Per farla finita con l’agricoltura. Da dove vengono le proteste al Sud
Squilla il telefono, è un amico che ha una pompa di carburante nel paese vicino, dice che gli è arrivato il carico dopo giorni in cui era tutto esaurito e che posso andare a fare rifornimento, ma devo andarci subito, si sta già spargendo la voce. Sono quasi due settimane che, guidando per strada, le stazioni di servizio ancora fornite sono annunciate da lunghe code sulla carreggiata, a volte anche da vigili urbani accorsi a gestire il traffico improvviso. Nei lunghi minuti in coda scorro Instagram: si succedono filmati amatoriali di autotrasportatori fermi in strada, con i loro mezzi di traverso a bloccare o rendere difficile il passaggio. Voci impacciate che non hanno dimestichezza con obiettivi e microfoni, sguardi incazzati e sguardi bassi, presidi arrangiati con un gazebo, una baracca improvvisata, una cassa o un megafono.
Le proteste degli autotrasportatori vanno avanti da fine settembre tra Calabria, Puglia e altre regioni del Sud. Si uniscono quasi ovunque gli agricoltori, in Puglia gli olivicoltori, in alcune zone anche i pescatori e i portuali. I presidi si diffondono a ridosso dei caselli delle autostrade, sul Gargano l’Adriatica A14, l’A1 in Campania e altre. Il movente è comune: caro gasolio, impennata dei costi di produzione e delle materie prime, calo dei prezzi dei prodotti agricoli all’ingrosso. I lavoratori sull’asfalto e sulla terra non hanno più margini per sopravvivere, chiedono di ricevere più aiuti dallo Stato.
Si moltiplicano i video di agricoltori con striscioni di protesta sui trattori, contadini che rovesciano l’olio a terra. Non posso evitare di pensare a mia nonna che gridava alla disgrazia quelle rare volte in cui per errore si rovesciava un po’ d’olio, che era sacro. Invece questi agricoltori l’olio se lo versano sulle mani, sull’asfalto mentre gridano “moriremo tutti, questo è il nostro olio”, “ci avete abbandonato, al collasso siamo”, “il Sud è Italia, i ministri dove sono?”. Ai sit-in compare qualche sindaco, qualche agricoltore viene invitato ad aprire incontri di politici e congressi del Pd, tira aria di strumentalizzazione. Dalla politica arrivano promesse di aiuti per il caro carburante, insieme ai milioni previsti dal Fondo mobilità sostenibile, una misura che non risolve l’emergenza: sono fondi spalmati su cinque anni solo per l’acquisto di mezzi nuovi che consumino meno.
Nel frattempo gli scaffali dei supermercati si svuotano, le consegne ai magazzini rallentano o si paralizzano. Si percepisce un consenso generale con la protesta; bar e cittadini offrono vassoi e thermos ai lavoratori in protesta. Al presidio di Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, un allevatore offre e spartisce il suo caciocavallo podolico, mentre qualche sparuto giornalista filma sorpreso quella solidarietà, quell’aria conviviale così connaturata alla “pugliesità” a cui nemmeno gli operatori turistici che tanto la decantano hanno mai creduto.
Comincio a pensare a quando ho già visto accadere proteste simili. Chi è più grande di me ha memoria delle proteste di fine anni Novanta per le quote latte, per arrivare al movimento dei forconi, ai gilets jaunes e alle proteste dei trattori di due anni fa. Sono coinvolti sempre agricoltori, allevatori e autotrasportatori, sono sempre proteste contro il caro carburante, il costo della vita, le difficoltà economiche delle imprese a fronte di prezzi di vendita troppo bassi. Gli agricoltori denunciavano il potere contrattuale della Grande distribuzione organizzata (Gdo) e degli intermediari, contestavano gli obblighi legati alla Politica agricola comune (Pac) e le importazioni a prezzi inferiori.
