Quando la finanza guardò alle Costituzioni

J.P. Morgan, la crisi dell’euro e il «problema» delle democrazie sociali europee. Dal grande ciclo delle privatizzazioni al documento del 28 maggio 2013.

Prima parte del dossier

di Mario Sommella

Premessa

Il 28 maggio 2013, nel pieno della lunga crisi dell’euro, il dipartimento di ricerca economica europea di J.P. Morgan pubblicò un rapporto di sedici pagine dal titolo apparentemente tecnico: The Euro Area Adjustment: About Halfway There, ovvero L’aggiustamento dell’area euro: circa a metà strada. Non era un manifesto politico né un programma ufficiale dell’Unione europea. Era una ricerca prodotta dagli economisti di una delle maggiori istituzioni finanziarie del mondo e destinata all’analisi economica e finanziaria.

Eppure, a un certo punto, il documento abbandonava quasi completamente il terreno della finanza. Parlava di Costituzioni, di governi, dei diritti dei lavoratori, del diritto di protesta e dell’eredità politica lasciata in Europa dalla sconfitta del fascismo. E indicava nell’Italia uno dei luoghi nei quali verificare la capacità di realizzare quella trasformazione.

Per comprendere la portata di quelle pagine bisogna evitare due errori opposti. Il primo consiste nel minimizzarle come semplici considerazioni economiche prive di significato politico. Il secondo consiste nel trasformarle nella prova di un complotto, come se una banca avesse impartito ai governi europei l’ordine di modificare le proprie Costituzioni.

Questa indagine non cerca quell’ordine. Non lo cerca perché non serve. La domanda politicamente rilevante non è se qualcuno abbia firmato un mandato, ma perché, a partire da quel paradigma, le decisioni dei governi italiani si siano mosse con tanta costanza nella stessa direzione, e con quali effetti sull’impianto sociale della Costituzione del 1948.

È da qui che comincia questa indagine.

1. Una premessa di metodo: l’influenza non ha bisogno di ordini

Occorre chiarire subito il criterio di lettura che regge l’intero dossier, perché da esso dipende il valore di tutto ciò che segue.

I documenti pubblici delle grandi istituzioni finanziarie non contengono istruzioni operative rivolte ai governi. Contengono diagnosi, valutazioni di rischio, indicazioni di direzione. Sono la parte visibile di un processo molto più ampio, che si svolge anche altrove: nei consigli consultivi internazionali, nei forum economici, nelle cene riservate, nei colloqui a margine degli incontri aperti al pubblico, nelle relazioni personali costruite negli anni tra dirigenti finanziari e leader politici. Di quello che si dice in quelle sedi non esiste verbale, e non esisterà mai. Non perché sia clandestino, ma perché è semplicemente il modo ordinario in cui si forma l’orientamento delle élite.

Da questa constatazione discendono due conseguenze opposte, e vanno tenute entrambe.

La prima è che nessuna ricostruzione seria può pretendere di dimostrare che una banca abbia dettato una legge. Chi lo afferma senza prove non fa inchiesta, fa mitologia, e finisce per rendere un servizio a ciò che dice di combattere: perché quando la denuncia è smentibile, l’intero problema viene archiviato insieme a essa.

La seconda è che l’assenza di quella prova non chiude affatto la questione. Ne sposta soltanto il terreno. Se un paradigma viene formulato pubblicamente, se identifica con precisione quali caratteristiche costituzionali costituiscono un ostacolo, e se negli anni successivi i governi di un Paese adottano misure che intervengono esattamente su quelle caratteristiche, allora ciò che va misurato non è il contatto ma la convergenza. Non l’ordine ma l’esito. Non chi ha parlato a cena ma che cosa è stato votato in Parlamento e che cosa è stato tolto ai cittadini.

È il metodo che questo dossier adotta. Non si occuperà di ricostruire conversazioni private che nessuno potrà mai documentare. Si occuperà di verificare, atto per atto, se l’impianto sociale e garantista della Costituzione repubblicana sia stato progressivamente reinterpretato secondo il criterio dell’efficienza dell’aggiustamento economico. E l’impatto, quello sì, è misurabile: nelle tutele del lavoro, nell’equilibrio tra Parlamento e governo, nella sanità pubblica, nella spesa sociale, nella condizione materiale di chi quei diritti li esercitava.

