Palestina: silenzi e complicità
Benedetto Saraceno
Della Palestina, della distruzione di Gaza, della carneficina di bambini, dei crimini di guerra del governo di Netanyahu, dell’Organizzazioni Non Governative (ONG) presenti all’interno della Striscia di Gaza dello Stato di Israele, si parla sempre meno: il passaggio del petrolio e del gas attraverso lo stretto di Hormuz tiene governi e borse col fiato sospeso, ma di fronte alla tragedia palestinese troppa parte del mondo sembra continuare a respirare tranquillamente. I silenzi aumentano e, di conseguenza, anche le complicità dirette e indirette.
Qual è oggi la situazione a Gaza?
In base agli ultimi aggiornamenti a luglio 2026, il bilancio complessivo delle vittime nella Striscia di Gaza dall’inizio del conflitto (7 ottobre 2023) ha superato i 73.200 morti e i 173.700 feriti, secondo il Ministero della Salute locale, validati dalle Nazioni Unite. Nonostante l’accordo per un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, entrato in vigore nell’ottobre del 2025, i bombardamenti e i raid mirati israeliani non sono cessati, causando oltre 1.160 vittime palestinesi solo negli ultimi nove mesi di tregua apparente. A livello umanitario, la situazione resta catastrofica: circa il 90% delle infrastrutture civili è distrutto o gravemente danneggiato e la popolazione affronta una gravissima crisi di malnutrizione dovuta al blocco parziale degli aiuti. Per la ricostruzione a lungo termine, l’Unione Europea e l’ONU stimano una necessità finanziaria di oltre 71 miliardi di dollari, avendo recentemente istituito un primo fondo di ripresa da 1 miliardo di dollari.
Il panorama politico all’interno della Striscia e nel contesto internazionale è segnato da una forte instabilità e da mosse strategiche contrapposte:
- Scioglimento formale del governo di Hamas: Nel luglio 2026, Hamas ha annunciato lo scioglimento della sua amministrazione civile a Gaza. Questo passo fa parte degli accordi previsti dal piano di pace statunitense, con l’obiettivo teorico di trasferire il controllo a un governo di tecnocrati palestinesi indipendenti. Sul piano pratico, tuttavia, i residenti riferiscono che le istituzioni locali continuano a essere gestite dagli stessi funzionari legati a Hamas, poiché non esistono ancora autorità alternative sul campo in grado di erogare i servizi di base.
- La posizione di Israele: Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito con fermezza che Israele non si ritirerà dal territorio. L’esercito israeliano (IDF) ha progressivamente consolidato il proprio controllo militare, che ora copre oltre il 70% dell’enclave palestinese (rispetto al 53% registrato all’inizio della tregua), concentrandosi sulla creazione e sul rafforzamento di zone cuscinetto di sicurezza (come la cosiddetta Yellow Line).
- Piani di ricollocamento: sul fronte politico israeliano sta sollevando forti condanne internazionali il dibattito attorno al cosiddetto “Free movement plan” (precedentemente battezzato come migrazione volontaria), un piano sostenuto dalla maggioranza dell’opinione pubblica israeliana che punta a favorire l’esodo dei palestinesi fuori dalla Striscia.
- Stallo diplomatico: I mediatori internazionali (Stati Uniti, Qatar, Egitto e Turchia) stanno cercando di fare pressione per l’applicazione integrale del piano di pace dell’amministrazione Trump (che prevede il disarmo completo di Hamas e il successivo ritiro israeliano), ma i progressi reali sono minimi e la tregua rimane estremamente fragile
La situazione a Gaza è ormai insostenibile e, ci raccontano gli operatori di Emergency (1): “Più di 7 gazawi su 10 dipendono dagli aiuti umanitari, ma i rifornimenti continuano a essere insufficienti. Nella Striscia, i medicinali rappresentano appena lo 0,5% dei beni in ingresso: una quantità del tutto insufficiente per una popolazione allo stremo “. La carenza di farmaci si traduce in ferite, infezioni e patologie croniche che non possono essere curate. Inoltre, la scarsità di acqua potabile, le condizioni igieniche pessime e il caldo aumentano ulteriormente il rischio di malattie, soprattutto per le persone più fragili. Anche il cibo che entra, spesso, è privo di un adeguato valore nutrizionale: “patatine, dolciumi e bibite gassate non possono sostituire alimenti nutrienti, indispensabili soprattutto per permettere ai bambini di contrastare gli effetti della malnutrizione.”
