Russofobia e diritti sotto pressione: il nuovo clima politico che restringe la democrazia europea

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Editoriale di Italo Di Sabato

Osservatorio repressione

Negli ultimi mesi, in Italia e in larga parte dell’Europa, è comparso un fenomeno che sarebbe stato impensabile fino a pochi anni fa: una russofobia diffusa, automatica, spesso irrazionale. Non un’analisi critica delle politiche del Cremlino, ma un riflesso pavloviano che porta a considerare “sospetto” qualsiasi cosa abbia anche solo un’ombra di provenienza russa. È un clima malato, in cui la razionalità geopolitica è stata sostituita dalla paura, e la paura, quando diventa ideologia, è la premessa di ogni svolta autoritaria.

Quello che sorprende non è solo la durezza del giudizio verso la Russia, ma l’incapacità totale di distinguere tra governo e popolo, tra propaganda e cultura, tra il potere politico e la sua millenaria tradizione intellettuale. È come se si fosse deciso che la cultura russa, un tempo celebrata come una delle più feconde al mondo, oggi fosse un virus da isolare. Artisti indipendenti esclusi dai teatri; musicisti cancellati dai cartelloni; scienziati non invitati a conferenze per la semplice colpa di essere nati nel Paese sbagliato. Non è più geopolitica: è tribalismo, una regressione culturale che porta a considerare l’origine etnica o nazionale come un marchio di colpevolezza.

In questo contesto si inserisce la vicenda del professor Angelo D’Orsi a cui è stato vietato dal sindaco del Pd di Torino di tenere la conferenza “Russofobia, russofilia, verità” presso i locali del Polo del ‘900. Le posizioni del prof. D’Orsi possono piacere o meno – e questo è del tutto irrilevante. Ciò che conta è il trattamento riservato a un intellettuale la cui unica colpa è stata esprimere opinioni divergenti.

L’attacco non è stato critico: è stato punitivo. Una vera operazione di intimidazione pubblica. Si è voluto far capire che ci sono argomenti che non si possono toccare, parole che non si possono pronunciare, analisi che – se non pienamente allineate – diventano automaticamente “pericolose”. Questa non è difesa del pensiero critico: è la sua soppressione. È un ritorno a un clima di sospetto che ricorda da vicino il maccartismo americano, quando bastava un dubbio, un’associazione culturale, un articolo interpretato male, per essere messi alla gogna.

Oggi l’etichetta non è più “comunista”: è “filo-putiniano”. Un marchio che non ha bisogno di prove o di analisi. Basta pronunciarlo per annullare il valore di un discorso, per trasformare un’opinione in un sospetto, per delegittimare non solo l’argomento ma anche la persona. E il passaggio successivo, inevitabile, è che il dissenso diventa non solo sbagliato ma moralmente impuro. Ed è qui che la democrazia inizia a cedere.

Perché la democrazia non muore quando c’è dissenso. Muore quando il dissenso viene moralizzato, ridicolizzato, criminalizzato. Muore quando si fa passare l’idea che il pensiero critico sia un tradimento dell'”unità occidentale”, come se il pluralismo fosse un lusso che non possiamo permetterci. È un’idea tossica. Ed è proprio quella che oggi avanza silenziosamente nelle nostre istituzioni.

La cosa più pericolosa è che questo clima non rimane confinato nel dibattito mediatico. Sta entrando nelle prassi amministrative, nelle interpretazioni delle norme, nelle politiche universitarie, nei criteri di accesso ai fondi culturali. Non esistono decreti atto su atto: esiste un lento slittamento, una serie di piccole decisioni, ognuna apparentemente innocua, che sommate formano una deriva. È così che si indeboliscono le costituzioni: non con un colpo di mano, ma attraverso mille piccoli cedimenti. Il linguaggio della sicurezza nazionale viene usato come una clava, trasformato in un alibi per restringere gli spazi del dibattito pubblico. La parola “disinformazione” è diventata uno strumento di controllo più che di tutela: un’etichetta opaca, maneggiata da attori politici che decidono cosa è “vero” e cosa non lo è, spesso senza trasparenza e senza contraddittorio.

Il paradosso è evidente: l’Europa si proclama campione dei diritti umani contro la Russia, ma applica quei diritti in modo selettivo. Contro Mosca indignazione, sanzioni, moralismo. Di fronte al genocidio di Gaza – con migliaia di civili sterminati da uno Stato alleato – la stessa Europa diventa improvvisamente prudente. Non invoca più il diritto internazionale, non chiede più coerenza, non applica sanzioni. Questo doppio standard non è solo ipocrisia: è la prova che il discorso sui diritti è diventato uno strumento geopolitico, non un principio etico. Serve per colpire i nemici, non per difendere le vittime. E quando i diritti diventano un’arma, non sono più diritti: sono propaganda.

I media, poi, fungono da amplificatori. La complessità sparisce, il contesto evapora: ciò che rimane è una narrazione binaria da conflitto permanente. La politica cavalca, i social incendiano, le televisioni semplificano.

E intanto cresce un’opinione pubblica sempre più polarizzata, più impaurita, più disposta ad accettare limitazioni in nome dell’emergenza. È il terreno perfetto per rafforzare l’autoritarismo soft delle democrazie liberali sotto stress.
La verità è che stiamo entrando in una fase storica in cui la parola “democrazia” rischia di diventare una facciata. Le libertà esistono solo se restiamo disposti a difenderle quando sono scomode, non quando sono popolari. Difendere la libertà di parola oggi significa proteggere anche le voci che infastidiscono, che rompono lo schema, che non si allineano. Una democrazia che tollera solo il consenso è una democrazia solo sulla carta.

La russofobia, per quanto presentata come un semplice “effetto collaterale” del conflitto in Ucraina, è in realtà un indicatore della direzione in cui ci stiamo muovendo. Quando la paura diventa criterio politico, quando l’origine di un’idea pesa più della sua qualità, quando si accetta la censura “a fin di bene”, allora la democrazia ha già iniziato a perdere pezzi. E ciò che si perde in silenzio, spesso non torna più indietro.

Oggi serve coraggio. Coraggio di distinguere la critica dalla demonizzazione. Coraggio di difendere il dissenso, non solo a parole. Coraggio di dire che la sicurezza non può essere usata come scusa per imporre un pensiero unico. Perché le democrazie si misurano sulla capacità di tollerare ciò che non piace alla maggioranza. E oggi quella capacità sta vacillando. Pericolosamente.

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