Non è complottismo. È l’analisi di come funziona realmente il potere quando smette di passare per le urne.

2. Prima del 2013: la trasformazione dello Stato

Per comprendere il documento di J.P. Morgan bisogna allargare lo sguardo. La crisi dell’euro non nasce nel 2013 e il processo di trasformazione economica dell’Italia precede di molti anni l’introduzione della moneta unica.

Uno degli snodi simbolicamente più importanti risale al 2 giugno 1992. Quel giorno, mentre l’Italia attraversava contemporaneamente Tangentopoli, una grave crisi finanziaria e la dissoluzione del sistema politico della Prima Repubblica, sul panfilo reale britannico Britannia si svolse un incontro dedicato anche alle prospettive delle privatizzazioni italiane.

Intorno a quell’episodio è cresciuta successivamente una vasta letteratura, comprendente ricostruzioni documentate ma anche interpretazioni secondo le quali sul Britannia sarebbe stata decisa la svendita dell’Italia. Questa seconda affermazione richiede prove che il semplice svolgimento dell’incontro non fornisce.

Ma il Britannia è già, in forma esemplare, il fenomeno descritto nel capitolo precedente: un luogo di relazione tra finanza internazionale e dirigenza pubblica italiana che non produce atti ma orientamenti. Ciò che conta non è stabilire quali frasi furono pronunciate a bordo. È constatare che l’Italia entrò effettivamente, negli anni immediatamente successivi, in una delle più vaste stagioni di privatizzazione dell’Europa occidentale, con la dismissione di quote decisive del capitalismo pubblico costruito nel dopoguerra.

Un dato è certo: Mario Draghi era allora direttore generale del Tesoro italiano, incarico che ricoprì dal 1991 al 2001. La biografia ufficiale della Banca d’Italia documenta inoltre che nel 1993 divenne presidente del Comitato per le privatizzazioni. Questo è il fatto storico sul quale occorre concentrarsi, senza bisogno di trasformare il Britannia in una riunione segreta dalla quale sarebbe derivato automaticamente tutto ciò che avvenne dopo.

3. Draghi: dal Tesoro a Goldman Sachs

La traiettoria professionale di Mario Draghi rappresenta uno dei casi più significativi della circolazione delle élite tra istituzioni pubbliche e grande finanza internazionale. La sequenza è documentata: direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001; presidente del Comitato per le privatizzazioni dal 1993; Vice Chairman e Managing Director di Goldman Sachs International dal 2002 al 2005; governatore della Banca d’Italia dal 2005 al 2011; presidente della Banca centrale europea dal 2011 al 2019; presidente del Consiglio italiano dal 2021 al 2022.

Il passaggio dal Tesoro a Goldman Sachs merita particolare attenzione. Il 28 gennaio 2002 fu la stessa Goldman Sachs ad annunciare ufficialmente l’ingresso di Draghi come Managing Director e Vice Chairman di Goldman Sachs International. Nel comunicato la banca spiegava che Draghi avrebbe lavorato con i vertici dell’istituto in Europa e negli Stati Uniti sulla strategia europea e sullo sviluppo delle attività internazionali. Particolarmente interessante era una delle funzioni attribuitegli: contribuire allo sviluppo degli affari della banca con le grandi società europee e con governi e agenzie governative.

Non c’è niente di clandestino in tutto questo. Era scritto nel comunicato della stessa Goldman Sachs. Ed è precisamente questo a rendere la vicenda politicamente decisiva. Il problema non è l’illegalità, che non risulta e non viene qui ipotizzata. Il problema è strutturale: le stesse competenze, le stesse persone, la stessa cultura economica circolano tra ministeri, governi, banche centrali e istituzioni finanziarie private, e questa circolazione produce da sé una omogeneità di visione che nessuna direttiva potrebbe mai imporre. È la forma più efficace di influenza, perché non ha bisogno di esercitarsi: è già interiorizzata.

