SALUTE PUBBLICA, DROGHE E POLITICHE; L’ENIGMA DELLA SFINGE
Medicina e potere è una lettera periodica a cura di un gruppo di attiviste/i del Forum per il Diritto alla Salute e di Medicina Democratica
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“Chi è quell’essere che cammina su quattro zampe al mattino, due a mezzogiorno e tre la sera?”
INTRODUZIONE
La Sfinge, nel mito, è la creatura mostruosa che sbarra la strada a Tebe. La creatura pone l’enigma che uccide colpendo coloro che non sanno rispondere. La complessità è posta sotto forma di enigma, un sapere che non si dà mai in modo diretto, ma che sfida, decide, smonta le pretese di linearità. La risposta di Edipo, esatta ma limitata, risolve l’enigma ma solo in superficie, questo infatti ritornerà dentro di lui, come destino. Nel pensiero post-lacaniano la Sfinge è stata riletta come figura del Reale, ciò che interrompe il discorso lineare, che mette in crisi le identità, che non può essere del tutto simbolizzato. L’enigma rimanda dunque ad una verità che non è mai possibile cogliere del tutto, una verità che è destabilizzante. Come novelli Edipo, ci avviciniamo dunque all’enigma di cui discuteremo in questo breve articolo:
Quale politica di salute pubblica per le droghe?

DROGHE, POPOLAZIONE E DETERMINANTI SOCIALI E COMMERCIALI DELLA SALUTE
L’argomento è al tempo stesso complesso e rilevante. Cominciamo con il dire che la questione delle droghe non è tout court una questione sanitaria, anzi potremmo dire che l’efficacia di qualsivoglia indirizzo politico in materia di salute pubblica emerge all’interno delle interazioni con altre politiche (internazionale, economica, penale, sociale, lavorativa, diritti umani, urbanistica etc.) che hanno effetto sulla presenza di droghe nelle società umane e sul tipo di uso che le persone ne fanno. Quando parliamo di droghe inoltre è bene ricordare che ci riferiamo a un’intera popolazione che è per definizione composta da individui diversi. Le persone non sono tutte uguali ed hanno necessità, bisogni e traiettorie di rischio diverse. Le persone che sviluppano un disturbo di dipendenza da sostanze sono una minoranza rispetto a quelli che ne hanno fatto uso nel corso di vita secondo la totalità degli studi scientifici.
Le percentuali generali oscillano per le principali sostanze di abuso presenti nei mercati dall’1,5% fino al 23% (Volkow et al. 2019).
In realtà esiste una notevole variabilità tra le diverse sostanze dimostrata da molteplici studi scientifici. Il rischio di sviluppare una dipendenza da funghi, LSD e diversi psichedelici è inferiore all’1%, mentre la nicotina è la sostanza con il più alto rischio di dipendenza presente nei mercati occidentali con indici superiori al 50% (è bene ricordare in merito che in Italia i servizi per la cura da dipendenza dalla nicotina sono quelli più esigui di numero). La cannabis ha un rischio compreso tra il 9-20%, l’alcol tra 11-15%, la cocaina tra il 16-25% e gli oppiacei non di sintesi tra il 23-35%. Questi dati, derivanti principalmente dal contesto nordamericano, vanno intesi comunque come medie relative dei diversi gruppi che compongono le popolazioni e non tengono conto di tutte le persone che hanno provato droghe nel corso di vita ma spesso gli studi considerano campioni esclusivamente composti da persone che ne hanno fatto un uso regolare. Tra le persone con addiction disorder, inoltre, quelle che accedono a cure specialistiche sono la minoranza.
L’accessibilità alle cure è influenzata da diversi fattori come il sistema legale, il sistema pubblico di salute, la presenza di servizi di outreach e di riduzione del danno, la carenza delle strutture presenti nei territori e la carenza di personale specializzato ed è compresa in Europa tra il 20 ed il 40%, in nord America tra il 20 e il 25%, in Sud America tra il 10 e il 15%, in Asia ed in Africa tra il 5 e il 12%.
