All’ombra degli accordi di Abramo: la rete araba di Jeffrey Epstein

Un’immagine del matrimonio del re del Marocco Mohammed VI, cui Epstein e Maxwell parteciparono come accompagnatori di Bill Clinton.

Per le élite arabe, dal Marocco al Golfo, i file di Jeffrey Epstein costituiscono uno specchio scomodo: una mappa di affari, complicità e accordi in ombra.di Tahar Lamri

Nel giugno 2014, Jeffrey Epstein scrisse a Peter Thiel – cofondatore di PayPal e di Palantir, la società di analisi dati al servizio dei servizi di intelligence americani e israeliani – una frase che vale come sintesi di una visione del mondo: “Immagina se questo caos fosse ciò che Obama voleva davvero: Iraq, Iran, Libia, Siria, Palestina, Libano, Egitto. Dovremmo ammettere una strategia brillantemente eseguita”. La sua era una lettura. Il Medio Oriente e il Nord Africa come scacchiera del disordine deliberato. Epstein come osservatore privilegiato – forse qualcosa di più – di quella partita.

I file del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti disegnano numerose mappe, fra queste una: la mappa delle ambizioni geopolitiche e finanziarie di Epstein in una regione che aveva imparato a frequentare con metodo. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Qatar, Egitto, Libia: in ognuno di questi paesi Epstein aveva coltivato relazioni e canali, avanzato proposte. Un intermediario di un tipo peculiare, quello che trasforma l’accesso alle persone in moneta di scambio e la fiducia in leva di potere. Un operatore sistemico che aveva compreso, prima e meglio di molti, che il mondo arabo era un territorio in ridefinizione. Chi sapeva muoversi nei suoi corridoi informali poteva ricavarne rendite straordinarie. Normalizzazioni diplomatiche, asset sovrani congelati, grandi cantieri immobiliari, privatizzazioni di risorse strategiche: Epstein non era sempre all’origine di questi processi, ma sapeva sistematicamente come avvicinarsi a chi li governava.

Per il mondo arabo e mediorientale, questi file costituiscono uno specchio scomodo. Rivelano come funzionano le reti di potere transnazionali che attraversano monarchie del Golfo, governi occidentali, servizi di intelligence e istituzioni internazionali; e come l’accesso privilegiato a queste reti si ottenesse, almeno in parte, attraverso la complicità in un sistema criminale che sfruttava i soggetti più vulnerabili.

Questo articolo ricostruisce la dimensione araba e mediorientale di quella rete: gli Emirati Arabi Uniti, il Marocco, l’Arabia Saudita, il Qatar, l’Egitto, la Libia, il Libano, la Siria e l’Algeria, quest’ultima come caso a parte, in quanto paese che la rete non è mai riuscito a penetrare. La mappa, con i nomi, le date, le somme e – dove i documenti lo consentono – le intenzioni.

Le origini: come Epstein entrò nel mondo arabo

La storia mediorientale di Epstein inizia nel 1981 a Londra, con un trafficante d’armi.

Il triangolo Leese-Maxwell-Khashoggi

Quell’anno, Epstein — appena licenziato dalla Bear Stearns — compie un viaggio nel Regno Unito. Lì incontra Douglas Leese, aristocratico intermediario di armi che aveva costruito la sua fortuna negoziando la più grande commessa militare britannica della storia: la vendita di caccia Tornado all’Aeronautica Reale Saudita. Secondo il New York Times, Leese “fece da mentore” a Epstein e lo portò agli incontri con l’élite britannica e internazionale.

Fu Leese a introdurre Epstein a due figure che avrebbero definito la sua traiettoria. La prima era Robert Maxwell, il magnate della stampa britannico già noto per i suoi documentati legami con il Mossad, l’MI6 e il KGB e padre di Ghislaine, futura complice di Epstein, oggi in carcere con una condanna a vent’anni. La seconda era Adnan Khashoggi, il miliardario saudita mediatore d’armi più famoso del mondo, al centro dello scandalo Iran-Contra, nell’elenco dei “client” della società di consulenza di Epstein.

Epstein avviò una breve partnership con J. Stanley Pottinger, ex funzionario del Dipartimento di Giustizia USA coinvolto in una rete di vendita di armi all’Iran tra il 1981 e il 1986: gli anni dell’Iran-Contra. In quel periodo Israele serviva da intermediario nelle vendite americane di armi all’Iran, e i proventi finanziavano i Contras in Nicaragua. È in questo ambiente che Epstein imparò a muoversi tra segreti di Stato, operazioni coperte e reti che attraversano più governi.

Il passaporto con residenza in Arabia Saudita

Un dettaglio significativo: nell’appartamento di Manhattan di Epstein, agenti dell’FBI trovarono nella cassaforte un passaporto austriaco scaduto con la sua fotografia, un nome falso e un indirizzo in Arabia Saudita. I suoi avvocati spiegarono che serviva da protezione contro “potenziali rapitori”. La spiegazione non convinse nessuno degli inquirenti. Insieme al passaporto, diamanti e contanti.

Gli Emirati Arabi Uniti: il nodo centrale

Di tutti i paesi arabi che compaiono nei file Epstein, gli Emirati hanno la presenza più documentata e dettagliata, a indicare che si tratta di una relazione strutturale, che coinvolgeva la figura più potente del settore logistico mondiale e una diplomatica dell’ONU, e che raggiungeva, in modo indiretto, il principe ereditario Mohammed bin Zayed.