Nel frattempo, lo spazio in cui la popolazione può vivere continua a ridursi. “Secondo le Nazioni Unite, circa il 70% della Striscia è oggi sottoposto a ordini di evacuazione o ricade in aree militarizzate, aumentando il rischio di nuovi sfollamenti.” Il risultato è una popolazione sempre più compressa, costretta a sopravvivere in condizioni estreme, mentre continuano violenze, uccisioni e morti. Dall’inizio del cessate il fuoco a ottobre scorso, le vittime accertate sono oltre 1.000.”(2).
Quali ONG operano ancora a Gaza?
A causa delle restrizioni sanitarie e burocratiche imposte dalle autorità israeliane, la mappa delle Organizzazioni Non Governative (ONG) presenti all’interno della Striscia di Gaza ha subito drastici cambiamenti. Il governo israeliano ha infatti revocato l’autorizzazione a operare a 37 storiche ONG internazionali, accusate di non aver fornito i registri e i dati del proprio personale secondo le nuove norme di sicurezza. Nonostante questo duro blocco operativo, numerose organizzazioni continuano a essere presenti sul campo a Gaza attraverso personale locale, reti clandestine di supporto, progetti emergenziali approvati o in partnership con le agenzie delle Nazioni Unite. Queste organizzazioni storiche hanno subito il divieto formale d’ingresso dei propri operatori stranieri e forti limitazioni, ma continuano a finanziare e coordinare l’assistenza umanitaria dall’esterno o tramite presidi medici d’emergenza:
Medici Senza Frontiere (MSF): Fornisce supporto medico-chirurgico, farmaci ed evacuazioni sanitarie laddove le strutture ospedaliere sono ancora in piedi.
Oxfam: Concentrata sulla distribuzione di acqua potabile, kit igienici e servizi igienico-sanitari d’emergenza.
Caritas Internationalis / Caritas Gerusalemme: Sostenuta fortemente da Caritas Italiana, gestisce centri di ascolto e distribuzioni di cibo e beni di prima necessità alla popolazione civile.
ActionAid: Opera nel supporto alimentare e psicologico, in particolare a favore di donne e bambini sfollati.
Norwegian Refugee Council (NRC): Focalizzato sulla fornitura di ripari temporanei, tende e assistenza legale per gli sfollati.
ONG e realtà italiane sul campo
Le organizzazioni italiane sono coordinate principalmente sotto l’egida dell’AOI (Associazione delle ONG Italiane) tramite la piattaforma Insieme per la Palestina. Tra le più attive ci sono:
EMERGENCY: Gestisce direttamente una clinica ad al-Qarara e supporta l’ambulatorio di al-Mawasi e il Nasser Medical Complex a Khan Younis.
Terre des Hommes Italia: Focalizzata sulla protezione dell’infanzia, sulla malnutrizione infantile e sulla fornitura di cibo e cure pediatriche.
Soleterre: Continua a operare tramite canali e donazioni private per l’invio di tende e assistenza umanitaria di base.
PCRF Italia (Fondo di soccorso per i bambini palestinesi): Fornisce cure mediche pediatriche d’urgenza e protesi ai minori feriti dai bombardamenti.
Altre grandi organizzazioni internazionali operative.
Save the Children: Nonostante le forti restrizioni di sicurezza vigenti nel Territorio Palestinese Occupato, distribuisce aiuti alimentari e gestisce spazi sicuri per i minori.
Amnesty International e Human Rights Watch: Presenti non a livello operativo-assistenziale, ma con reti di osservatori locali per documentare le violazioni del diritto internazionale.
Che fine ha fatto il progetto mostruoso del Board of Peace voluto da Trump?
