Povertà cronica in Italia. In milioni sotto la soglia
“the other face of Rome!!!” by pasma is licensed under CC BY-NC 2.0.
C’è una parola che torna nell’ultima analisi dell’Istat: stabile. Povertà assoluta stabile, povertà relativa quasi stabile. Ma la stabilità, quando si parla di vita quotidiana, non è sempre una buona notizia: è il segno di un Paese che non riesce a migliorare, e che abitua milioni di persone a stare un passo sotto la soglia del necessario.
Oltre 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta (8,4%) e 5,7 milioni di individui (9,8%): numeri fermi sul 2023, quindi fermi ai livelli più alti dell’ultimo decennio. Non è normalità: è immobilismo sociale.
Se cerchiamo dove si addensa il disagio, la mappa è netta. Il Mezzogiorno tiene la quota più alta di famiglie povere (10,5%), mentre nelle Isole peggiora l’incidenza individuale: 13,4% contro l’11,9% dell’anno prima. Non sono oscillazioni fisiologiche: è un peggioramento statisticamente significativo, e racconta territori che si allontanano dal resto del Paese.
Il dato che fa più male resta quello dei minori: 1,28 milioni di bambini e ragazzi vivono in povertà assoluta, il 13,8%, il valore più alto dall’inizio della serie (2014). Tradotto: la povertà italiana continua a prendere la forma dell’età. Metti al mondo un figlio e il rischio sale; tre figli e la soglia diventa muro. Se non è un’emergenza nazionale questa, cos’altro lo è?
C’è poi una frattura che non possiamo fingere di non vedere: la cittadinanza. Tra le famiglie con almeno uno straniero l’incidenza è 30,4% e arriva al 35,2% per i nuclei composti solo da stranieri; tra gli italiani scende al 6,2%. È una forbice che spezza le città e le scuole, e che non si chiude da sola: richiede politiche del lavoro e dell’abitare che non siano slogan.

A proposito di casa: il rapporto inchioda un’evidenza che in troppi ignorano. Se paghi un affitto, la probabilità di essere povero quadruplica: 22,1% contro 4,7% tra i proprietari. E per le famiglie in affitto con minori il dato balza al 32,3%. L’abitare è diventato il moltiplicatore della povertà: il mercato traina, i salari arrancano, gli affitti divorano la spesa per tutto il resto.
Il lavoro non basta più a proteggere. Nelle famiglie dove la persona di riferimento è operaio l’incidenza tocca il 15,6%; se è in cerca di occupazione, 21,3%. L’ascensore sociale continua a muoversi, ma verso il basso. L’unico paracadute resta l’istruzione: con almeno il diploma si scende al 4,2%, con sola licenza media si sale al 12,8%. Non è retorica: è statistica di sopravvivenza.
Anche dove non crescono le quote, aumenta la profondità: nel Mezzogiorno l’intensità della povertà – quanto la spesa dei poveri è più bassa della linea – sale al 19,3%. Significa che chi è sotto, è più sotto. E nei comuni piccoli non periferici delle aree metropolitane l’incidenza supera l’8,9%: l’Italia dei capoluoghi turistici e delle periferie che non fanno notizia è quella che scivola di più.
Il quadro relativo cambia poco la sostanza: povertà relativa al 10,9% delle famiglie e 14,9% degli individui, con peggioramento nelle Isole. È il racconto di un ceto medio che arretra e di una fascia “appena povera” che vive a ridosso della soglia, oscillando a ogni bolletta, a ogni contratto a termine, a ogni malattia.
La politica? Se vuole parlare al Paese reale, deve smettere di usare la povertà come scenografia. Questa stabilità non è un sospiro di sollievo: è un allarme che non si spegne.
Finché teniamo ferme le cifre, teniamo ferme anche le biografie: dei bambini, dei giovani che non mettono su casa, delle famiglie che si sfiancano in affitto, degli stranieri che lavorano e restano poveri, degli operai che pagano la produttività con la rinuncia al futuro. Il rapporto Istat ci consegna un’Italia che non peggiora solo perché non riesce a migliorare. È il momento di scegliere se vogliamo continuare a chiamarla stabilità.

15/10/2025 https://diogenenotizie.com/










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