Per avere un quadro della situazione più realistico dovremmo dire che il rischio di sviluppare dipendenza aumenta sempre se l’uso regolare comincia in età adolescenziale. L’appartenenza a una minoranza impatta drasticamente e diventa fattore di rischio sia per lo sviluppo della dipendenza stessa sia sulla probabilità di intraprendere percorsi di cura e sull’avere problemi legali
Le persone con disturbi mentali diagnosticati hanno una probabilità significativamente maggiore di sviluppare addiction disorder rispetto a chi non ha diagnosi e risultano essere il sottogruppo maggiormente a rischio.
io Le persone appartenenti alla comunità lgbtqia+, persone migranti, persone sottoposte a detenzione, ex-detenuti, vittime di traumi, individui che vivono in contesti di povertà cronica, persone senza fissa dimora hanno rischi maggiori di andare incontro ad outcome negativi comprese le overdosi mortali in relazione al loro consumo di droghe. Quello che la ricerca mostra è che a parità di consumo le persone che sperimentano esiti peggiori sono quelle su cui impattano maggiormente i determinanti sociali e commerciali della salute. I determinanti sociali della salute rappresentano l’insieme più modificabile di obiettivi di intervento attualmente disponibili per prevenire l’insorgenza di problemi e disturbi di salute mentale e per promuovere una salute mentale positiva nelle nostre popolazioni.
I determinanti sociali e commerciali della salute mentale e delle addiction comprendono l’insieme delle condizioni strutturali a cui le persone sono esposte nel corso della vita, dal concepimento alla morte e che influenzano i risultati individuali della salute mentale contribuendo alle disparità di salute mentale all’interno e tra le popolazioni. Queste condizioni strutturali includono fattori quali il reddito, l’occupazione, i mercati economici e gli stakeholder presenti nel territorio, le azioni delle aziende private o dei gruppi illegali, lo status socioeconomico, l’istruzione, la sicurezza alimentare, l’alloggio, il sostegno sociale, la solitudine e l’isolamento sociale, la discriminazione, le avversità infantili, nonché le condizioni sociali e fisiche del quartiere in cui vivono le persone e la capacità di accedere a un’assistenza sanitaria accettabile, diffusa e conveniente.
È importante sottolineare che le nostre possibilità di essere esposti a determinanti sociali protettivi o dannosi della salute (mentale) sono modellate dalla distribuzione del denaro, del potere e delle risorse a livello globale, nazionale e locale, che sono a loro volta influenzate da scelte politiche. Tali determinanti non sono quindi distribuiti in modo casuale o benigno all’interno o tra le popolazioni, ma si manifestano a partire da sistemi e istituzioni di potere che spesso producono e riproducono disuguaglianze intergenerazionali nelle opportunità delle persone di realizzare una vita sicura, prospera e sana. Ci sono ora prove convincenti che il rischio di sviluppare qualsiasi condizione di salute mentale e dipendenza è inestricabilmente legato alle nostre circostanze di vita il che significa che un carico più elevato di morbilità psichiatrica a livello di popolazione è sperimentato in modo sproporzionato da coloro che sono più vicini ai margini delle nostre società; inoltre, la ricerca scientifica mostra come il maggior costo in termini economico-sociali per la società non è dato dalle persone con dipendenza franca quando piuttosto dal resto della popolazione, ovvero dalle persone che hanno fatto uso di sostanze durante il ciclo di vita pur non sviluppando dipendenza.
Eccoci, dunque, alla prima conclusione cui possiamo giungere leggendo questi dati di ricerca, ovvero organizzare l’intera risposta dei servizi sanitari sulle condizioni patologiche non è la strada giusta da percorrere. Se a questo dato aggiungiamo quello della scarsa accessibilità\ricerca di cure specialistiche abbiamo un quadro già sofisticato di come dovrebbero essere organizzati i servizi di salute pubblica al netto delle altre politiche. Abbiamo bisogno di servizi specialistici, per persone che sviluppano dipendenza o che, pur non raggiungendo il cut-off diagnostico vi si avvicinano, erogati in in-reach (servizi cui le persone devono fisicamente ed autonomamente recarsi) e outreach (servizi che devono raggiungere le persone nei loro contesti di vita) al fine di aumentare l’accessibilità alle cure e agli interventi disponibili per la stragrande maggioranza delle persone che sviluppano addiction disorder ma non cercano cure.