Occorre tuttavia mantenere una distinzione fondamentale. Goldman Sachs non è J.P. Morgan. Non esistono, sulla base dei documenti finora esaminati, elementi per attribuire a Draghi un rapporto professionale con J.P. Morgan analogo a quello avuto con Goldman Sachs. Draghi entra nel dossier perché incarna il rapporto più ampio tra tecnocrazia economica, istituzioni europee e grande finanza internazionale.

4. Il 2011: quando la crisi economica diventa crisi politica

Il secondo passaggio decisivo arriva nell’estate del 2011. L’Italia è investita dalla crisi dei debiti sovrani europei. Lo spread aumenta, la sostenibilità del debito italiano viene messa sotto pressione e la capacità del governo Berlusconi di realizzare rapidamente le riforme richieste viene contestata.

Il 5 agosto 2011 il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, allora governatore della Banca d’Italia e già designato a succedergli, inviano una lettera al governo italiano. L’esistenza e il testo della lettera non sono più materia di indiscrezioni giornalistiche: la Banca centrale europea l’ha successivamente resa disponibile nell’ambito dell’accesso pubblico ai documenti. La lettera contiene richieste molto incisive in materia di politica economica e di riforme strutturali, dalla liberalizzazione dei servizi alla revisione della contrattazione, dagli interventi pensionistici alla riduzione della spesa pubblica.

Questo episodio introduce una questione che accompagnerà l’intero dossier: dove termina la politica monetaria e dove comincia l’indirizzo della politica economica di uno Stato democratico? La Banca centrale europea non è una banca privata, è un’istituzione dell’Unione, e la sua azione non va confusa con quella di J.P. Morgan o di Goldman Sachs.

Ma la crisi del 2011 mostra un fenomeno che il dossier ritroverà a ogni passaggio: sotto la pressione dei mercati finanziari lo spazio delle decisioni economiche nazionali si restringe, e ciò che la Costituzione affida al circuito Parlamento, governo, corpo elettorale viene di fatto orientato da istanze esterne a quel circuito. Non attraverso un colpo di mano, ma attraverso il differenziale di rendimento dei titoli di Stato. Il vincolo esterno non ordina: rende conveniente una sola strada e antieconomica ogni altra. È la forma contemporanea della sovranità limitata.

Nel novembre 2011 Silvio Berlusconi lascia Palazzo Chigi e nasce il governo guidato da Mario Monti. Draghi, dal primo novembre 2011, è presidente della Banca centrale europea.

5. La crisi dell’euro cambia natura

È precisamente questo il contesto nel quale, un anno e mezzo dopo, compare il documento di J.P. Morgan. La questione non è più soltanto quanto debito possieda uno Stato, quanto sia competitivo, di quanto debba ridurre il deficit. La domanda diventa progressivamente più profonda: le istituzioni politiche degli Stati dell’Europa meridionale sono compatibili con il tipo di aggiustamento richiesto dall’unione monetaria?

Ed è qui che il documento del 28 maggio 2013 diventa essenziale.

6. Il rapporto del 28 maggio 2013

Il rapporto è prodotto da J.P. Morgan Europe Economic Research e porta la data del 28 maggio 2013. Tra gli autori figurano Malcolm Barr e David Mackie. La tesi generale è sintetizzata già dal titolo: l’aggiustamento dell’area euro sarebbe arrivato soltanto a metà strada.

Secondo gli analisti, la crisi europea richiede interventi su diversi livelli. Non bastano la correzione dei conti pubblici e il recupero della competitività. Occorrono riforme strutturali e, soprattutto, occorrono riforme politiche. Su quest’ultimo terreno il giudizio è drastico: la riforma politica sarebbe stata appena iniziata. È un passaggio fondamentale, perché segna lo spostamento dall’economia alla struttura stessa delle democrazie nazionali.

7. Le Costituzioni nate dalla sconfitta delle dittature

È qui che compare il passaggio più controverso dell’intero documento. Gli analisti osservano che i sistemi politici dei paesi della periferia meridionale europea erano stati costruiti in seguito alla caduta di dittature: il fascismo in Italia, l’Estado Novo in Portogallo, il franchismo in Spagna, il regime dei colonnelli in Grecia. Secondo J.P. Morgan, quelle esperienze storiche avevano influenzato profondamente gli ordinamenti successivi. Il rapporto afferma che tali Costituzioni tendono a mostrare, secondo l’espressione inglese utilizzata, una strong socialist influence, cioè una forte influenza socialista, spiegata con la forza politica acquisita dai partiti della sinistra dopo la sconfitta del fascismo.