Sono fenomeni ciclici che hanno come filo rosso le riforme della Pac e la transizione energetica governata dalle lobby del petrolio. Perché i lavoratori della logistica abbiano accusato il caro carburante pare lampante, ma mi interrogo su come sia esplosa l’esasperazione degli agricoltori, che gridano che quello della terra è un lavoro a perdere, che produrre non conviene più. Da ogni presidio si denuncia il sistema di distribuzione del cibo dominato dalle grandi catene di supermercati, il potere di comprimere i prezzi pagati ai fornitori, cioè agli agricoltori stessi che protestano. In ballo ci sono le relazioni di produzione e distribuzione nelle filiere agroalimentari, le condizioni di lavoro e di vita di chi produce cibo, il rapporto campagna-città e quello tra noi esseri umani e gli ambienti naturali da cui traiamo nutrimento.
SUD SCAVAME ‘A FOSSA
Nei presidi pugliesi gli olivicoltori sono un fronte compatto. Chiedono il potenziamento dell’Icqrf (l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari), controlli incrociati di Masaf e Mimit (rispettivamente, Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e Ministero delle imprese e del made in Italy) sulla Gdo che importa olio estero spacciandolo per italiano. Inoltre, chiedono lo stop alle vendite di olive e olio sotto il prezzo minimo remunerativo, la sospensione temporanea delle importazioni di olio extra-europeo, fino allo smaltimento delle giacenze nazionali.
La storia dell’olio contraffatto va avanti da anni, ma quella degli accumuli di olio locale scavalcato da quello importato sta emergendo solo nell’ultimo anno in Puglia. Parlo con Angelo Balenzano di Sannicandro di Bari, del Comitato olivicoltori e cittadini della conca barese. «A gennaio scorso – dice –, finita la raccolta dell’annata ‘25-26, i frantoi avevano i silos pieni di olio da vendere ai grossisti, ma si è bloccato tutto. Non arrivavano più richieste di acquisti come era sempre successo gli altri anni. A maggio il prezzo all’ingrosso era sceso sotto i quattro euro al litro, quando a gennaio sarebbe stato quasi il doppio, sette euro».
Gli olivicoltori adesso chiedono allo Stato di riconoscere la crisi del mercato dell’olio extravergine d’oliva, affinché si possano sospendere le importazioni, com’è stato fatto per il riso anni fa. Continua Angelo: «Finora i frantoiani erano nemici dei contadini, perché ogni volta che andavi a vendere le tue olive dovevi trattare il prezzo, vigilare il peso, eccetera. In queste condizioni, è la prima volta che sono nostri alleati, perché anche loro si sentono fregati: l’anno scorso hanno comprato le olive a un prezzo e ora l’olio che rimane nelle cisterne vale la metà, vanno in perdita. I frantoi sono tuttora pieni di olio: che devono fare, lo devono svendere? Hanno i silos pieni, quindi se noi raccogliamo le olive che stanno adesso sugli alberi e le portiamo ai frantoi, loro dove lo mettono l’olio?».
Angelo mi parla pure della crisi del grano e dell’uva, allora gli chiedo cosa facciano le associazioni di categoria come Coldiretti, Confagricoltura e Cia-Agricoltori italiani, visto che la crisi interessa tutti i comparti agricoli. «In una parola, loro fanno parte del sistema. Poco fanno per i controlli dell’olio e delle miscele contraffatte. Potrebbero spingere per i controlli e invece lasciano campo libero, per complicità con i padroni del mercato. C’è un giro di fatture false per far risultare l’olio cento per cento made in Italy,quando invece prendono un novanta per cento estero, lo fanno raffinare per togliere l’acidità, viene fuori incolore e insapore, poi aggiungono un dieci per cento di olio nostro e così finisce nei supermercati come olio Evo». Se pure i sindacati agricoli stanno apparentemente affiancando gli agricoltori nelle piazze, «si stanno dando da fare solo perché gli interessano le tessere, perché se i contadini chiudono battenti, chiudono pure loro» dice Angelo.
