oscurare le trasformazioni più profonde del sistema internazionale e le cause materiali che stanno ridefinendo gli equilibri mondiali.
Il nodo centrale è che ci troviamo davanti a una crisi sistemica. Non siamo di fronte a semplici tensioni internazionali o a guerre contingenti: siamo dentro una trasformazione dell’ordine globale, segnata dalla crisi dell’egemonia statunitense e dalla nascita di nuovi poli economici e geopolitici.
La crisi degli Stati Uniti e il ritorno della potenza
Il punto di partenza per un’analisi più solida è rappresentato dalla crisi strutturale degli Stati Uniti. Non si tratta di una crisi temporanea o congiunturale, ma del risultato di un lungo processo sviluppatosi nell’arco di decenni.
A partire dagli anni Ottanta, il capitalismo statunitense ha progressivamente assunto una forma sempre più finanziarizzata. La ricerca del profitto immediato ha favorito la delocalizzazione produttiva, lo spostamento delle fabbriche verso aree a basso costo del lavoro e il progressivo indebolimento della capacità manifatturiera interna.
Questo modello ha certamente prodotto enormi profitti nel breve periodo, ma ha avuto anche conseguenze profonde: desertificazione industriale, aumento delle disuguaglianze sociali, precarizzazione del lavoro e indebolimento delle classi medie.
Gli Stati Uniti hanno mantenuto il primato globale proprio mentre si indebolivano internamente. È questa una delle contraddizioni più importanti della fase attuale.
A ciò si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: il crescente peso del debito e il carattere strutturalmente deficitario dell’economia statunitense. Gli Stati Uniti consumano più di quanto producano e finanziano questa sproporzione grazie al ruolo internazionale del dollaro. Per decenni, il cosiddetto “privilegio esorbitante” della valuta americana ha consentito a Washington di sostenere livelli di debito e disavanzo che sarebbero insostenibili per qualsiasi altro paese.
Tuttavia, questo equilibrio si fonda su rapporti di forza storicamente determinati e non su una legge naturale immutabile. La centralità del dollaro dipende dalla capacità degli Stati Uniti di mantenere il proprio predominio economico, militare e finanziario. Se questi equilibri cambiano, cambia anche la solidità dell’intero sistema.
Non è casuale che, da George W. Bush fino a Donald Trump e Joe Biden, tutte le amministrazioni abbiano cercato – con strumenti differenti – di invertire questa traiettoria. Le guerre energetiche del primo decennio degli anni Duemila, i dazi introdotti da Trump e le politiche industriali dell’amministrazione Biden rispondono, pur con differenze importanti, alla stessa esigenza strategica: ricostruire una base produttiva nazionale e ridurre la dipendenza dall’esterno.
La competizione tecnologica con la Cina, gli investimenti nei semiconduttori, i programmi di reindustrializzazione e il ritorno di una politica industriale attiva rappresentano il tentativo di ricostruire il cuore produttivo del paese. Tuttavia, questi processi si scontrano con contraddizioni profonde: polarizzazione politica estrema, disuguaglianze crescenti, perdita di fiducia nelle istituzioni e frammentazione sociale.
Quando la base economica dell’egemonia si indebolisce, la risposta tende sempre più a spostarsi sul terreno della forza. Non si tratta di una scelta accidentale, ma di una dinamica storica ricorrente. La politica estera diventa uno strumento diretto di gestione delle contraddizioni interne.
In questo senso torna attuale una celebre affermazione attribuita a Henry Kissinger: gli Stati Uniti non hanno alleati permanenti, ma interessi permanenti. Le alleanze vengono così reinterpretate come strumenti funzionali al mantenimento della leadership americana.
Competizione globale e nuovo equilibrio multipolare
In un contesto di crisi dell’egemonia e di crescente competizione globale, tutti gli Stati diventano inevitabilmente concorrenti, compresi quelli formalmente alleati.
Le tensioni internazionali e i conflitti contemporanei non possono essere letti come semplici anomalie, ma come strumenti attraverso cui gli Stati Uniti cercano di preservare la propria posizione dominante, favorendo anche il trasferimento di capitali, tecnologie e produzioni verso il proprio territorio.
Parallelamente, diventa centrale il contenimento dell’ascesa della Cina. Qui si intrecciano dimensioni economiche, tecnologiche e militari. La sfida tra Washington e Pechino non riguarda soltanto il commercio internazionale, ma il controllo delle filiere strategiche, delle tecnologie avanzate, delle infrastrutture digitali e delle rotte energetiche.