È importante utilizzare le parole corrette. J.P. Morgan non scrive che quelle Costituzioni devono essere abolite. Non scrive letteralmente che le Costituzioni antifasciste devono essere eliminate. Queste sono interpretazioni politiche successive, e attribuirle al testo indebolirebbe l’analisi anziché rafforzarla.

Il testo autentico è tuttavia estremamente significativo, perché identifica con precisione una serie di caratteristiche di quei sistemi. Tra queste vengono richiamate: esecutivi deboli; Stati centrali relativamente deboli rispetto alle regioni; protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori; sistemi politici fondati sulla costruzione del consenso; riconoscimento del diritto di protesta contro cambiamenti considerati indesiderabili dello status quo.

Il punto politico è che questo elenco costituisce, di fatto, una mappa. Non un ordine, ma una mappa: l’indicazione esatta dei punti sui quali un processo di adattamento economico incontra resistenza. Ed è su quei punti, uno per uno, che si concentreranno negli anni successivi le principali riforme italiane. Caratteristiche che nella cultura costituzionale europea sono garanzie democratiche vengono osservate attraverso la lente dell’efficienza. La tutela del lavoro diventa rigidità. La mediazione parlamentare diventa lentezza. I limiti all’esecutivo diventano debolezza del governo. Il diritto di protesta diventa ostacolo all’attuazione delle riforme.

Non è necessario attribuire al documento intenzioni che non contiene. È sufficiente leggere ciò che contiene, e poi guardare che cosa è accaduto.

8. Perché quelle Costituzioni erano così

Qui emerge il conflitto culturale più profondo. Le Costituzioni dell’Europa meridionale non acquisirono quelle caratteristiche casualmente. Nel caso italiano, la Costituzione del 1948 nasce dopo vent’anni di fascismo, una guerra mondiale, le leggi razziali, la soppressione delle libertà politiche e sindacali e la Resistenza.

Per questo il costituente italiano costruì deliberatamente un sistema nel quale il potere esecutivo incontrasse contrappesi. Per questo attribuì centralità al Parlamento, riconobbe il ruolo dei sindacati, collocò il lavoro già nell’articolo 1 e riconobbe diritti sociali che non erano prestazioni concesse dallo Stato, ma elementi costitutivi della cittadinanza democratica.

Quelle che il rapporto del 2013 registra come rigidità sono dunque, letteralmente, le cicatrici della dittatura: contrappesi introdotti da chi aveva visto che cosa accade quando un esecutivo non ne incontra. Ciò che dal punto di vista della cultura costituzionale rappresenta una garanzia contro il ritorno dell’autoritarismo appare, osservato dal punto di vista dell’efficienza economica, come un ostacolo.

È probabilmente questo il nodo più profondo. Non semplicemente finanza contro Costituzione, ma due concezioni incompatibili della società. Da una parte la democrazia costituzionale come sistema nel quale il mercato opera entro limiti politici e sociali stabiliti dalla sovranità popolare. Dall’altra l’esigenza che le istituzioni politiche siano sufficientemente flessibili da consentire l’adattamento richiesto dall’unione monetaria e dai mercati. Nella seconda concezione non è il mercato a doversi adeguare alla Costituzione: è la Costituzione a dover diventare compatibile con il mercato.

9. Il diritto dei lavoratori diventa una variabile economica

Tra tutti i passaggi del rapporto uno merita particolare attenzione per ciò che accadrà in Italia. J.P. Morgan include tra le caratteristiche problematiche la protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori. Non siamo davanti alla critica di una singola legge sul mercato del lavoro: il riferimento è al livello costituzionale della protezione.

Per l’Italia il punto assume rilevanza particolare. La Costituzione contiene infatti una struttura molto forte di riconoscimento del lavoro e dei diritti sociali: dagli articoli 1 e 3 agli articoli 4, 35, 36, 37, 38, 39 e 40.