Continuo ad avere in testa la strofa di un canto popolare della tradizione orale del Salento, una delle tante con riferimenti al lavoro dei campi e degli ulivi. Tradotta, fa così: “Se vuoi conoscere le pene dell’inferno, devi passare due notti al frantoio [allu trappitu]. La prima notte lì perdi il sonno, l’altra perdi il sonno e l’appetito”. Fino ai primi del Novecento, le olive si trasformavano nei frantoi ipogei, chi ci lavorava scendeva sotto terra a ottobre e ne usciva a marzo, senza mai vedere la luce per tutti quei mesi. Ne uscivano bendati, con i segni della vita là sotto tra umidità, scarsa igiene, residui della lavorazione ed esalazioni delle olive in fermentazione. C’ho stampata negli occhi una scritta incisa nella pietra all’entrata di un vecchio frantoio a Giuliano di Lecce: “Non spe lucri sed liberatatis posuit. A.D. 1789”. Non con la speranza della ricchezza, ma della libertà.
LA TERRA A CHI CE L’HA
Parlo del ruolo delle organizzazioni agricole come Coldiretti anche con Giuseppe Vinci di Fasano, provincia di Brindisi, antropologo ed ex imprenditore oleario. «C’è un problema strutturale grosso – dice –. Nel ’99 il governo D’Alema, con Paolo De Castro come ministro delle politiche agricole, fece una riforma per la soppressione dell’Aima [Azienda statale per gli interventi nel mercato agricolo], l’ente pubblico che gestiva le misure di sostegno della Pac. L’Aima diventa Agea [Agenzia per le erogazioni in agricoltura] e fanno anche un’altra riforma: viene concessa alle associazioni di categoria la possibilità di gestire direttamente il canale dei finanziamenti, compresa la Pac».
Di fatto, le associazioni di categoria non si limitano più a rappresentare gli interessi degli agricoltori, ma diventano protagoniste dell’assistenza amministrativa alle imprese agricole. «I sindacalisti che fanno le domande e sbrigano le pratiche sono più rispettati del sindaco. Se tu devi partecipare a un progetto o chiedi un finanziamento, devi passare da loro. Poi, come agricoltore, hai degli obblighi da osservare: compilare il quaderno di campagna e il fascicolo aziendale, che sono in mano all’associazione di categoria. Quindi queste sono diventate lobby, che ricattano i propri associati invece di tutelarli; nei fatti, permettono alle grosse aziende di ottenere il massimo profitto dallo sfruttamento indiscriminato della terra».
Per Giuseppe si potrebbe rimediare in parte facendo tornare la gestione del fascicolo aziendale nelle mani degli agricoltori stessi o al massimo attraverso i comuni, che sono tenuti ad avere un ufficio per gestire le pratiche degli agricoltori. «Ma non lo fa nessuno, perché la politica ti spinge a farti gestire il fascicolo dalle associazioni di categoria, che sono a loro volta bacino elettorale per la politica. Coldiretti oggi ti fa la pratica e domani ti chiama e ti dice, “dobbiamo supportare tale candidato, ci farà avere fondi”». Tra le immagini che girano questi giorni, mi ricordo di un presidio a Davoli, in provincia di Catanzaro: gli agricoltori bruciano le loro tessere elettorali dicendo “vi ricordate di noi solo quando vi servono i voti”.
Giuseppe continua: «Non devi nemmeno dimostrare che la coltivi la terra. È una condizione che non è stata mai rispettata: all’epoca i controlli doveva farli la Forestale, poi l’hanno soppressa ed è rimasto tutto in mano alle associazioni di categoria». Dal 2003 nella Pac si introduce il pagamento unico per azienda, che è sì svincolato dalle dimensioni delle unità produttive, permettendo ai produttori medio-piccoli di accedere ai sussidi, però non è più parametrato a ciò che l’agricoltore produce, a come e se produce. Premia, di fatto, i pochi che gestiscono migliaia di ettari e che ricevono centinaia di migliaia di euro all’anno, a discapito delle piccole aziende agricole che scompaiono, con annessi processi di concentrazione fondiaria.
