Romanzo quirinale. Come il Colle ha abbandonato la Costituzione per Washington, Bruxelles e il partito della guerra. Libro di Savino Balzano

di Marco Pondrelli

In un passaggio del suo libro, Savino Balzano ricorda l’intervento di Marco Travaglio a Otto e mezzo del 24 marzo 2025. Un intervento bellissimo (ma mai quanto le facce attonite dei suoi interlocutori) destinato a diventare virale sui social network, nel quale il direttore del Fatto Quotidiano denunciava l’ipocrisia di quanti hanno scoperto improvvisamente il diritto internazionale dopo il 24 febbraio 2022, dopo aver taciuto per anni di fronte alle guerre e alle violazioni compiute dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Al di là dei giudizi che ciascuno può formulare su Travaglio, quel breve intervento ebbe il merito di rompere una narrazione dominante e di dare voce a un disagio diffuso.

Il libro di Balzano possiede una funzione analoga. È una boccata d’aria fresca che entra in una stanza chiusa da troppo tempo; dà forma a riflessioni che molti condividono privatamente ma che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico. È il genere di testo che affronta questioni spesso considerate intoccabili e che, proprio per questo motivo, merita attenzione.

Va chiarito subito un punto: quello di Balzano è un libro coraggioso. Come scrive nell’introduzione, «in questo Paese nessuno osa criticare il Presidente della Repubblica. Ci sono certamente delle eccezioni, rarissime, ma in generale nessuno nella politica, nessuno nel mondo dell’informazione, nessuno nel mondo dell’accademia. Nessuno lo critica». È una constatazione forse provocatoria, ma che coglie un elemento reale del dibattito pubblico italiano: la figura del Presidente della Repubblica è spesso circondata da una sorta di sacralità che rende difficile qualsiasi critica politica.

Al tempo stesso, il volume non è uno sfogo polemico né una raccolta di invettive. Al contrario, Balzano costruisce una critica articolata e documentata, che prova a ricostruire l’evoluzione della Presidenza della Repubblica negli ultimi decenni e il progressivo ampliamento del suo ruolo politico.

Chi ha vissuto alcune stagioni della Prima Repubblica, o ha ascoltato i discorsi di presidenti come Sandro Pertini, fatica talvolta a riconoscersi nell’attuale assetto istituzionale. Nel libro viene ricordata una dichiarazione particolarmente significativa di Jean-Claude Juncker, secondo il quale egli avrebbe negoziato in segreto con Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella quando incontrava difficoltà con alcuni ministri italiani. Un’affermazione che, se confermata nella sua portata politica, avrebbe meritato ben altra attenzione da parte dei media e del dibattito pubblico. Eppure passò quasi inosservata.

Secondo l’Autore, il primo Presidente della Repubblica ad avere oltrepassato i confini tradizionali del proprio ruolo fu Giorgio Napolitano. La crisi del governo Berlusconi del 2011 rappresenta, in questa ricostruzione, uno spartiacque fondamentale. Il governo di centrodestra, che personalmente non rimpiango, venne sostituito dall’esecutivo tecnico guidato da Mario Monti in una fase di fortissima pressione internazionale e finanziaria. Balzano interpreta quel passaggio come una cesura profonda nella vita democratica del Paese, un momento in cui gli equilibri costituzionali si modificarono a vantaggio dei cosiddetti vincoli esterni.

L’esecutivo Monti diede vita a una stagione di austerità che produsse conseguenze economiche e sociali molto pesanti. Non a caso lo stesso Monti arrivò a rivendicare la riduzione dei consumi come risultato della propria politica economica. È in questo contesto che Balzano formula una delle sue tesi principali: il Presidente della Repubblica avrebbe progressivamente smesso di essere il garante della Costituzione e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato per trasformarsi nel garante delle compatibilità europee e delle politiche economiche richieste dalle istituzioni comunitarie.