Il rapporto non propone l’abrogazione di questi articoli, e sarebbe scorretto sostenerlo. Ma considera la forte tutela del lavoro una delle caratteristiche che rendono più difficile l’adattamento. E qui il metodo esposto in apertura mostra la sua utilità. Non dovremo chiederci, nella seconda parte, se J.P. Morgan abbia ordinato il Jobs Act, perché non esiste alcuna prova in tal senso e nessuna se ne cerca. Dovremo chiederci una cosa diversa e verificabile: se la trasformazione del mercato del lavoro italiano abbia agito esattamente sul punto indicato dal rapporto come problematico, e con quali effetti sulla tenuta costituzionale di quelle tutele.

È una domanda che non richiede rivelazioni. Richiede la lettura degli atti, dei dati sull’occupazione e delle pronunce della Corte costituzionale, che su alcuni meccanismi introdotti in quella stagione è successivamente intervenuta dichiarandone l’illegittimità.

10. Il diritto di protesta

Ancora più insolito, per un rapporto economico, è il riferimento alla protesta politica. Tra le caratteristiche dei sistemi dell’Europa meridionale viene richiamata anche la possibilità riconosciuta ai cittadini di protestare quando vengono introdotte modifiche considerate indesiderabili.

Perché il diritto alla protesta entra in un’analisi sull’aggiustamento dell’euro? La risposta emerge dalla logica complessiva del documento. Le riforme strutturali producono vincitori e perdenti. Riduzione delle protezioni, liberalizzazioni, interventi pensionistici, contenimento della spesa pubblica e riforme del lavoro generano resistenza sociale. Se le istituzioni consentono a quella resistenza di tradursi in veto politico, manifestazione, conflitto sindacale o blocco delle decisioni, l’aggiustamento diventa più difficile.

Il problema economico diventa così un problema di governabilità. E la governabilità, da quel momento, diventa la parola chiave di un intero ciclo politico italiano: invocata come valore in sé, contrapposta alla rappresentanza, utilizzata per giustificare la riduzione degli spazi di conflitto. Merita ricordare che, negli anni successivi, la disciplina del dissenso, dei presìdi, dei cortei e del conflitto sindacale è stata più volte oggetto di restrizioni normative, fino ai provvedimenti più recenti in materia di sicurezza pubblica. La coerenza con la diagnosi del 2013 non ha bisogno di essere dimostrata da un mandato: si legge nella Gazzetta Ufficiale.

È precisamente qui che economia e Costituzione si incontrano, e che il conflitto smette di essere teorico.

11. Quando J.P. Morgan guarda all’Italia

Il documento non rimane sul terreno teorico. Analizza le difficoltà politiche dei diversi paesi dell’Europa meridionale. E quando arriva all’Italia contiene un passaggio che, alla luce degli eventi successivi, merita particolare attenzione: il test fondamentale dell’anno successivo sarebbe stato l’Italia.

Nel maggio 2013 presidente del Consiglio era Enrico Letta. Giorgio Napolitano era stato rieletto presidente della Repubblica poche settimane prima. Il sistema politico italiano era uscito dalle elezioni di febbraio senza una maggioranza autonoma in entrambe le Camere. Il Movimento 5 Stelle aveva ottenuto un risultato senza precedenti. Il Partito Democratico era attraversato da una profonda crisi interna. E all’interno di quello stesso partito cresceva rapidamente Matteo Renzi.

Il rapporto riteneva che il nuovo governo italiano avesse l’opportunità di intraprendere una significativa riforma politica. Nove mesi dopo, il 22 febbraio 2014, Matteo Renzi sarebbe diventato presidente del Consiglio, e il suo governo avrebbe realizzato in poco più di due anni una riforma organica del mercato del lavoro, una riforma della legge elettorale e il tentativo di revisione più esteso della Costituzione repubblicana dal 1948.

Questa successione cronologica è un fatto. Non è, da sola, prova di un rapporto causale, e non viene qui presentata come tale. Ma non è nemmeno una coincidenza priva di significato analitico. È l’oggetto stesso dell’indagine.