C’è un video che ha fatto migliaia di visualizzazioni: un imprenditore agricolo della provincia di Reggio Calabria disteso sull’asfalto allo svincolo di Pizzo, vicino Vibo Valentia, che grida in lacrime: “Non ce la facciamo più, aiutateci”. Ad ascoltarlo per intero, però, l’agricoltore non elemosina pietà a caso, ma urla “la politica e le associazioni di categoria ci stanno mangiando tutta la nostra dignità, non voglio avere a che fare con le associazioni di categoria, le associazioni di categoria ci stanno rubando le nostre aziende”.
COMME È BELLA ‘A CAMPAGNA
Dalla provincia di Palermo arrivano i racconti di A., che coltiva vite e produce vino biologico (ammesso che questa certificazione abbia ancora senso). Anche A. denuncia gli stessi imbrogli di Angelo e Giuseppe: «Ai grossi, i finanziamenti arrivano anche se non producono. Dalle mie parti c’è uno che ha duecentocinquanta ettari di terra sparsa nella zona, non coltiva niente. Eppure si prende sia i finanziamenti della Pac che quelli del biologico, per fantomatici vigneti pregiati di Chardonnay e Pinot grigio. Che succede? Che lui all’Irvos [Istituto regionale vini e oli di Sicilia] catastalmente dichiara un forfettario di produzione annuale, tipo “dal mio ettaro escono cento quintali di uva”, ma nessuno viene a controllare se è una previsione attendibile. Poi lui non coltiva niente, ma è comunque giustificato a vendere quei cento quintali intangibili alla cantina. Magari li vende a dieci centesimi al chilo, un prezzo stracciato, tanto non ha spese di coltivazione da compensare. Insomma, lui vende carta. E le cantine hanno bisogno sulla carta di acquistare varietà pregiate, perché così etichettano bottiglie di vino come pregiato, mettendoci dentro il vino di un altro viticoltore che, nel frattempo, nella previsione all’Irvos ha dichiarato trenta pur sapendo che avrebbe prodotto cento, quindi i restanti settanta non tracciati arrivano alla cantina sfuggendo i controlli».
Chiedo ad A. com’è andata a loro la vendemmia e mi dice che le cantine sociali e le cooperative quest’anno hanno pagato l’uva a trenta centesimi al chilo, quando fino a due anni fa valeva il doppio, sessantacinque centesimi. La causa pare essere la sovrapproduzione; anche qui, come in Puglia per l’olio, i serbatoi sono pieni. «I nuovi impianti e i reimpianti di vigneti ricevono finanziamenti costanti che seguono l’Ocm vino [Organizzazione comune dei mercati], uno strumento della Pac. Ma com’è possibile che un mercato saturo di vino, con consumo in calo, riceva fiumi di finanziamenti a perdere? All’apparenza, ci sono pure sussidi per chiudere la filiera, dall’allestire una cantina fino alla promozione del prodotto e alla gestione del enoturismo. Ma te lo puoi permettere solo se l’altra parte di capitale ce l’hai già. Ne ho visti un po’ chiedere mutui e poi non riuscire a stare dietro alla banca quando le annate vanno male, doversi vendere pezzetti di terra o proprietà di famiglia. Il finanziamento premia chi ha le spalle grosse, a noi piccoli ci tocca fare le capriole per sopravvivere».