Sultan Ahmed bin Sulayem: l’amico che non lo ha mai deluso

Sultan Ahmed bin Sulayem è uno degli uomini più potenti degli Emirati Arabi Uniti. Nato a Dubai da una famiglia con legami diretti con la famiglia regnante Al Maktoum, ha supervisionato l’espansione della zona franca di Jebel Ali negli anni Ottanta e poi guidato DP World, il colosso logistico che oggi gestisce il dieci per cento del traffico globale di container in 186 porti e 77 paesi. Il suo nome compare oltre 4.700 volte nei documenti declassificati. Le email coprono un arco che va dal 2007 fino a poche settimane prima della morte di Epstein nel 2019; la quasi totalità sono successive alla condanna del 2008. “Non mi hai mai deluso, nemmeno una volta, nemmeno mezza”, scrive Epstein a Sultan bin Sulayem nel giugno 2013 (file DOJ).

L’isola, l’isola fantasma e le donne

I documenti rivelano che Sulayem visitava regolarmente Little Saint James, l’isola privata di Epstein nei Caraibi. “Ho passato momenti davvero bellissimi nella tua isola”, scrisse nel giugno 2013. Quando nel settembre 2017 l’uragano Irma devastò la zona, Sulayem offrì di inviare i propri ingegneri per rendere l’isola “a prova di uragano”. Più rilevante ancora: secondo quanto riportato dal Miami Herald, Epstein acquistò l’isola adiacente, Great St. James Cay, attraverso una società fantasma il cui beneficiario risultava essere Sulayem. Il proprietario Christian Kjaer si rifiutava di vendere a Epstein a causa delle sue condanne per reati sessuali: per aggirare il rifiuto, Epstein usò il nome dell’emiratino. Un portavoce di Sulayem ha smentito, ma un’email del dicembre 2016 in cui Sulayem descriveva Epstein come “caro amico e socio in affari” proprietario delle sue isole contraddice la versione ufficiale.

I file mostrano anche che Sulayem tentava attivamente di trovare impieghi per giovani donne russe della cerchia di Epstein: una come “massaggiatrice” in un resort turco, un’altra in un hotel a Dubai. Nell’agosto 2018, in un’email a Epstein, Sulayem gli chiedeva: “Possiamo trovare un lavoro per lei in qualche hotel di Dubai?” In un’altra email descriveva in dettaglio una studentessa universitaria a Dubai con cui aveva una relazione, usando un linguaggio esplicitamente sessuale. Nel novembre 2007, Sulayem raccontava a Epstein dei suoi tentativi di incontrare una modella: “Dopo diversi mesi di tentativi, siamo riusciti a incontrarci a New York. C’è stato un malinteso: lei voleva business! Io volevo solo figa!” Epstein rispondeva: “Lode ad Allah, ci sono ancora persone come te.” Il deputato repubblicano Thomas Massie, dopo aver visionato i file non censurati al DOJ, ha reso su X che il destinatario di un’email del 24 aprile 2009 in cui Epstein scriveva “Ho adorato il video della tortura” era Sulayem; l’identificazione è stata confermata dal Deputy Attorney General Todd Blanche, che citò il file EFTA00666117.

Il canale segreto Israele-UAE e Carbyne

Nel giugno 2015, Epstein scrisse in un’unica email, indirizzata a entrambi: “Ehud – Sultan. Sultan – Ehud.” Tre parole che documentano il momento in cui metteva in contatto Ehud Barak, ex primo ministro israeliano, e Sulayem. Barak era allora presidente di Carbyne, una società di cybersicurezza israeliana da lui co-fondata con finanziamenti di Epstein, nata nell’ecosistema dell’Unità 8200 dell’intelligence militare israeliana, il cui core business era permettere alle agenzie di sicurezza di accedere in tempo reale a posizione, audio e video dai telefoni cellulari degli utenti. Il 5 agosto 2018, Sulayem scrisse a Epstein mostrando interesse per Carbyne, come scrive Middle East Eye. Dunque Epstein agì da canale diplomatico non ufficiale tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti anni prima che gli Accordi di Abramo del 2020 rendessero pubblica la normalizzazione.

Nel luglio 2018, Sulayem si recò a Tel Aviv per cure mediche della figlia. In un’email a Barak lo ringraziò “per il tuo aiuto con il nostro visto.” Barak rispose che sarebbe stato felice di incontrarlo durante la visita. Epstein facilitò anche un incontro tra Barak e l’ex primo ministro qatarino Hamad bin Jassim nel 2018.

Intelligence, Putin e i kit DNA per il sovrano di Dubai

Sulayem usava Epstein anche come canale politico in Europa. Epstein inoltrò a Peter Mandelson – allora Segretario di Stato al Commercio britannico – un dossier di DP World su un progetto portuale sul Tamigi da 1,8 miliardi di sterline. Mandelson rispose: “Chiamerò e parlerò con lui.” DP World realizzò poi il London Gateway. Mandelson è stato successivamente rimosso dalla posizione di ambasciatore britannico a Washington per i suoi legami con Epstein. A fine febbraio è stato arrestato dalla polizia britannica e poi rilasciato su cauzione. È sotto indagine, ma nei suoi confronti non è stato ancora formalizzato alcun capo d’imputazione.

In un’email particolarmente rilevante, Sulayem informò Epstein di stare aspettando l’approvazione per acquisire un asset infrastrutturale “sensibile” condizionato a un accordo bilaterale UAE-Russia, aggiungendo: “Ho ricevuto un invito ufficiale dall’ufficio di Putin per un incontro testa a testa per ottenere il via libera direttamente da lui.” Epstein girò quella corrispondenza a un contatto ignoto con la nota: “For your eyes only.”