12. Gli incontri, le cene, i consigli: dove si forma davvero l’orientamento

Qui compare il primo elemento che collega direttamente a J.P. Morgan il protagonista politico degli anni successivi. Secondo la ricostruzione pubblicata il primo agosto 2026 dal Fatto Quotidiano, il rapporto personale tra Matteo Renzi e Jamie Dimon, vertice storico di JPMorgan Chase, risalirebbe almeno al periodo in cui Renzi era sindaco di Firenze. La testata colloca nel 2012 una cena organizzata dalla banca americana alla quale avrebbero partecipato Renzi, Dimon e Tony Blair.

Allo stato attuale del dossier questa circostanza va classificata come ricostruzione giornalistica da consolidare attraverso fonti primarie o ulteriori fonti indipendenti. E va detto con chiarezza che cosa una cena può e non può dimostrare. Non dimostra un accordo politico. Non dimostra subordinazione. Nessun verbale ne esisterà mai, e chi pretendesse di ricavarne una prova costruirebbe un castello di carta.

Ma è esattamente per questo che l’analisi non deve fermarsi lì. Gli incontri che si tengono prima, durante e dopo la produzione dei documenti pubblici non confermano né smentiscono quei documenti: si collocano su un altro piano. I documenti elaborano contenuti; le relazioni informali costruiscono comunanza di visione, fiducia reciproca, riconoscimento politico. Quando un leader nazionale entra stabilmente in quel circuito, non riceve istruzioni: acquisisce un orizzonte. Impara quali riforme sono considerate serie e quali velleitarie, quali interlocutori contano, quali resistenze sociali vanno trattate come vincoli e quali come residui da superare.

Questo non è un retroscena. È il funzionamento normale, e in gran parte pubblico, delle relazioni tra potere economico transnazionale e classi dirigenti nazionali. Consigli consultivi internazionali, forum, conferenze, inviti, incarichi successivi al mandato politico: tutto avviene alla luce del sole, e proprio per questo passa inosservato. L’ombra non è nel segreto delle stanze. È nel fatto che quel circuito non risponde ad alcun corpo elettorale, non è sottoposto a verifica democratica e non compare in nessuna scheda di voto, eppure incide sulla vita materiale di milioni di persone più di molte campagne elettorali.

Tony Blair diventerà, non a caso, un personaggio ricorrente in questa storia: anni dopo sarà presidente del J.P. Morgan International Council.

13. Una prima verifica sull’International Council

La documentazione societaria ufficiale di JPMorgan Chase consente di accertare un fatto importante. Nel materiale societario riferito al marzo 2025 compare il J.P. Morgan International Council. Il presidente indicato è Tony Blair, ex primo ministro britannico e presidente esecutivo del Tony Blair Institute for Global Change. Vicepresidente è Robert Gates, già segretario alla Difesa degli Stati Uniti. Tra i componenti figurano o figuravano importanti dirigenti industriali e finanziari ed ex responsabili politici internazionali.

Si tratta quindi di un organismo reale, di alto livello, e istituzionalmente perfetto per la funzione descritta nel capitolo precedente: un luogo in cui ex capi di governo, ex ministri della Difesa e vertici industriali elaborano insieme a una banca d’affari la lettura del mondo. Nessuna clandestinità. Solo l’assenza totale di mandato popolare.

Questa informazione acquista particolare rilievo alla luce della notizia pubblicata dal Fatto Quotidiano il primo agosto 2026, secondo cui Matteo Renzi risulterebbe oggi membro dell’International Council di J.P. Morgan. Il quotidiano afferma di aver ricavato la qualifica dalla documentazione depositata dalla società israeliana Enlivex presso la SEC americana.

Questa prima parte non considera ancora definitivamente acquisita la nomina. Il passaggio metodologico successivo è il recupero del deposito originale presso la SEC e l’individuazione della formulazione esatta. Non si dimostra una tesi attraverso un articolo di giornale quando può esistere il documento societario originario.

14. La linea temporale comincia a prendere forma

A questo punto possiamo fissare una prima sequenza di eventi documentati o da approfondire.

Nel 1991 Mario Draghi diventa direttore generale del Tesoro.

Il 2 giugno 1992 si svolge l’incontro sul Britannia, dedicato anche alle privatizzazioni; la partecipazione di Draghi resta da ricostruire integralmente attraverso fonti primarie.