Come sottolineato però le persone con dipendenza (in cura o meno) rappresentano una minoranza per tutti i consumi, ragion per cui i servizi di salute pubblica per i rischi collegati all’uso di droghe non possono limitarsi a questo target ma devono riuscire a raggiungere la maggioranza della popolazione delle persone che usano droghe e che non svilupperanno condizioni diagnosticabili pur andando incontro a problemi e difficoltà associate al loro consumo di sostanze.
Per farlo i servizi devono raggiungere le persone appartenenti a gruppi specifici nei loro contesti reali di consumo (in letteratura scientifica people hard-to-reach, appartenenti a gruppi marginalizzati o culturalmente a rischio, si pensi ad esempio ai ravers o al cosiddetto popolo della notte) e devono sviluppare interventi che incidano sui determinanti sociali e commerciali di salute al fine di interrompere lo sviluppo di traiettorie negative, ripensandosi quindi in senso sociale, unico vertice della triade bio-psico-sociale in larga parte trascurato.
Un articolo pubblicato nel 2021 su Health Affairs dalla professoressa Margarita Alegria dell’Università di Harvard riassume proprio questi concetti proponendo una radicale riorganizzazione dei servizi di salute degli USA:
“Negli ultimi cinquant’anni il modello di cura nel campo della salute mentale e delle dipendenze, solitamente indicato come “salute comportamentale”, finanzia programmi di trattamento e attende l’arrivo di “pazienti” con condizioni di salute comportamentale. Il risultato è un bisogno insoddisfatto incessante. Il National Survey on Drug Use and Health stima che nel 2019 solo il 45% degli adulti con qualsiasi malattia mentale ha ricevuto servizi di salute mentale e che solo il 10% delle persone di età pari o superiore a dodici anni che avevano un disturbo da uso di sostanze ha ricevuto un trattamento per l’uso di sostanze.
Abbiamo identificato le tre aree della politica sanitaria comportamentale che hanno più bisogno di riforme – accesso inadeguato alle cure (in attesa che i pazienti accedano al sistema), criminalizzazione delle persone con disturbi comportamentali e sottovalutazione del ruolo dei determinanti sociali..”
È chiaro che per raggiungere questi obiettivi minimi, per riuscire quindi a organizzare una risposta sistematica alla questione dei danni associati all’uso di droghe, non solo devono aumentare le assunzioni stabili ma devono essere assorbiti nel servizio sanitario pubblico anche tutti quegli interventi in outreach e di comunità che sono stati esternalizzati e sottofinanziati nel corso degli ultimi 40 anni. Unità mobili, drop-in, comunità terapeutiche, servizi di prevenzione primaria, secondaria e terziaria oggi considerati una questione principalmente di compassionevole aiuto devono essere inseriti stabilmente nel servizio sanitario nazionale (si vedano in merito il punto 4,6,8 delle 16 proposte del forum per la salute). I determinanti sociali, infatti, non incidono solo sui consumatori di sostanze ma sulle traiettorie di salute di tutti gli esseri umani anche dei professionisti che lavorano in questo campo. Le condizioni di precarietà ed instabilità socioeconomica impattano sulle traiettorie di vita dei professionisti limitando l’impegno e l’investimento nelle aree sanitarie che si occupano di droghe al di fuori della prospettiva classica dei contesti di cura stabili, tra l’altro, storicamente costruiti sull’emergenza rappresentata dalla diffusione dell’eroina negli anni 70-80 (Ser.D etc.) e storicamente definanziati.