Nell’estate del 2017, Sulayem ordinò 30 kit per l’analisi del DNA ancestrale per Mohammed bin Rashid Al Maktoum, sovrano di Dubai, facendoli consegnare all’appartamento di Epstein. I kit furono registrati sotto il nome “Rashid Epstein.”

La Kiswah: il sacrilegio come rito di appartenenza

Tra i dettagli più simbolicamente carichi emergono le vicende della Kiswah, il tessuto nero e oro ricamato che ricopre la Kaaba alla Mecca. Un’immagine allegata a un’email dell’8 maggio 2014 mostra Epstein e Sulayem mentre osservano insieme un frammento del tessuto steso a terra; gesto che gli studiosi islamici considerano profondamente irrispettoso.

Nel febbraio e marzo 2017, tre frammenti della Kiswah furono spediti a Epstein tramite contatti legati agli Emirati. La spedizione partì dall’Arabia Saudita via British Airways, dichiarata in dogana come “opera d’arte.” Uno dei tre frammenti proveniva dall’interno della Kaaba stessa. La domanda che i file lasciano senza risposta è la più scomoda: chi in Arabia Saudita ha autorizzato l’uscita di quegli oggetti dalla catena di custodia del Haram? Le autorità saudite non hanno mai commentato.

Hind Al-Owais: la diplomatica dei diritti umani

Il secondo nome emiratino di rilievo è quello di Hind Abdulaziz Al-Owais, direttrice del Comitato Permanente degli Emirati per i Diritti Umani e, dal settembre 2015, prima donna emiratina a ricoprire una posizione internazionale nella sede centrale delle Nazioni Unite. I file includono circa 469 email scambiate con Epstein tra il 2011 e il 2012 tre anni prima della sua nomina all’ONU. Le email mostrano incontri ripetuti nell’appartamento di Epstein a Manhattan, richieste di assistenza legale e finanziaria, e tentativi di Epstein di influenzarne la carriera. Il 28 gennaio 2012, i file mostrano un incontro organizzato da Epstein tra Al-Owais, sua sorella Hala, e Reid Weingarten, uno dei più noti avvocati penalisti americani e legale personale di Epstein.

La risposta emiratina è stata silenziosa ma eloquente: Middle East Eye ha documentato la cancellazione sistematica di ogni menzione di Al-Owais dagli account ufficiali del Comitato per i Diritti Umani su Instagram, X e LinkedIn, dalla pagina della Anwar Gargash Diplomatic Academy, e dal sito del World Governments Summit. Dove era visibile fino a dicembre 2025, ora appare: “404 Page not found.”

Mohammed bin Zayed e l’assassinio di Khashoggi

Mohammed bin Zayed (MBZ), principe ereditario di Abu Dhabi e uomo più potente degli Emirati, compare nei file in modo indiretto ma significativo. Nelle ore successive all’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul (2 ottobre 2018), Epstein scrisse al suo interlocutore Anas al-Rashid: “Puzza di qualcosa di più grande. Non mi sorprenderebbe se MBZ lo avesse incastrato” ipotizzando che MBZ avesse orchestrato una trappola ai danni di Mohammed bin Salman. Quella stessa notte, Epstein ricevette un messaggio (mittente oscurato) comunicando che MBZ richiedeva un incontro “urgente” con partenza prevista per la mattina successiva.

L’Arabia Saudita: zone d’ombra e dossier strategici

La dimensione saudita è la meno documentata nei file, ma non la meno significativa. La differenza qualitativa con gli Emirati è netta: con Abu Dhabi e Dubai esistono email, fotografie, transazioni. Con Riyadh abbiamo la Kiswah, un passaporto con residenza saudita, una rubrica con nomi eccellenti, e la consulenza di Epstein su alcuni dei dossier più strategici.

La Saudi Aramco e il consiglio di Epstein

I file rivelano che Epstein discusse con vari interlocutori l’IPO di Saudi Aramco in più occasioni. In un’email del 2016, avvertì che una quotazione pubblica avrebbe esposto l’Arabia Saudita a rischi legali e sequestri di asset. In un’email del 17 ottobre 2017 a un interlocutore identificato come Alahmadi, propose in alternativa di vendere alla Cina un’opzione per acquistare una quota da 100 miliardi di dollari in Aramco, invece di procedere con un IPO tradizionale. Saudi Aramco non ha commentato.

Il dossier Yemen-Pakistan

Il 7 aprile 2015, Epstein ricevette un’email intitolata “Pakistan Covert Deal with Saudi on Yemen” da Nasra Hassan, funzionaria pakistana che aveva lavorato per le Nazioni Unite per 27 anni e per la Lega Araba. L’email lo informava di un accordo segreto con cui l’Arabia Saudita stava negoziando con il Pakistan l’invio delle forze speciali “Black Storks” al confine yemenita-saudita, in sostegno alla coalizione contro gli Houthi. Il Pakistan alla fine votò contro l’intervento il 10 aprile 2015, tre giorni dopo che Epstein fosse stato messo al corrente dell’operazione militare coperta.