Colpire i flussi energetici o destabilizzare aree decisive per gli approvvigionamenti significa colpire indirettamente il cuore dello sviluppo cinese. Le pressioni esercitate su paesi come Iran e Venezuela si inseriscono anche in questa logica più ampia.
Già negli anni Novanta Zbigniew Brzezinski individuava come obiettivo strategico degli Stati Uniti impedire una saldatura tra Russia, Cina e Iran. Oggi, pur tra contraddizioni e limiti evidenti, questa convergenza appare in parte realizzata e costituisce uno degli elementi più significativi della fase storica attuale.
La nascita dei BRICS allargati, il crescente utilizzo di monete alternative al dollaro negli scambi internazionali e il consolidarsi di relazioni economiche parallele mostrano come una parte consistente del Sud globale stia cercando di costruire margini maggiori di autonomia.
L’idea di una Russia completamente isolata appare dunque più come una rappresentazione politica che come una descrizione fedele della realtà. Molti paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina continuano infatti a intrattenere relazioni economiche e diplomatiche con Mosca e Pechino.
In questo quadro, la Cina svolge un ruolo peculiare. Pur rafforzando le proprie capacità militari, Pechino punta soprattutto sulla costruzione di reti economiche, infrastrutturali e finanziarie. La Nuova Via della Seta rappresenta il tentativo più evidente di costruire un sistema di interconnessioni globali alternativo, fondato su investimenti e relazioni economiche di lungo periodo.
Si tratta di una forma di conflitto asimmetrico: mentre Washington fa leva sulla superiorità militare e sul controllo delle alleanze, Pechino costruisce interdipendenze economiche che rendono più difficile uno scontro frontale.
Questa dinamica genera contraddizioni crescenti anche allineati agli Stati Uniti mantengono relazioni economiche profonde con la Cina. Il caso del Giappone è emblematico: alla crescente assertività militare si accompagna una forte
integrazione commerciale con Pechino. Una tensione destinata probabilmente ad accentuarsi nei prossimi anni.
Europa tra subordinazione strategica e crisi industriale
Dentro questo scenario, il ruolo dell’Unione europea appare sempre più fragile e subordinato.
Il conflitto ucraino si inserisce anche nella necessità strategica di impedire una convergenza economica e geopolitica tra Europa e Russia, in particolare tra Germania e Russia. Un asse euroasiatico fondato su energia, industria e mercati rappresenterebbe infatti una sfida potenzialmente significativa alla centralità economica statunitense.
Per anni, soprattutto dopo la fine della Guerra fredda, il rafforzamento dei rapporti energetici tra Mosca e Berlino aveva aperto questa prospettiva. Il gas russo non rappresentava soltanto una risorsa economica a basso costo, ma anche un fattore di possibile autonomia strategica europea.
La rottura di questo equilibrio ha avuto conseguenze immediate: aumento dei costi energetici, perdita di competitività industriale e crescente dipendenza da forniture alternative più onerose.
Dopo il 2014 e, ancor più, dopo l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina nel 2022, si è assistito a un progressivo spostamento di investimenti e produzioni verso gli Stati Uniti. Le politiche industriali americane, unite al differenziale nei costi energetici, hanno accelerato questa dinamica.
L’indebolimento dell’industria europea – e in particolare di quella tedesca – rappresenta uno degli effetti più evidenti di questa trasformazione. Settori strategici come la chimica, la siderurgia e la meccanica hanno subito forti pressioni, mentre aumenta il rischio di deindustrializzazione.
Diventa allora inevitabile una domanda: perché l’Europa sostiene politiche che sembrano contrastare con i propri interessi economici immediati?
Al di là della retorica ufficiale, il nodo centrale sembra essere la limitata autonomia strategica del continente.
Autonomia finanziaria, per il peso dei grandi centri di capitale internazionali; autonomia militare, per la dipendenza dalla NATO; autonomia politica, per l’assenza di una strategia realmente indipendente.
L’Unione europea appare così sospesa tra ambizioni geopolitiche e incapacità di esercitare una piena sovranità politica.
Energia, Medio Oriente e il costo permanente della guerra
Uno schema simile si ritrova nel Medio Oriente, dove la questione energetica continua a rappresentare un elemento decisivo.
L’Iran occupa una posizione strategica centrale, non solo per il proprio peso regionale, ma per le sue risorse energetiche e per il controllo di snodi fondamentali del commercio globale. Lo stretto di Hormuz resta uno dei principali passaggi per il trasporto mondiale di petrolio e gas.