La sistematica esternalizzazione inoltre ha contributo a creare una frammentazione nell’azione terapeutica dei servizi di salute pubblica, determinando la creazione di un sistema di potere, più o meno occulto, in cui diversi stakeholder (dalle fondazioni al terzo settore no-profit) entrano in competizione per assicurarsi le risorse necessarie a rimanere in vita. I Ser.D sono sotto-finanziati e il resto dei servizi, dall’outreach fino alle comunità terapeutiche sono addirittura assenti nella gran parte delle regioni italiane (persino nel regime dell’esternalizzazione costante), una situazione attenzionata anche dal Civil Forum Drugs Society finanziato dall’ Unione Europea che pubblicando i consueti report annuali sottolinea la strutturale carenza di questi servizi specialmente nel sud-italia.
L’indirizzo politico seguito dal governo però non sembra andare in questa direzione se è vero che alla voce innovazioni e sperimentazioni (convocato all’interno della futura conferenza nazionale sulle droghe che si terrà a novembre) il governo ha proposto come tema la privatizzazione dei Ser.D nazionali (tavolo moderato e gestito da San Patrignano, ente destinatario di finanziamenti pubblici, notoriamente vicino a Forza Italia e FDI). Il tema delle droghe inoltre non può essere letto esclusivamente dal punto di vista bio-medico o morale; derivare infatti l’intera politica sanitaria considerando solo i dati bio-medici o le credenze morali porta ad errori grossolani i cui effetti possono distribuirsi su scale temporali lunghe. Le decisioni in materia di dipendenze e consumi di droghe devono essere prese soppesando molteplici fattori perché il rischio dell’assumere una prospettiva come principale può condurre ad organizzare i servizi ignorando alcuni interventi a discapito di altri. L’orientamento del governo invece va verso la privatizzazione e riduce il target delle persone per cui i servizi sono necessari a studenti e persone “tossicodipendenti” tagliando fuori la maggior parte delle persone che usano droghe nella nostra società.

WAR ON DRUGS, GEOPOLITICA E MERCATI ECONOMICI
Le riflessioni bio-mediche sui disturbi di dipendenza non esauriscono il tema dei rischi connessi all’uso di droghe nella nostra società. Leggi, narcotraffico, geopolitica internazionale, studio dei mercati economici e del loro impatto sulle geografie urbane rappresentano temi altrettanto centrali se si vuole elaborare una politica che sia inserita in una visione globale e di senso del fenomeno. La war on drugs inaugurata da Nixon è considerata persa ormai da qualunque studioso, sono centinaia gli articoli scientifici che ne decretano il fallimento ma nonostante questo l’approccio repressivo al narcotraffico e al consumo di sostanze risulta dominante. I dati sono drammatici, non solo la guerra alle droghe non è riuscita ad arginare il fenomeno del consumo ma da quando è stata implementata i consumi sono aumentati per ogni sostanza considerata illegale in misura statisticamente significativa, sono emerse centinaia di nuove sostanze (le cosiddette Nuove Sostanza psicoattiva o NPS) le incarcerazioni correlate al consumo o alla compravendita di piccole quantità di sostanze rappresentano la quota principale delle detenzioni in tutto il mondo occidentale e le persone criminalizzate accedono all’acquisto di sostanze attraverso la frequentazione di circuiti criminali o caratterizzati da un alto tasso di violenza esponendosi cosi al rischio di traumi violenti che come abbiamo visto rappresentano proprio una parte di quei determinanti sociali che poi caratterizzano lo sviluppo di traiettorie negative per la salute. Le minoranze etniche risultano sproporzionatamente colpite e gran parte dei procedimenti penali gravitano attorno alle droghe. La diffusione della compravendita di droghe e dei circuiti dello spaccio illegale si sono imposti come sostegni invisibili al reddito di interi gruppi afflitti da disuguaglianza sociale e da ridotte opportunità di integrazione. L’isolamento dei consumatori inoltre rafforza i circuiti di marginalizzazione e le difficoltà di accesso alle cure in una popolazione (quella delle persone che usano droghe) che, come abbiamo visto, è già caratterizzata da un tasso di accessibilità ai servizi pubblici scandalosamente basso.