Le purghe del Ritz-Carlton e Mohammed Bin Salman

I file mostrano che nel novembre 2017, durante le purghe del Ritz-Carlton di Riyadh con cui Mohammed bin Salman consolidò il suo potere arrestando centinaia di rivali e uomini d’affari, Epstein fu informato di monitorare da vicino gli sviluppi sauditi. Nell’agosto 2019 aveva mostrato a James Stewart del New York Times una fotografia di Bin Salman appesa al muro del suo appartamento, vantando visite frequenti e contatti diretti. Queste affermazioni, di Epstein a un giornalista in un momento in cui aveva interesse a gonfiare la propria influenza, non sono state verificate indipendentemente.

Il Marocco: reclutamento, immobili, mediatori e la variabile Sahara Occidentale

Il Marocco è il secondo paese arabo per densità di presenza nei file: “Morocco” compare 1.561 volte, “Marrakech” 2.278 volte. Un’ossessione documentata che attraversa vent’anni e che rivela non solo una destinazione ricorrente, ma una strategia coerente.

Il matrimonio del re: Clinton porta Epstein

Luglio 2002, Rabat. Re Mohammed VI sposa Lalla Salma Bennani. Bill Clinton, invitato per la lunga relazione diplomatica tra USA e Marocco, porta con sé come ospiti personali Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. Secondo il New York Post, i collaboratori di Clinton restarono sconcertati dalla richiesta. Una fonte citata da AOL riferisce: “Clinton e Epstein e Ghislaine sedettero con il re. Era un matrimonio formale, cena seduta, smoking, elegantissimo.” Va precisato che Epstein non era ospite del palazzo reale marocchino era il plus-one di un ex presidente. Non esistono prove di un rapporto diretto tra Mohammed VI ed Epstein.

La presenza di Epstein a quella cerimonia acquisisce un significato retrospettivo quando si considera la dinamica politica che seguì: nel 2014-2015, secondo le email di WikiLeaks, Mohammed VI “si impegnò a versare circa 12 milioni di dollari alla Clinton Foundation/CGI per un summit a Marrakech del maggio 2015, condizionando il versamento alla partecipazione personale di Hillary Clinton. Come scrisse Huma Abedin in un’email: “È stata un’idea di HRC: il nostro ufficio ha contattato i marocchini e loro credono al cento per cento di farlo su sua richiesta. Il Re si è personalmente impegnato a versare circa 12 milioni di dollari”. Hillary Clinton alla fine non partecipò – era imminente il lancio della campagna presidenziale – e al suo posto andarono Bill e Chelsea. Trump usò questa vicenda nei comizi del 21-23 ottobre 2016 per attaccare il “pay for play” della Clinton Foundation. Va precisato: i 12 milioni andarono alla Fondazione, non alla campagna elettorale di Hillary. Una distinzione legalmente rilevante, anche se i critici ne contestavano la sostanza.

Il reclutamento: il Marocco come fonte di vittime

I file documentano che il Marocco era uno dei paesi dove Epstein aveva scout attivi. Le email mostrano persone che inviavano fotografie di ragazze con misure corporee dettagliate e discussioni su come ottenere visti per portarle negli Stati Uniti. I registri di volo documentano viaggi in Marocco dal 2001 al 2019. Nel marzo 2001, Epstein scalò a Tangeri con Virginia Giuffre allora minorenne. Il 25 aprile 2019, pochi mesi prima dell’arresto, transitò all’aeroporto Marrakech-Menara, come confermato dalla DGSN (la Sicurezza nazionale) marocchina.

Va considerato che, trattandosi di operazioni di reclutamento protrattesi per quasi vent’anni in un paese dove la Direction Générale de la Surveillance du Territoire (DGST) è nota per il monitoraggio sistematico degli stranieri di alto profilo, l’ipotesi che tutto avvenisse all’insaputa delle autorità è difficile da sostenere. Non esistono documenti che provino una complicità istituzionale, ma l’inferenza è logicamente fondata.

Le trattative immobiliari: un rifugio pianificato

Tra il 2011 e il 2019, Epstein condusse trattative per acquistare proprietà di lusso in Marocco in modo sistematico, rivelando una strategia che va ben oltre il semplice interesse immobiliare. Le negoziazioni principali riguardarono il Palazzo Bin Ennakhil nella Palmeraie di Marrakech: un dominio di 4,6 ettari con 60 fontane in marmo, hammam, 2.000 palmeti e pareti dorate. Le negoziazioni durarono quasi un decennio, dal 2011 al 2019. Nel marzo 2019, Epstein fu informato che, nonostante l’esistenza di altre offerte, la sua era ancora considerata “la più seria.” Le trattative si interruppero nell’aprile 2019.

Nei dieci giorni precedenti all’arresto del luglio 2019, in una sequenza frenetica documentata dai file del DOJ e riportata da Reuters, la società Southern Trust di Epstein ordinò a Charles Schwab di trasferire complessivamente 27,7 milioni di dollari all’agente immobiliare marocchino Marc Leon, con i fondi diretti su un conto della banca svizzera Julius Baer. Un primo versamento da 12,7 milioni fu annullato perché le condizioni non erano “accettabili”; un secondo da 14,95 milioni fu inviato il 4 luglio – due giorni prima dell’arresto – da un conto senza sufficiente copertura. Charles Schwab depositò un Suspicious Activity Report presso il FinCEN il 13 luglio, sette giorni dopo l’arresto. La transazione non si concluse. La cronologia non lascia dubbi: Epstein cercava a Marrakech un piano di fuga mentre il suo impero crollava.

Jack Lang: 673 menzioni, la figlia offshore, e il riad di un amico

La figura chiave di mediazione tra Epstein e il Marocco è Jack Lang, ex ministro della Cultura francese e fino al febbraio 2026 presidente dell’Institut du Monde Arabe. Lang compare 673 volte nei documenti. La relazione è documentata su più livelli.