Penso a quando mio nonno mi raccontava la storia delle patate. Nella piazza del paese ogni sera c’era un cartello su cui veniva scritto il prezzo a cui i grossisti avrebbero comprato le patate dai contadini il giorno successivo. Chi coltivava patate andava in piazza a leggere e si regolava se conveniva raccoglierle oppure lasciarle a terra e aspettare che il prezzo salisse i giorni dopo. Da un certo momento in poi, negli anni Settanta, i grossisti non hanno annunciato più il prezzo in anticipo, si facevano consegnare le casse di patate e solo la sera dopo comunicavano quanto le avrebbero pagate. Quindi i contadini erano costretti a raccogliere alla cieca e il prezzo era sempre a loro sfavore, tant’è che molti smisero di coltivarle. Così penso pure a La terra trema, dove una famiglia di pescatori tenta di svincolarsi dai commercianti che comprano il pesce a prezzi molto bassi e lo rivendono guadagnandoci.
NEORURALI
Mi colpisce come sui social e sulle locandine degli eventi in provincia la terra e l’agricoltura siano sempre ben in vista. Fondi europei e regionali piovono per progetti con la missione di sensibilizzare alla filiera corta del cibo e all’agroecologia, mentre è chiaro che il mercato va in tutt’altra direzione. I pochi che restano o tornano a fare agricoltura al Sud sembrano deruralizzati: la terra, invece di lavorarla, la decantano nei discorsi e nei progetti per i bandi, pieni di “seminare comunità”, “coltivare cittadinanza”, “alto impatto ambientale”. Un amico contadino mi diceva tempo fa: «Comincio a capire che le associazioni servono per farsi i fatti propri. Vinci un bando con un progetto di un semenzaio di comunità: con i soldi di Fondazione con il Sud fai le iniziative, fai venire il musicista amico, fai venire il fotografo, e nel frattempo ti finanziano l’impostazione di un terreno che da soli sarebbe impossibile. Così, compensi le spese per il terreno con i progetti e nel frattempo ti fai la casetta in campagna, con un orto che non sei nemmeno tu a curare, perché ogni anno chiedi le adesioni per la piantumazione e la raccolta collettiva. Tutte cose che un’azienda non potrebbe fare, non potrebbe ammortizzare le spese».
Questi neorurali invischiati nel terzo settore parlano a una nicchia che – tra laboratori per riconoscere erbe selvatiche edibili, stampe con tinture naturali, lezioni nel verde per comprendere i fenomeni queerness della natura – può pagare un pacco di pasta fatta con farina da grani antichi il triplo di quanto costa al supermercato la pasta “per tutti”. Vedo una mostra fotografica sul commercio di prossimità di frutta e verdura, ma se vai davvero ai mercati di paese vedi in che condizioni sopravvivono i coltivatori diretti. Altro che feste agricole, degustazioni narrate e cene conviviali performative con i piatti gourmet serviti sulla carriola. Dice Giuseppe Vinci: «Se venissero a fare un’indagine nella zona di Fasano, scoprirebbero che non c’è più un’azienda agricola che produce utilizzando i semi tradizionali ereditati, salvo qualche contadino. Tutte le masserie non hanno niente di tradizionale. A Fasano c’è il cocomero barattiere e il pomodoro Regina, nato proprio nella zona di Egnazia. Nel corso degli ultimi trent’anni, il pomodoro è stato ibridato, incrociato e quello che trovi nei banchi del supermercato non è il pomodoro Regina vero, anche se si legge così sull’etichetta. Quel pomodoro aveva la buccia dura perché resisteva all’inverno, ma se tu prendi una ramasola di quelle comprate al fruttivendolo e la vuoi conservare d’inverno, al primo mese marcisce e fa la muffa. Costruiamo favole per vendere i prodotti, ci inventiamo tutte le puttanate per svendere il territorio».