Nella relazione al parlamento del 2024 sulle droghe il governo vanta un aumento percentuale dei sequestri di sostanze stupefacenti presentando il dato come un successo, la relazione però minimizza un altro dato che, se letto correttamente ridefinisce nei termini di un insuccesso storico la politica repressiva; è vero che sono aumentati i sequestri ma nel contesto di un aumento dell’offerta globale di droghe, questo significa che la disponibilità di sostanze sul mercato è aumentata e non diminuita. I proventi derivanti dal narcotraffico inoltre vengo spesi all’interno della società rafforzando altre situazioni di crimine e violenza ( investimenti in servizi commerciali legali utili per il riciclo di denaro, investimenti nel settore immobiliare, usura, estorsione, reclutamento delle soggettività marginali al fine di controllare la vendita di sostanze, espansione del mercato delle armi, corruzione politica e sistemica, controllo capillare dei quartieri popolari etc.) e ridefinendo le geografia urbane specialmente delle zone periferiche ( veri e propri fortini dello spaccio, da Scampia fino a San Basilio che segnalano il fallimento delle politiche di controllo e repressione).
Questa espansione dei cartelli e dei clan nei quartieri periferici determina un impatto sproporzionato del consumo di sostanze proprio in quelle aree urbane e sotto-urbane già drammaticamente colpite da forti disuguaglianze, aumentando il conflitto tra gruppi sociali che vivono sullo stesso territorio (residenti vs migranti minori; consumatori vs residenti e simili). L’aumento della domanda di droghe nei paesi consumatori ha inoltre effetti devastanti nei paesi produttori, trasformando le popolazioni rurali in anelli deboli di una catena criminale internazionale. Queste comunità non scelgono liberamente di produrre droga, sono strumentalizzate dalla violenza del narcotraffico e spesso pagano il prezzo umano e sociale più alto. Le aree principali di coltivazione e produzione includono:
Cocaina > Colombia, Perù, Bolivia
Oppio > Afghanistan, Myanmar, Messico
Cannabis e sostanze sintetiche > Marocco, Libano, Nigeria, Messico, Laos, zone rurali del sud-est asiatico ed Europa orientale Messico e Cina per la produzione di precursori del Fentanyl.
In questi luoghi comunità vulnerabili vengono spesso coinvolte nel ciclo della produzione per necessità economica, esponendosi a violenza, sfruttamento e disgregazione sociale. I contadini rurali, ad esempio, vengono coinvolti nella coltivazione (coca, papavero), abbandonano colture legali (caffè, cacao) per motivi economici, scelgono la droga perché il ricavo economico è maggiore e perché la coltivazione li pone al riparo dalla violenza vendicativa dei cartelli. Le Donne, i minori e le soggettività marginalizzate inoltre vengono spesso impiegati nelle fasi intermedie (raccolta, trasformazione), subiscono coercizione o sfruttamento da parte dei cartelli, possono essere reclutate come corriere (“mulas”) per trasportare droga. Le politiche antidroga promosse dai paesi occidentali hanno spesso assunto, nei confronti dei paesi produttori di sostanze stupefacenti, la forma di un nuovo tipo di dominio: un neocolonialismo mascherato da cooperazione internazionale. Attraverso pressioni diplomatiche, sanzioni economiche e programmi di “aiuto” vincolati alla repressione del narcotraffico, molte nazioni del Nord globale hanno esercitato un controllo indiretto sulle scelte sovrane dei paesi del Sud del mondo, imponendo modelli di sicurezza e sviluppo disallineati rispetto ai bisogni reali delle popolazioni locali. L’intervento occidentale ha coltivazioni (come la fumigazione aerea in Colombia o la militarizzazione delle aree rurali in Afghanistan), senza fornire alternative economiche sostenibili ai contadini. Queste comunità, già marginalizzate, si sono ritrovate a pagare il costo sociale ed ecologico di politiche pensate