Nell’aprile 2017, Epstein gli prestò il jet privato per un viaggio in Marocco. Nel marzo 2015, una catena di email mostra Lang nel ruolo di intermediario immobiliare: il 29 marzo, Dominique Silberstein inviò a Epstein la presentazione del riad Ksar Masa a Marrakech “a richiesta di Jean Poniatowski”; il 30 marzo, Monique Lang – moglie di Jack – scrisse a Epstein spiegando che “un amico vuole vendere la sua proprietà” e preferirebbe una trattativa diretta; il 31 marzo, Jack Lang fornì il prezzo: “5.400.000 euro, offshore.” Lang ha dichiarato di non ricordare bene l’episodio e di aver “semplicemente trasmesso le richieste del venditore senza commentarle.” La transazione non si concluse, ma le email rivelano Lang come intermediario attivo che facilitava l’accesso di Epstein al mercato immobiliare marocchino.

Il capitolo più controverso riguarda la figlia Caroline Lang. Il 22 luglio 2016, Epstein costituì Prytanee LLC – società domiciliata a Saint-Thomas, Isole Vergini Americane, un paradiso fiscale – con Caroline Lang come titolare del 50% delle quote tramite una “Pierre Trust” (una struttura fiduciaria intestata a un nome: dettaglio che in sé dice molto sulla logica di opacità dell’intera operazione). Epstein finanziava la società attraverso la Southern Trust Company. Lo scopo dichiarato era l’acquisizione di opere d’arte di giovani artisti. Caroline Lang ha ammesso di non aver mai dichiarato questa società alle autorità fiscali francesi. Il testamento di Epstein, firmato due giorni prima della sua morte nell’agosto 2019, le lasciava 5 milioni di dollari, somma di cui lei afferma di essere all’oscuro. Ha rassegnato le dimissioni dal Syndicat de la production indépendante (SPI) tre settimane dopo la sua nomina, e dalla Fondation Le Refuge, un’organizzazione LGBT.

Il 7 febbraio 2026, Jack Lang ha rassegnato le dimissioni dall’IMA (Istituto del Mondo Arabo): forzate, non volontarie, secondo le comunicazioni del Ministero della Cultura francese. Il 17 febbraio 2026, Anne-Claire Legendre, diplomatica e consigliera di Macron per il Nord Africa e il Medio Oriente, gli è succeduta come prima donna a guidare l’IMA in 46 anni di storia. Il Parquet National Financier (PNF) ha aperto un’indagine preliminare per “blanchiment de fraude fiscale aggravée” (riciclaggio di frode fiscale aggravata) nei confronti di Jack Lang e Caroline Lang.

Fabrice Aidan: il diplomatico ONU e l’affare OCP-Engie

Un secondo filone francese si intreccia con il Marocco in modo ancora più diretto. Fabrice Aidan, segretario degli Affari esteri francese in distacco dalle funzioni, compare in quasi 200 file dei documenti DOJ. Tra il 2010 e il 2017, quando lavorava come assistente speciale di Terje Rød-Larsen alle Nazioni Unite, scambiò email con Epstein contenenti documenti riservati del Consiglio di Sicurezza; aveva il codice di accesso all’appartamento parigino di Epstein in avenue Foch; e il suo nome ricorre nella preparazione di incontri tra Epstein e personalità saudite. Nel 2013, l’FBI aveva segnalato alle Nazioni Unite un’indagine per accesso a siti di pornografia infantile che coinvolgeva Aidan: questi si dimise dall’ONU prima della fine del procedimento disciplinare, senza essere perseguito penalmente.

Il collegamento marocchino diventa esplicito attraverso la sua carriera successiva: dopo l’ONU, Aidan divenne direttore delle relazioni internazionali di Engie, il colosso energetico francese che ha stretto un accordo strategico con OCP Group di Mostafa Terrab in Marocco. Il Desk di Rabat ha titolato uno dei suoi episodi di inchiesta: “Fabrice Aidan: l’uomo di Epstein al cuore dell’affare OCP-Engie”. Aidan è stato sospeso da Engie e il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha deferito il caso alla magistratura.

Mostafa Terrab e le élite marocchine

I file mostrano livelli diversi di relazione con le figure istituzionali marocchine. Nel caso di Mostafa Terrab, CEO e presidente di OCP Group – il colosso statale dei fosfati – non si tratta di un semplice tentativo di contatto: all’inizio del 2012, Epstein disse a un uomo d’affari emiratino che aveva in programma di fare colazione con Terrab in Marocco. Si tratta di un incontro pianificato e comunicato a terzi, una relazione in corso, non un primo approccio. La triangolazione Epstein-Aidan-Terrab/OCP-Engie suggerisce che la rete avesse costruito, attraverso intermediari, un accesso reale al cuore economico del regno. Per Taieb Fassi-Fihri, consigliere del re, e per Mohamed Mounir Majidi, segretario personale di Mohammed VI, i file documentano tentativi di contatto la cui effettiva traduzione in relazione non è confermata.

Il Sahara Occidentale: la variabile unificante

Per comprendere la logica profonda del rapporto tra il Marocco e le reti di potere americane che intersecano la vicenda Epstein, è necessario guardare alla questione del Sahara Occidentale. Mohammed VI ha dichiarato esplicitamente nel 2022 che il Marocco “misura le proprie relazioni con gli altri paesi attraverso il prisma della questione del Sahara”. Questa dichiarazione illumina retroattivamente vent’anni di storia.