Nel 1993 Draghi assume la presidenza del Comitato per le privatizzazioni.

Nel 2002 passa a Goldman Sachs International come Vice Chairman e Managing Director.

Nel 2005 diventa governatore della Banca d’Italia.

Il 5 agosto 2011 viene inviata la lettera della Banca centrale europea al governo italiano, firmata da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi.

Il primo novembre 2011 Draghi assume la presidenza della Banca centrale europea.

Nel novembre 2011 cade il governo Berlusconi e nasce il governo Monti.

Nel 2012, secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano, si svolge l’incontro conviviale tra Renzi, Dimon e Blair: circostanza ancora da consolidare documentalmente.

Il 28 maggio 2013 J.P. Morgan pubblica The Euro Area Adjustment: About Halfway There. Il rapporto identifica nei sistemi politici dell’Europa meridionale caratteristiche derivanti dalle Costituzioni post dittatoriali, considera la riforma politica ancora largamente incompiuta e indica l’Italia come uno dei test fondamentali dell’anno successivo.

Il 22 febbraio 2014 Matteo Renzi diventa presidente del Consiglio.

Da qui inizierà la seconda parte dell’indagine.

15. Che cosa possiamo affermare già adesso

Al termine di questa prima ricognizione alcuni fatti possono essere considerati solidamente documentati.

È documentato che J.P. Morgan pubblicò il rapporto del 28 maggio 2013 e che quel rapporto affrontava esplicitamente la struttura politica e costituzionale dei paesi dell’Europa meridionale. È documentato che parlava di una forte influenza socialista delle Costituzioni nate dopo la caduta delle dittature. È documentato che menzionava tra le caratteristiche di quei sistemi gli esecutivi deboli, il decentramento regionale, la protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori, la costruzione del consenso e il diritto di protesta. È documentato che considerava la riforma politica largamente ancora da realizzare e che individuava nell’Italia un test importante per l’anno successivo.

È documentato che Mario Draghi aveva diretto il Tesoro, guidato il Comitato per le privatizzazioni, lavorato ai massimi livelli di Goldman Sachs International ed era presidente della Banca centrale europea quando quel rapporto fu pubblicato. È documentata l’esistenza del J.P. Morgan International Council e la presidenza di Tony Blair almeno nella documentazione societaria riferita al 2025.

Non è dimostrato, e questo dossier non lo sosterrà mai, che J.P. Morgan abbia impartito ordini al governo italiano. Non è dimostrato che abbia determinato il Jobs Act. Non è dimostrato che abbia determinato la riforma costituzionale Renzi Boschi. Non è dimostrato che l’ascesa di Renzi sia stata favorita dalla banca. E non è ancora stata acquisita la fonte primaria depositata presso la SEC che documenterebbe l’attuale appartenenza di Renzi all’International Council.

Ma è documentabile qualcosa che pesa di più, perché non dipende da alcuna rivelazione. È documentabile che l’agenda indicata come necessaria nel 2013 sia stata in larga misura perseguita dai governi italiani successivi, attraverso atti pubblici, votati in Parlamento e pienamente verificabili. È documentabile che quegli atti abbiano inciso proprio sui punti che il rapporto elencava come ostacoli. Ed è documentabile, soprattutto, il loro impatto: sulle tutele del lavoro, sull’equilibrio tra rappresentanza e decisione, sulla spesa sociale, sulla condizione materiale dei cittadini che di quei diritti vivevano.

È su questo terreno, e non sulla caccia a un documento segreto che non esiste, che il seguito dell’indagine si concentrerà.

16. La domanda che rimane aperta

Il documento del 2013 non è interessante perché dimostrerebbe l’esistenza di una cabina di regia. È interessante per una ragione più concreta e più grave: mostra come, durante la crisi dell’euro, la struttura sociale e democratica delle Costituzioni dell’Europa meridionale potesse essere letta da una delle più importanti istituzioni finanziarie mondiali come una variabile dell’aggiustamento economico.

Diritti dei lavoratori. Contrappesi all’esecutivo. Autonomie territoriali. Costruzione del consenso. Diritto di protesta. Elementi concepiti dopo le dittature come protezioni della democrazia entrano nel linguaggio dell’efficienza delle riforme.