altrove, mentre le strutture criminali si adattavano e prosperavano. In questo modo, le politiche antidroga si sono trasformate in strumenti di controllo geopolitico che hanno perpetuato la dipendenza economica, il sottosviluppo e l’instabilità istituzionale nei paesi produttori, alimentando una dinamica di sfruttamento non dissimile da quella coloniale del passato. Nel contesto neoliberista, il consumo di droghe si inserisce in una logica di mercato che ha profondamente trasformato il significato stesso dell’uso di sostanze, svuotandolo della sua dimensione sociale e radicandolo in una cultura dell’individualismo, della performance e del consumo illimitato. Il neoliberismo, fondato sull’ideologia dell’autoresponsabilità, ha normalizzato l’idea che ogni individuo sia un’impresa di sé stesso, costantemente impegnato a ottimizzare la propria produttività, efficienza e benessere emotivo. In questo scenario, le droghe – sia legali che illegali – diventano strumenti funzionali alla gestione del corpo e della mente, al miglioramento delle prestazioni lavorative, alla fuga dall’ansia sistemica o all’automedicazione. Allo stesso tempo, il mercato risponde con una produzione incessante di sostanze, pillole e stimolanti, spesso camuffati da farmaci o integratori, che incarnano la promessa di felicità, energia o concentrazione. Ma questo stesso sistema, che promuove la libertà di consumo, abbandona i soggetti vulnerabili quando sperimentano abuso o dipendenza, trasformando un problema strutturale in un fallimento personale. Il neoliberismo crea così una doppia ingiustizia: da un lato favorisce un ambiente sociale in cui l’uso di sostanze diventa quasi inevitabile e altamente regolato (le persone marginalizzate sono infatti minoranze rispetto a chi riesce a regolare il proprio consumo); dall’altro stigmatizza chi non riesce a “funzionare” dentro quella logica, spingendolo ai margini senza sostegno né comprensione. In questo modo, il consumo di droghe si trasforma in un sintomo profondo di un sistema che mercifica ogni aspetto della vita, anche il disagio. La rivoluzione digitale ha inoltre determinato una ramificazione della compravendita sempre più difficile da arginare, ogni droga è liberamente accessibile da app e social più disparati e la cosiddetta delivery domiciliare (le sostanze recapitate
direttamente in casa) è pratica ormai largamente diffusa in tutto il mondo occidentale.

LEGGI, LEGALIZZAZIONE E CRISI DEL FENTANYL
Infine, è importante descrivere altri due aspetti che stanno modificando le politiche nazionali ed internazionali relative all’utilizzo di sostanze e che possono dirci molto rispetto alla complessità delle politiche pubbliche relative al consumo di droghe; la legalizzazione della cannabis ed il caso della diffusione del Fentanyl negli US. La legalizzazione della cannabis, pur con differenze significative tra i contesti giuridici e culturali in cui è stata adottata, ha prodotto effetti divergenti su criminalità e salute pubblica. Uno degli aspetti più discussi riguarda l’aumento delle diagnosi di disturbo da uso di cannabis (CUD) dopo l’introduzione della legalizzazione, un fenomeno che richiede una lettura attenta e contestualizzata. Lo studio di Hasin et al. (2025), condotto su oltre 9 milioni di pazienti del sistema sanitario dei veterani statunitensi (VHA), ha analizzato l’incidenza del CUD tra il 2005 e il 2022, confrontando stati con legalizzazione e stati senza.
I risultati sono chiari: il 10,6% dei pazienti con un disturbo mentale preesistente (come depressione maggiore, PTSD o disturbi psicotici) ha sviluppato una forma clinicamente rilevante di dipendenza da cannabis negli stati dove l’uso ricreativo è stato legalizzato. Al contrario, solo il 3,6% (+0,6% dopo la legalizzazione) dei pazienti senza diagnosi psichiatrica pregressa ha sviluppato lo stesso disturbo in quelle stesse condizioni.