La cronologia è coerente: nel 1999, Bill Clinton partecipò ai funerali di Hassan II costruendo un rapporto diretto con la monarchia marocchina. Nel 2002, Clinton portò Epstein e Maxwell al matrimonio di Mohammed VI come ospiti personali. Tra il 2002 e il 2019, il Marocco divenne zona di reclutamento, destinazione di viaggio e sede di trattative immobiliari per Epstein. Nel 2014-2015, Mohammed VI condizionò 12 milioni di dollari alla Clinton Foundation alla partecipazione personale di Hillary a una conferenza. Nel 2016, Trump usò quell’episodio come arma contro Hillary. Nel 2018-2019, Jared Kushner negoziò con Mohammed VI: normalizzazione con Israele in cambio del riconoscimento americano della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Il 10 dicembre 2020, Trump annunciò la normalizzazione Marocco-Israele nell’ambito degli Accordi di Abramo, con il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale come contropartita esplicita.

La lettura d’insieme è quella di un regno che per vent’anni ha praticato una strategia di promiscuità strategica con le reti del potere americano – attraverso i Clinton, attraverso Epstein come vettore relazionale, attraverso la Clinton Foundation, attraverso Trump e Kushner – con un obiettivo singolo e coerente: ottenere il riconoscimento americano della sovranità sul Sahara Occidentale. L’obiettivo fu raggiunto.

Il Qatar: il mediatore che non riuscì

Durante il blocco del Qatar del 2017-2021 – imposto da Arabia Saudita, Emirati, Bahrain ed Egitto con l’accusa di finanziamento del terrorismo e vicinanza all’Iran – Epstein si introdusse come mediatore tra le parti.

In email con Sheikh Jabor Yousuf Jassim Al Thani, uomo d’affari qatarino e membro della famiglia reale, Epstein offrì consigli strategici. Come riporta Middle East Eye, l’8 luglio 2017 scrisse che il Qatar potrebbe uscire dall’isolamento “se il suo popolo consentisse al Paese di riconoscere Israele”, oppure offrendo un miliardo di dollari a un fondo per le vittime del terrorismo. Aggiunse, in riferimento al premier indiano Modi: “Il primo ministro indiano Modi ha preso consiglio. Ha cantato e ballato in Israele a beneficio del presidente americano. Ha funzionato!

Nel luglio 2017, Epstein si proponeva come mediatore per organizzare un incontro diretto tra l’ex premier qatarino Hamad bin Jassim e Bin Salman. Non è chiaro se l’incontro si sia concretizzato, ma Epstein riuscì a organizzare un incontro tra Barak e Hamad bin Jassim nel 2018. Il Qatar mantenne la propria posizione e il blocco si concluse nel 2021 senza che il paese normalizzasse con Israele.

Siria e Libano: il banchiere, l’intermediario e l’erede

Siria e Libano come mercato: la visione di Epstein

Nel luglio 2010, Jeffrey Epstein scrisse a un associato non identificato: “Ha passato tutta la settimana a Londra. Vuole comprare un’altra banca in Medio Oriente… Ne ha fatta una in Egitto, dovremmo farne una in Siria o in Libano, i prossimi due hot spot.” La battuta – contenuta in uno scambio avviato dal finanziere Tim Collins su opportunità di acquisizione bancaria nella regione – si chiudeva con un riferimento al miliardario saudita-siriano Wafic Saïd e con un’osservazione oscena sul turismo sessuale in Libano. Era il 2010: un anno prima dello scoppio della guerra civile siriana, cinque anni prima del collasso bancario libanese.

Epstein anticipava i mercati con la stessa logica con cui anticipava tutto il resto.

Tracce documentali: Mandelson, Beirut e chi resistette

La Siria e il Libano non figurano tra i teatri operativi di Epstein con la densità documentale dell’Arabia Saudita o del Marocco. Ma nei file emergono tracce significative, e una di esse porta direttamente al presente. Nel 2010 Epstein discusse con il politico britannico Peter Mandelson, già citato, la possibilità di partecipare a una gala organizzata da banche libanesi a Washington D.C. L’incontro, se avvenne, non lasciò ulteriori tracce documentali. Ma rivela come il circuito Epstein-finanza-Medio Oriente passasse anche per Beirut, allora capitale bancaria regionale e piazza privilegiata per il riciclaggio dei petrodollari del Golfo.

Sul versante opposto, i file registrano anche chi seppe resistere. Il matematico e saggista libanese-americano Nassim Nicholas Taleb ha dichiarato pubblicamente di aver rifiutato ripetutamente gli inviti di Epstein, avendo riconosciuto fin dall’inizio che la storia del suo presunto trading in opzioni era inverosimile. “Le sue operazioni non sarebbero state visibili nei mercati pre-elettronici,” spiegò Taleb. Nel vasto catalogo di chi cadde nella trappola della seduzione di Epstein, Taleb rimane una delle rare eccezioni documentate.

Tom Barrack: il filo che arriva al presente

Ma il nodo centrale che unisce Siria, Libano e la rete di Epstein ha un nome preciso: Thomas Joseph Barrack Jr., detto Tom. I nonni di Barrack erano cristiani libanesi di Zahle, emigrati negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento. Lui è nato a Culver City, California, nel 1947. Ha fatto fortuna nel private equity fondando Colony Capital, è diventato uno degli uomini più vicini a Donald Trump – descritto dal giornalista Michael Wolff come parte di un trio di “moschettieri della vita notturna degli anni ’80 e ’90” insieme a Trump e Epstein – e ha presieduto il comitato inaugurale del primo mandato presidenziale nel 2017. Nel 2021 è stato incriminato per aver operato come agente clandestino degli Emirati Arabi Uniti, utilizzando il suo accesso alla Casa Bianca per avanzare gli interessi di Abu Dhabi mentre cercava centinaia di milioni di dollari di investimenti dai fondi sovrani del Golfo. Una giuria lo ha poi assolto nel 2022.