Il sistema del petrodollaro, costruito negli anni Settanta dopo la fine della parità aurea, ha costituito uno dei pilastri della centralità americana. I paesi del Golfo si sono impegnato ad commerciare gli idrocarburi in dollari garantendo una domanda costante della valuta statunitense e nello stesso tempo hanno garantito l’acquisto del debito pubblico statunitense, da porta loro gli Stati Uniti garantivano la sicurezza di questi regimi.
Mettere in discussione questo equilibrio significa incidere direttamente sugli assetti economici globali.
La tregua nel confronto tra Iran e Israele non ha tuttavia aperto una prospettiva di pace stabile. Il Medio Oriente continua a oscillare tra momenti di contenimento diplomatico e nuove possibilità di escalation.
Nel conflitto israelo-palestinese, la situazione umanitaria continua a deteriorarsi. A Gaza la violenza prosegue, mentre in Cisgiordania crescono tensioni, operazioni militari ed espansione degli insediamenti. Anche il Libano resta esposto a una situazione estremamente fragile, segnata da continui episodi di instabilità.
In questo contesto, le divergenze strategiche tra Washington e Tel Aviv sembrano talvolta emergere con maggiore evidenza. Gli Stati Uniti appaiono divisi tra la necessità di contenere il conflitto e il rischio di essere trascinati in un’escalation regionale più ampia, mentre Israele continua a considerare la dimensione militare uno strumento centrale della propria strategia di sicurezza.
L’Iran, dal canto suo, sembra orientato a evitare un conflitto aperto senza però rinunciare a rafforzare le proprie garanzie strategiche. Questa combinazione rende il quadro estremamente instabile e difficile da prevedere.
Guerra, crisi sociale e spazio politico
Le tensioni internazionali vanno quindi interpretate dentro un quadro più ampio. Non siamo di fronte a crisi isolate, ma a elementi di un conflitto globale in cui si intrecciano interessi energetici, rapporti monetari, trasformazioni economiche e strategie geopolitiche.
Questi processi producono conseguenze dirette anche in Europa.
Le guerre, dirette o indirette, hanno costi materiali concreti: aumento dei prezzi dell’energia, rallentamento della produzione industriale, erosione del potere d’acquisto, compressione salariale e riduzione degli spazi di spesa pubblica.
L’aumento della spesa militare non rappresenta una scelta neutra. Destinare quote crescenti del PIL alla difesa significa inevitabilmente sottrarre risorse a sanità, scuola, trasporti, welfare e investimenti sociali.
La guerra entra così nella vita quotidiana non soltanto come questione geopolitica astratta, ma come fattore materiale che modifica concretamente le condizioni di esistenza: aumentano le bollette, peggiorano i servizi, si riduce la sicurezza economica delle famiglie.
Resta tuttavia una contraddizione politica evidente. L’Europa viene chiamata a prepararsi a un confronto sempre più duro, mentre cresce la distanza tra la rappresentazione del conflitto e la percezione concreta delle popolazioni.
È proprio dentro questa frattura che può aprirsi uno spazio politico.
Quando il tema della guerra si connette alle condizioni materiali di vita, smette di apparire lontano e diventa terreno di conflitto sociale. Le mobilitazioni contro la guerra acquisiscono forza soltanto quando riescono a intrecciarsi con le questioni del lavoro, del reddito, del welfare e della giustizia sociale.
Non basta un pacifismo astratto o puramente morale. Il nodo centrale consiste nel tenere insieme pace e questione sociale, mostrando come il peggioramento delle condizioni di vita sia strettamente connesso alle trasformazioni geopolitiche e alla militarizzazione crescente.
Solo su questo terreno può svilupparsi un’opposizione capace di incidere realmente: un’opposizione non limitata alla denuncia, ma in grado di radicarsi nei luoghi di lavoro, nei territori e nei conflitti sociali, trasformando il rifiuto della guerra in una critica più ampia dell’ordine economico e politico esistente.
La questione decisiva, in ultima analisi, riguarda chi sarà chiamato a pagare il prezzo della crisi. Se il conflitto globale diventa il meccanismo attraverso cui si tenta di gestire il declino di un ordine internazionale, allora il rischio concreto è che siano ancora una volta le classi popolari a sostenerne i costi maggiori, attraverso salari stagnanti, precarietà crescente, riduzione dei servizi pubblici e impoverimento generale.
Per questo il tema della pace non può essere separato dalla questione sociale. Non riguarda soltanto la politica internazionale: riguarda il modello di società che si intende costruire e il prezzo che milioni di persone saranno chiamate a pagare nei prossimi anni. Detto in altri termini sono unendo la lotta di classe alla lotta all’imperialismo i comunisti e la sinistra hanno una speranza di riprendersi.
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