Questi dati mostrano che l’aumento del CUD non è un effetto generalizzato sull’intera popolazione, ma colpisce in modo marcato gruppi già vulnerabili, la cui fragilità psichica viene amplificata in un contesto di maggiore disponibilità della sostanza e minore controllo percepito. Questa evidenza si inserisce in un modello di legalizzazione tipicamente neoliberista, come quello adottato negli Stati Uniti, dove il mercato della cannabis è stato aperto alla concorrenza privata, alla pubblicità, alla produzione di prodotti ad altissima concentrazione di THC e a una logica commerciale orientata al profitto. In questo contesto, l’accesso facilitato alla sostanza ha incontrato una domanda crescente non solo ricreativa, ma anche auto-terapeutica, in particolare tra soggetti con sofferenza psichica cronica, che spesso non trovano risposta adeguata nei servizi sanitari pubblici, storicamente carenti negli US. In netto contrasto si colloca il modello di legalizzazione europeo, come illustrato da Jallepalli (2025) nel suo studio comparato sull’Unione Europea. Qui la legalizzazione è stata implementata in forme fortemente regolamentate, orientate alla salute pubblica e alla giustizia sociale, con controllo dei canali di distribuzione, limitazioni sulla pubblicità, educazione preventiva e soglie di THC stabilite per legge.
I dati raccolti nei contesti europei mostrano una drastica riduzione dei reati legati alla cannabis, in particolare quelli connessi al possesso e allo spaccio su piccola scala, senza un incremento statisticamente rilevante delle dipendenze nella popolazione generale. In altre parole, la legalizzazione europea ha favorito un disarmo penale senza produrre un’esplosione nel consumo problematico. Entrambi gli studi si muovono nell’ambito metodologico della legal epidemiology, disciplina che valuta l’impatto delle norme giuridiche su salute e comportamento collettivo. È importante sottolineare che questa cornice consente principalmente di stabilire correlazioni osservabili, non di determinare relazioni causali certe, se non nei casi in cui gli effetti sono diretti, consistenti e supportati da serie storiche consolidate – come nel caso del calo dei reati documentato da Jallepalli. In definitiva, i dati attuali ci invitano a superare le letture binarie della legalizzazione. Non è la legalizzazione in sé a generare dipendenza o salute pubblica, ma il modello di implementazione adottato. Il modello commerciale deregolato statunitense, incentrato sul mercato e sulla logica del consumo, può accentuare rischi clinici per soggetti fragili. Il modello regolamentato europeo, invece, ha mostrato di poter ridurre i danni penali senza amplificare quelli sanitari (per lo meno a livelli significativi). La diffusione di droghe non riguarda solo i mercati illegali e la questione del Fentanyl in nord America lo mostra in maniera paradigmatica. La crisi del Fentanyl negli Stati Uniti è una delle emergenze sanitarie più gravi del XXI secolo e affonda le sue radici non nel traffico illegale, ma nel cuore stesso dell’industria farmaceutica e del sistema sanitario.
