Scenari – Israele contro Iran. O Stati Uniti contro Iran?

di Maurizio Vezzosi

La cronaca d’Oltreoceano e del Vicino Oriente fa apparire almeno possibile il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran: un coinvolgimento che costituirebbe il contrario di quanto affermato per anni da Donald Trump riguardo il ruolo di Washington nella regione. Mentre tutto il personale militare statunitense di stanza nell’area del golfo si trova in stato di massima allerta, il blocco di potere trumpiano sta facendo i conti con defezioni illustri, ma soprattutto con quella che sembra la mancanza di una vera visione politica degli Stati Uniti e del loro ruolo globale.

E’ improbabile che Benjamin Netanyahu abbia imboccato la strada della guerra aperta contro Teheran senza essere certo di un rapido intervento degli Stati Uniti. Ogni giorno che passa i margini dell’autonomia israeliana si riducono, erodendo soprattutto la sua capacità difensiva. I calcoli di Benjamin Netanyahu potrebbero quindi anche rivelarsi errati. Scommettendo sulla sollevazione dei curdi iraniani, dei nazionalisti del Balocistan, di una parte della popolazione e sull’opposizione in esilio. Israele sta compiendo ogni sforzo per distruggere l’Iran: distruggerlo come entità statuale, non semplicemente riducendo la sua capacità nucleare o forzando un ipotetico cambio di regime.

Tutti gli attori in campo sanno che Israele non potrebbe resistere a lungo ad una tale pressione senza il sostegno di Washington, Benjamin Netanyahu in primis. Israele non è riuscito a sconfiggere la resistenza palestinese a Gaza ed in Cisgiordania, nonostante oltre un anno e mezzo di guerra di annientamento, né quella yemenita, Pur infliggendo duri colpi all’Iran, Israele ha confermato di non poter sostenere uno scontro aperto qualora questo dovesse dilatarsi nel tempo. Sei giorni di attacchi missilistici sono stati sufficienti a palesarlo. Il Pakistan, peraltro, ha già dichiarato la propria disponibilità a fornire armi nucleari all’Iran qualora fosse necessario.

La proposta russa, messa sul tavolo da Vladimir Putin al forum economico di S. Pietroburgo, costituisce per il momento l’unica possibile soluzione politica allo scontro tra Tel Aviv e Teheran: in questa ipotesi, l’eventuale ruolo di Mosca garantirebbe la sicurezza nucleare di entrambi i paesi. L’atteggiamento russo potrebbe radicalmente cambiare qualora una possibile mediazione tra tra le parti non dovesse funzionare. Un attacco all’Iran può essere interpretato come un attacco al ruolo russo e cinese nel Vicino oriente e nell’Asia Centrale. L’Iran è tra i principali fornitori energetici di Pechino, insieme al confinante Turkmenistan. E’ improbabile, dunque, che Mosca e Pechino accettino passivamente un eventuale crollo di Teheran. Al netto di alcune difficoltà, sia Mosca che Pechino potrebbero approfittare di un eventuale attacco statunitense per aumentare la propria pressione militare in Ucraina e su Taiwan. Ma le conseguenze negative per gli Stati Uniti e per i paesi europei potrebbero essere molto più ampie.

L’Iran potrebbe reagire attaccando direttamente le basi e le portaerei statunitensi nell’area del Golfo, oltre a tentare di un blocco sullo stretto di Hormuz e sul quello di Bab el-Mandeb. Uno scontro diretto tra Stati Uniti ed Iran avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale. Oltre ai rischi di carattere militare, il prezzo del petrolio potrebbe raggiungere i suoi massimi storici. A questo proposito, vale la pena ricordare come la rivoluzione iraniana del 1979 abbia innescato la seconda crisi petrolifera più grave dopo quella del 1973. Una nuova fase, ancora più pericolosa, della guerra mondiale combattuta a pezzi.

19/6/2025

Maurizio Vezzosi, analista e reporter freelance. Collabora con RSI Televisione Svizzera, LA7, Rete4, L’Espresso, Limes, l’Atlante geopolitico di Treccani, il centro studi Quadrante Futuro, La Fionda ed altre testate. Ha raccontato il conflitto ucraino dai territori insorti contro il governo di Kiev documentando la situazione sulla linea del fronte. Nel 2016 ha documentato le ripercussioni della crisi siriana sui fragili equilibri del Libano. Si occupa della radicalizzazione islamica nello spazio postsovietico, in particolare nel Caucaso settentrionale, in Uzbekistan e in Kirghizistan. Nel quadro della transizione politica che interessa la Bielorussia, nel 2021 ha seguito da Minsk i lavori dell’Assemblea Nazionale. Tra la primavera e l’estate del 2021 ha documentato il contesto armeno post-bellico, seguendo da Erevan gli sviluppi pre e post elettorali. Nel 2022, dopo aver seguito dalla Bielorussia il referendum costituzionale, le trattative russo-ucraine, e sul campo l’assedio di Mariupol, ha proseguito documentare la nuova fase del conflitto ucraino. Nel 2023 ha continuato a documentare la situazione nelle aree di Lugansk, Donetsk, Zaporozhe e Kherson sotto controllo russo. Durante l’estate si è recato in Georgia approfondendo la situazione sociale e politica della repubblica caucasica. A settembre ha partecipato al’AJB DOC Film Festival (Al Jazeera Balkans) di Sarajevo e al festival Visioni dal Mondo di Milano con il documentario “Primavera a Mariupol” (Spring in Mariupol). È assegnista di ricerca presso l’Istituto di studi politici “S. Pio V”.

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