Nei file Epstein, Barrack compare 544 volte. I documenti mostrano un rapporto di fiducia profonda e continuativa: cene private, introduzioni a personaggi chiave, discussioni di strategia politica. Epstein orchestrava per lui incontri con Peter Thiel, con l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, e con Vitaly Churkin, rappresentante permanente della Russia all’ONU. Il calendario di Epstein per il 29 agosto 2016 – settimane dopo che Barrack aveva pronunciato il discorso di punta alla Convention repubblicana a sostegno di Trump – riporta la nota: “Pranzo con Ehud Barak, Tom Barrack e Vitaly Churkin.” Tre continenti di potere riuniti intorno a un tavolo da Epstein.

I documenti mostrano anche che Epstein si rivolgeva a Barrack come potenziale canale verso Trump, e che ripetutamente lo incitava a spostare le comunicazioni su Signal  (le cui registrazioni non sono incluse nei file del governo). La natura esatta di ciò che transitava su quei canali cifrati rimane ignota.

Oggi Tom Barrack è ambasciatore americano in Turchia e inviato speciale di Trump per Siria e Libano. Il 19 giugno 2025 ha consegnato al governo libanese una proposta in cinque punti per il disarmo di Hezbollah, condizionando il sostegno economico americano alla centralizzazione delle armi sotto controllo statale. In luglio ha incontrato il presidente Joseph Aoun a Beirut, avvertendo che senza una svolta il Libano rischiava un’erosione esistenziale: “Hai Israele da un lato, l’Iran dall’altro, e ora la Siria che si manifesta così rapidamente che se il Libano non si muove, tornerà ad essere Bilad al-Sham.” L’espressione – che evoca la Grande Siria storica – ha scatenato polemiche trasversali nello spazio politico libanese.

L’uomo che Trump ha scelto per negoziare il futuro di due Paesi tra i più instabili della regione è lo stesso che Epstein utilizzava come snodo privilegiato verso la Casa Bianca, e con cui condivideva – per ammissione contenuta nei documenti stessi – la necessità di comunicare al di fuori di ogni archivio tracciabile. Non è un’accusa: Barrack non è stato incriminato per alcun reato connesso a Epstein, e nessun documento prova un coinvolgimento nei crimini sessuali. Ma la continuità biografica è un fatto, e come tale merita di essere registrata.

Egitto e Libia: crisi, asset congelati e opportunismo

L’Egitto: la famiglia Mubarak

I file mostrano che dopo la caduta di Hosni Mubarak nel febbraio 2011, una richiesta di assistenza proveniente dalla cerchia familiare dell’ex presidente – secondo Reuters attribuibile alla moglie del figlio Gamal Mubarak – fu trasmessa a Epstein. La natura dell’assistenza richiesta non è specificata nei documenti, e Reuters non è stata in grado di stabilire se Epstein abbia preso misure in risposta. È tuttavia significativo che, nel momento di massima vulnerabilità di una delle famiglie più potenti del mondo arabo, qualcuno pensasse a Epstein come punto di accesso.

La Libia: caccia agli 80 miliardi

Il capitolo libico è tra i più rivelatori dei file sul Medio Oriente. Nel luglio 2011, pochi mesi dopo l’inizio della rivolta sostenuta dalla NATO che avrebbe portato all’uccisione di Gheddafi, un associato di Epstein di nome Greg Brown gli inviò un’email con oggetto: “Opportunità finanziarie e legali legate all’instabilità libica”. Come riportato da Al Jazeera, l’email stimava in 80 miliardi di dollari i fondi libici congelati a livello internazionale, di cui 32,4 miliardi depositati in banche americane, osservando che il valore reale poteva essere “tre o quattro volte tanto” considerando asset sovrani oggetto di appropriazione indebita. Il piano prevedeva di recuperare una percentuale di questi fondi – tra il 5 e il 10 per cento – con una parcella tra il 10 e il 25 per cento per i recuperatori. “Ma il vero affare” (The real carrot, in inglese), aggiungeva l’email, “è se riusciamo a diventare i loro uomini di riferimento, perché hanno in programma di spendere almeno 100 miliardi il prossimo anno per ricostruire il paese.” L’email menzionava il possibile coinvolgimento di ex agenti dell’MI6 e del Mossad.

In questo quadro si inserisce la vicenda di Basit Igtet. Nato a Bengasi in una famiglia avversa al regime di Gheddafi – il padre fu ucciso dal regime – Igtet era fuggito in esilio a Zurigo, dove aveva costruito una carriera imprenditoriale. Nel 2011, durante la rivoluzione, fu nominato Inviato Speciale del Consiglio Nazionale di Transizione per gli affari umanitari, dopo una campagna di lobbying internazionale che aveva condotto da esule. Nel 2012 sposò Sara Bronfman, erede della famiglia Seagram e finanziatrice principale di NXIVM, l’organizzazione di Keith Raniere condannato nel 2019 per traffico sessuale e racket. Raniere iniziò a istruire Igtet sull’ambizione di diventare Primo Ministro della Libia, nonostante Igtet avesse una moglie ebrea e non vivesse in Libia da decenni. Igtet si candidò a Premier nel 2014, finanziato con il denaro della moglie, senza successo. La Libia post-Gheddafi emerge nei file Epstein non come un paese ma come un’opportunità: miliardi di dollari congelati, istituzioni distrutte, assenza di controlli. Un vuoto che molti cercavano di riempire.