Negli ultimi dieci anni, il numero di overdose da oppioidi è cresciuto in modo esponenziale, passando da circa 44.000 morti nel 2013 a oltre 112.000 nel 2023, secondo i dati del CDC (Centers for Disease Control and Prevention). Di questi, più del 70% sono attribuibili a oppioidi sintetici, principalmente Fentanyl e suoi derivati. Questa tragedia non è cominciata nei laboratori clandestini dei cartelli, ma nei laboratori e negli uffici marketing delle grandi aziende farmaceutiche statunitensi. In particolare, Purdue Pharma, con il suo OxyContin, ha promosso a partire dagli anni ’90 l’idea – scientificamente infondata – che gli oppioidi potessero essere usati per trattare il dolore cronico in modo sicuro e con basso rischio di dipendenza. Attraverso campagne aggressive, incentivi ai medici e convegni “educativi”, Purdue e altre aziende come McKesson, AmerisourceBergen, Cardinal Health e Johnson & Johnson hanno alimentato un sistema che ha distribuito milioni di dosi di antidolorifici, spesso in modo sproporzionato rispetto alla popolazione locale. Il risultato è stato un aumento drammatico delle dipendenze da oppioidi prescritti, con intere comunità – soprattutto nelle regioni rurali e industriali – trasformate in epicentri della crisi. La responsabilità civile di queste aziende è stata riconosciuta solo dopo anni di battaglie legali. Purdue Pharma ha dichiarato bancarotta nel 2019 e ha accettato un accordo da oltre 6 miliardi di dollari, che include la dissoluzione dell’azienda e la creazione di un fondo per il trattamento delle dipendenze. Anche gli altri distributori coinvolti hanno accettato risarcimenti collettivi per oltre 26 miliardi di dollari. Tuttavia, nessun alto dirigente è stato incarcerato, e le sanzioni – pur consistenti – rappresentano solo una frazione dei danni sanitari e sociali prodotti. Mentre le prescrizioni mediche si riducevano per effetto della regolamentazione, il vuoto lasciato dalla dipendenza creata legalmente è stato colmato da una nuova ondata: il traffico illecito di Fentanyl, ancora più potente, economico e letale. In questa seconda fase, entrano in gioco i cartelli messicani, in particolare il Cartello di Sinaloa e il CJNG (Cartel Jalisco Nueva Generación), che hanno sviluppato catene di produzione e distribuzione capillari. I precursori chimici – le sostanze base per
sintetizzare il Fentanyl – provengono in gran parte da Cina e India, e arrivano nei porti del Messico per poi essere trasformati e spediti negli USA in forma di pillole, polveri o mescolati ad altre droghe. Il Fentanyl è diventato una sostanza ubiquitaria e spesso invisibile, presente in prodotti contraffatti venduti come Xanax, Adderall o Oxycodone, con il risultato che molte overdosi avvengono inconsapevolmente, senza che chi consuma sappia di assumere una sostanza tanto potente da poter provocare la morte con appena 2 milligrammi. I numeri raccontano la portata del disastro: dal 2013 al 2023, le overdosi da Fentanyl sono aumentate di oltre 800%. Solo nel 2022, circa 70.000 decessi sono stati causati da oppioidi sintetici, con una concentrazione maggiore tra i giovani adulti, i veterani, e le comunità afroamericane e native americane.
Questa strage silenziosa continua nonostante l’aumento delle politiche di riduzione del danno e la diffusione del naloxone, un farmaco salvavita che spesso non riesce a contrastare l’effetto del Fentanyl ad alte dosi o in combinazione con altre sostanze (anche se gli ultimi dati del CDC mostrano come la diffusione capillare degli interventi di riduzione del danno abbia cominciato ad invertire il trend). In sintesi, la crisi del Fentanyl si sviluppa in due fasi strettamente connesse: la prima, causata dalla diffusione legale e irresponsabile degli oppioidi da parte delle aziende farmaceutiche (con pratiche di marketing fortemente aggressivo ed attività di lobbying sanzionate dai governi federali), e la seconda, alimentata da attori criminali transnazionali che hanno occupato lo spazio lasciato libero da un mercato sanitario collassato. Il caso statunitense mostra con chiarezza come una logica neoliberista applicata alla salute – dove il dolore è mercificato e la dipendenza è ignorata finché non diventa emergenza – possa trasformarsi in una catastrofe strutturale. E la risposta, finora, continua a inseguire la crisi più che anticiparla.
In conclusione, ci si può davvero permettere di affrontare la questione delle droghe senza considerare le sue infinite ramificazioni e i molteplici fattori che incidono sulla formulazione di una politica di salute pubblica efficace?
Di fronte a un tema tanto complesso e interconnesso, non è forse urgente aprire un dibattito strutturato che consenta di articolare nel tempo una strategia razionale e fondata su evidenze empiriche?

Bibliografia
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