È probabilmente questo il nucleo più interessante dell’intero libro. Secondo l’autore, esiste una sostanziale continuità tra le presidenze Napolitano e Mattarella. Una continuità caratterizzata dall’adesione a un preciso orientamento geopolitico ed economico, fondato sull’allineamento alle posizioni di Bruxelles e Washington, sul sostegno alle politiche di austerità e, più recentemente, su una crescente centralità della dimensione militare e del riarmo.

Nelle dense pagine dedicate a Sergio Mattarella vengono richiamati alcuni episodi particolarmente significativi. Tra questi vi è il rifiuto della nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia nel primo governo Conte. Balzano considera quel passaggio un precedente importante, perché a suo giudizio il Presidente della Repubblica può opporre rilievi di incompatibilità giuridica sui nomi proposti, ma non dovrebbe intervenire per ragioni di carattere politico. La valutazione sull’indirizzo politico di un governo spetterebbe infatti al Parlamento, che rappresenta la volontà popolare attraverso il voto dei cittadini.

L’episodio assume una rilevanza ancora maggiore se collocato nel contesto europeo di quegli anni. Le politiche di austerità avevano già prodotto effetti devastanti in diversi Paesi dell’Unione Europea, con la Grecia come caso più drammatico. Balzano ricorda, tra gli altri dati, il forte aumento della mortalità infantile (+43%) registrato durante gli anni delle ‘riforme’ europee. In questa prospettiva, il vero problema del programma del primo governo Conte non era tanto la sua sostenibilità economica, quanto la volontà dichiarata di mettere in discussione il paradigma dell’austerità, rilanciare la domanda interna e rafforzare l’intervento pubblico nell’economia.

Non appare dunque casuale, osserva l’Autore, che il Quirinale non abbia espresso alcuna presa di posizione quando il commissario europeo Günther Oettinger dichiarò che sarebbero stati i mercati a insegnare agli italiani come votare.

La stessa logica, secondo Balzano, caratterizzerebbe anche la politica estera e la comunicazione istituzionale degli ultimi anni. Gli attacchi alla Russia, talvolta accompagnati da paragoni storici ritenuti discutibili, si accompagnerebbero a una minore severità nei confronti delle azioni compiute da Stati Uniti e Israele. In questa chiave interpretativa si inserisce anche il sostegno alle politiche di riarmo europeo e la rappresentazione della Russia come principale minaccia alla sicurezza del continente.

Balzano è consapevole delle obiezioni che possono essere rivolte alla sua analisi. Egli stesso riconosce che i governi Monti e Draghi operarono nel pieno rispetto delle procedure costituzionali e che ottennero la fiducia del Parlamento. Tuttavia, il problema che pone è più profondo e riguarda la natura stessa della democrazia contemporanea. A questo proposito è interessante richiamare una riflessione di Norberto Bobbio: la democrazia non consiste soltanto nel rispetto delle procedure, ma richiede anche un’effettiva legittimazione popolare.

Quando le decisioni decisive vengono progressivamente sottratte al confronto democratico e trasferite a sedi tecnocratiche o sovranazionali, il rispetto formale delle procedure rischia di non essere più sufficiente. Per questo motivo personalmente penso che sia corretto riprendere la tesi del “caso d’eccezione”, elaborata da Carl Schmitt. L’eccezione, anziché essere temporanea, si è trasformata in una condizione permanente.

Il merito principale del libro di Savino Balzano consiste proprio nell’affrontare senza timori questi interrogativi. Si possono condividere o contestare le sue conclusioni, ma è difficile negare che il volume sollevi questioni centrali per comprendere l’evoluzione delle istituzioni italiane negli ultimi decenni. È probabile che i grandi mezzi di comunicazione ignorino questo lavoro o lo liquidino rapidamente. Proprio per questo, chi ritiene importante mantenere aperto il confronto su questi temi dovrebbe leggerlo e contribuire a diffonderne la discussione.

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