PREDE E PREDATORI
Lo chiamano Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare, ma la sovranità alimentare viene usata per promuovere un modello di agrobusiness ben lontano dal favorire un rapporto diretto tra produttore e consumatore e dal tutelare le economie di piccola scala. Lo chiamano Ministero delle imprese e del made in Italy, ma il vero made in Italy prima del marchio lo hanno fatto i contadini che hanno custodito i semi e la biodiversità. L’agroindustria, controllata nell’intera filiera da grandi multinazionali, ha impoverito i suoli, consumato l’acqua, inquinato le falde, peggiorato la salute dei lavoratori agricoli e contribuito a quasi un terzo delle emissioni a livello mondiale.
In Italia da cinquant’anni la superficie agricola utilizzata si sta riducendo (complici la cementificazione selvaggia e la speculazione energetica), ma non in proporzione alla diminuzione delle aziende agricole. Abbiamo sempre meno aziende agricole che gestiscono sempre più terra: oggi in media un’azienda gestisce undici ettari, mentre nel 2004 secondo l’Istat erano sette ettari. La crescita dimensionale e la diminuzione delle piccole aziende agricole è una diretta conseguenza delle politiche europee e dell’andamento dei mercati, con tanto di perdita di tipicità, di biodiversità, di produzioni di elevata qualità, di espressione delle tradizioni locali. Si moltiplicano le monoculture superintensive che provocano impatti dannosi sull’ambiente. I piccoli produttori abbandonano le terre, indotti da un sistema che rende la produzione agricola frammentata antieconomica. La Grande distribuzione detta i prezzi al ribasso, le agromafie sfruttano i lavoratori a basso costo, le biomasse diventano il miraggio di nuovi guadagni e un nuovo latifondo sta per essere ricreato. In più, molti terreni agricoli vengono sottratti per installare impianti di energia rinnovabile, distese di pale eoliche, ettari di pannelli fotovoltaici, per produrre un’energia che non si sa bene a chi serva, a chi vada, ma si sa di certo che chi ci guadagna non sono le comunità che intorno a quei terreni cercano di campare.
Il fenomeno di accaparramento delle terre mi fa pensare alle equazioni di Lotka-Volterra, un sistema di equazioni differenziali che forniscono un modello matematico per descrivere un ecosistema in cui interagiscono due specie animali, quella dei predatori e quella delle loro prede. Le prede che si riproducono costituiscono una risorsa alimentare per i predatori, che si nutrono delle prede ma dipendono dalla loro presenza per sopravvivere. Queste equazioni modellano la dinamica di due gruppi che possono influenzarsi reciprocamente e competere. Nelle equazioni che descrivono l’andamento delle due popolazioni nel tempo, c’è un termine fondamentale che rappresenta il fatto che l’interazione tra le due popolazioni dipende dalla presenza simultanea di entrambe. La relazione è reciproca, ma la dipendenza è asimmetrica. Mi chiedo se valga lo stesso per gli agricoltori e la Gdo. Quando i predatori diventano numerosi, le prede diminuiscono, ma di conseguenza anche i predatori iniziano a diminuire se non hanno altro di cui nutrirsi.
La scomparsa dei contadini non rappresenta semplicemente la vittoria definitiva della Gdo. Potrebbe rappresentare, al contrario, l’inizio di una crisi del sistema stesso: la capacità produttiva si riduce, emergono problemi di approvvigionamento, qualità, varietà e resilienza della filiera. Non è detto che senza i contadini la Gdo collassi, ma sicuramente sarà costretta ad aumentare i costi, a importare dall’estero. Quindi maggiore dipendenza da pochi fornitori e dai mercati esteri, perdita di biodiversità agricola, di identità territoriale, di conoscenze locali tradizionali. Va bene, qui le equazioni non funzionano: pure se scompaiono le prede, il predatore sopravvive. Quello che non sopravvive è l’ecosistema, il sistema agricolo e sociale che conosciamo, il cibo buono che finora, in qualche modo, siamo riusciti a mangiare. Le prede della grande distribuzione, allora, non sono solo i contadini. Siamo noi tutti. (chiara romano)
26/10/2026 https://napolimonitor.it/
Immagine: disegno di otarebill









Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!