L’organismo internazionale istituito ufficialmente a gennaio 2026 a Davos e voluto dal presidente statunitense Donald Trump, è formalmente attivo dal punto di vista burocratico e diplomatico, ma le sue attività sul campo sono attualmente in forte stallo e i piani di ricostruzione sono stati drasticamente ridimensionati. Nonostante gli Stati Uniti abbiano promesso 10 miliardi di dollari e altri Paesi partner (come quelli del Golfo) abbiano promesso circa 7 miliardi, ad oggi nessun fondo concreto è stato realmente versato. Di conseguenza, i grandi progetti infrastrutturali promessi inizialmente non sono mai partiti.
Il piano iniziale presentato da Jared Kushner, che prevedeva grattacieli di lusso sul lungomare, resort turistici e nuove aree industriali, è stato temporaneamente abbandonato. Al suo posto si è pianificato un Progetto pilota ridotto: per “mantenere viva” l’attività, il Board ha recentemente approvato una forte riduzione degli obiettivi in favore di un minuscolo progetto pilota nel sud della Striscia di Gaza. Si tratterà esclusivamente di un campo temporaneo composto da prefabbricati per ospitare una minima frazione di sfollati, ma la sua realizzazione non avverrà prima di dicembre. Il piano del Board richiedeva la smobilitazione e il disarmo di Hamas per attuare la seconda fase del cessate il fuoco. Tuttavia, la persistenza delle tensioni sul campo e il mancato disarmo bloccano la transizione verso il governo dei tecnocrati palestinesi controllato dal Board. Alcuni Paesi chiave che avevano mostrato interesse stanno frenando. Ad esempio, l’Indonesia ha minacciato di ritirarsi a causa della mancanza di reali benefici per la popolazione palestinese
Scrive Enrico Bianchi su Polidemos (3): “”L’intera organizzazione è strutturata attorno alla figura del Chairman, identificato espressamente nella persona di Donald Trump nella doppia veste di leader del Board of Peace (apparentemente a vita) e Presidente degli Stati Uniti. Il Chairman detiene il potere di fissare l’agenda, creare e sciogliere qualsiasi organo interno, scegliere il proprio successore e ratificare ogni decisione, con un potere di veto di fatto universale. La membership del Board è riservata agli Stati invitati direttamente dal Chairman, che la può revocare a discrezione; per ottenere una membership permanente, peraltro, lo Statuto prevede che occorra versare più di un miliardo di dollari. È istituito anche un Executive Board per coadiuvare il Chairman e da lui nominato: nella sua composizione iniziale esso include, tra gli altri, il Segretario di Stato USA Marco Rubio, l’inviato speciale Steve Witkoff e gli uomini d’affari Martin Edelman e Marc Rowan….”A queste preoccupazioni si aggiunge un versante di critica che si concentra sulla natura semi-privatistica dell’organizzazione e sulla logica transazionale che sembra ispirarla, a cominciare dall’esoso contributo richiesto per la membership…Oltre alle criticità di ordine generale, fin dall’annuncio della sua costituzione il BoP ha ricevuto critiche severe per l’assenza totale di una rappresentanza palestinese, mentre Israele è coinvolto a pieno titolo. Il piano di Kushner per una «New Gaza» è stato denunciato come un progetto irrealistico, ideato con investitori esteri escludendo gli attori locali e senza considerare i concreti bisogni della popolazione della Striscia”.
Il 10 agosto Israele ha respinto il documento in quindici punti presentato dal Board of Peace per Gaza e sostenuto dagli USA. Lo ha annunciato Netanyahu, che ha ribadito che finché Hamas non verrà disarmato, l’esercito di Israele non si ritirerà da Gaza e ha comunque messo una pietra tombale su ogni ipotesi di pace e di diritto dei palestinesi a uno stato: “Finché sarò primo ministro, non ci sarà alcuno stato palestinese, né a Gaza né in Cisgiordania”.
Bibliografia
- https://www.emergency.it/
- https://www.emergency.it/blog/dai-progetti/la-situazione-a-gaza-gli-aggiornamenti-di-emergency-2026/#:~:text=Pi%C3%B9%20di%207,sono%20oltre%201.000.
- https://centridiricerca.unicatt.it/polidemos-notizie-che-fine-ha-fatto-il-board-of-peace#:~:text=L%E2%80%99intera%20organizzazione%20%C3%A8,universale.%20La%20membership










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