E poi, nel documento, compare l’Italia. Pochi mesi dopo a Palazzo Chigi arriva Matteo Renzi. Durante il suo governo vengono approvate profonde modifiche del mercato del lavoro e viene tentata una vasta riforma della Costituzione, respinta dagli elettori nel referendum del dicembre 2016. Nel 2016 J.P. Morgan entra inoltre direttamente in una delle vicende bancarie più delicate del Paese, quella del Monte dei Paschi di Siena. Jamie Dimon incontra Renzi a Palazzo Chigi. E tredici anni dopo quel documento il nome di Matteo Renzi riappare accanto a quello dell’International Council di J.P. Morgan.

Chi cerca in questa sequenza la prova di un complotto non la troverà, e farà bene a non fabbricarla. Ma chi vi cerca la fisionomia di un potere che opera per orientamento anziché per comando, per convergenza anziché per ordine, per relazione anziché per direttiva, quella fisionomia la troverà con precisione. È un potere che non ha bisogno di nascondersi perché non ha bisogno di essere segreto: gli basta non essere mai sottoposto al voto.

La domanda che resta aperta, e che riguarda ciascuno di noi, non è dunque chi abbia deciso. È molto più semplice, e molto più scomoda: se le scelte che hanno modificato in profondità la condizione materiale dei cittadini italiani siano state assunte dagli organi che la Costituzione indica come titolari di quel potere, o da un circuito che quella titolarità non l’ha mai avuta e non l’avrà mai.

Questa sequenza non è ancora una spiegazione. È una pista d’indagine. Ed è da qui che comincia la seconda parte del dossier.

Fonti

J.P. Morgan, Europe Economic Research, Malcolm Barr, David Mackie e altri, The Euro Area Adjustment: About Halfway There, 28 maggio 2013, sedici pagine.

Banca centrale europea, documentazione resa pubblica relativa alla lettera del 5 agosto 2011 inviata al presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi.

Banca d’Italia, biografia istituzionale di Mario Draghi, relativa agli incarichi al Tesoro, al Comitato per le privatizzazioni, a Goldman Sachs, alla Banca d’Italia e alla Banca centrale europea.

Goldman Sachs, comunicato ufficiale del 28 gennaio 2002 sull’ingresso di Mario Draghi nella banca.

JPMorgan Chase and Co., documentazione societaria relativa al J.P. Morgan International Council, con Tony Blair indicato come presidente.

Il Fatto Quotidiano, articolo del primo agosto 2026 sull’incarico di Matteo Renzi nel think tank di J.P. Morgan, utilizzato come punto di partenza per le verifiche: le affermazioni principali saranno sottoposte a riscontro attraverso documentazione primaria.

Nota metodologica. La verifica preliminare delle fonti conferma i pilastri sui quali è costruita questa prima parte: la biografia istituzionale della Banca d’Italia certifica la sequenza Tesoro, privatizzazioni, Goldman Sachs, Banca d’Italia, Banca centrale europea; il comunicato di Goldman Sachs conferma direttamente che Draghi avrebbe lavorato anche allo sviluppo degli affari con governi e agenzie governative; la Banca centrale europea rende oggi consultabile la documentazione relativa alla lettera del 5 agosto 2011; la documentazione JPMorgan riferita al marzo 2025 conferma Tony Blair come presidente del J.P. Morgan International Council. Per il documento del 2013 sono stati verificati nuovamente titolo, data, struttura ed estensione della copia disponibile.

La seconda parte entrerà nel periodo decisivo compreso tra il 2013 e il 2016 e metterà materialmente a confronto, punto per punto, la diagnosi del 2013 e gli atti dei governi successivi: il Jobs Act, la riforma Renzi Boschi, la legge elettorale, i rapporti tra Renzi e Dimon e la vicenda del Monte dei Paschi di Siena. Non per cercare un mandante, ma per misurare la convergenza e, soprattutto, l’impatto.

La seconda parte del dossier è ora disponibileDa J.P. Morgan al Jobs Act: l’Italia come «key test».

4/8/2026 https://mariosommella.com/

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