Gli Accordi di Oslo: la pace comprata?

L’elemento più destabilizzante per la storia diplomatica recente emerso dai file non riguarda direttamente i Paesi arabi. Riguarda il processo che ha definito per trent’anni i termini della questione palestinese.

Chi erano Juul e Rød-Larsen, e cosa costruirono

Terje Rød-Larsen e Mona Juul sono i diplomatici norvegesi che, nei primi anni Novanta, facilitarono in segreto i negoziati che portarono alla firma degli Accordi di Oslo il 13 settembre 1993: il primo accordo formale tra Israele e l’OLP. Gli ideatori del canale segreto furono il ministro degli Esteri norvegese Johan Jørgen Holst, Rød-Larsen e Juul. I negoziati si svolsero per mesi nel più totale segreto: per l’OLP li condusse Ahmed Qurei, che si relazionava direttamente con Arafat; per Israele il direttore generale del ministero degli esteri Uri Savir, che riferiva a Shimon Peres.

Rød-Larsen era direttore del Fafo Institute for Applied Social Science di Oslo, un think tank accademico che aveva condotto ricerche sulle condizioni di vita nei Territori Occupati, fornendo la copertura accademica per avviare i contatti con l’OLP. Mona Juul era la diplomatica del Ministero degli Esteri che poteva facilitare i contatti al più alto livello istituzionale. La loro storia fu raccontata nello spettacolo di Broadway “Oslo” (2016-2017) e nel film omonimo del 2021, entrambi celebrativi del loro coraggio e della loro disponibilità ad assumersi “rischi personali per la pace”. Ciò che si scoprirà nel 2026 è che Rød-Larsen inoltrava le recensioni entusiaste dello spettacolo a Epstein e che Epstein aveva pagato circa 70.000 euro perché il debutto ricevesse una rappresentazione esclusiva a ingresso gratuito al Vivian Beaumont Theater di New York nel 2017, davanti a un pubblico di circa mille membri dell’International Peace Institute di Rød-Larsen.

La triangolazione con Epstein: prestiti, appartamento e donne

I file rilasciati nel gennaio 2026 coinvolgono la coppia in modo circostanziato e su più livelli, come documenta InsideOver.

Uno è quello dei prestiti e dei legami finanziari: Epstein prestò a Rød-Larsen 130.000 dollari nel 2013. Il suo testamento, firmato due giorni prima della morte nel 2019, prevedeva un lascito di 5 milioni di dollari per ciascuno dei due figli della coppia, per un totale di 10 milioni. In un messaggio del 2017, Rød-Larsen scrisse a Epstein: “Sei il mio migliore amico, e un essere umano rarissimo e profondamente buono.”

Un altro riguarda l’appartamento di Frogner: nel 2018, Juul e Rød-Larsen acquistarono un lussuoso appartamento di oltre 300 mq a Frogner, Oslo ovest, per 14 milioni di corone, circa la metà del valore di mercato. Il venditore, l’armatore Morits Skaugen, ha dichiarato in email a Epstein di aver venduto “non volontariamente”, a prezzo scontato, con Epstein nel ruolo di intermediario. Un avvocato di Skaugen ha descritto le azioni della coppia, con l’aiuto di Epstein, come “metodi mafiosi.”

Ancora, sui viaggi e il passaporto diplomatico: nell’aprile 2011, Mona Juul risultava passeggera – con il marito e i due figli – su un volo programmato per maggio 2011 su uno dei jet privati di Epstein. Juul utilizzò il suo passaporto diplomatico in connessione con le esigenze del pilota privato di Epstein, una possibile violazione delle norme del servizio estero norvegese. Quando le fu chiesto delle circostanze, Juul dichiarò di non avere “alcun ricordo” degli episodi citati dal quotidiano Aftenposten.

Infine, le giovani donne: secondo le inchieste di Al Jazeera, Rød-Larsen scrisse lettere ufficiali di raccomandazione alle autorità americane per far ottenere visti a giovani donne russe della cerchia di Epstein, descrivendo modelle senza background accademico come dotate di “straordinarie capacità adatte a ruoli di ricerca.” Una vittima ha dichiarato a NRK di credere che Epstein la avesse inviata all’istituto di Rød-Larsen “per manipolarla.”

L’archivio privato e i documenti spariti

Un altro elemento cruciale, che precede lo scandalo Epstein, riguarda la gestione della memoria storica degli accordi di Oslo. Non esiste un solo documento degli archivi ufficiali del Ministero degli Esteri norvegese relativo al periodo gennaio-settembre 1993: esattamente il periodo in cui si svolsero i negoziati segreti più decisivi. Come riportato da Euractiv, Rød-Larsen rivelò di possedere un “ampio archivio privato” che non intendeva consegnare, affermando che lo avrebbe donato a un’istituzione internazionale di sua fiducia. La storica Hilde Henriksen Waage, che aveva avviato una ricerca per il Ministero degli Esteri nel 1998, raccontò che Mona Juul la chiamò personalmente per chiederle come osasse procedere senza parlare prima con lei e suo marito. Nel 2000, Juul la convocò nel suo ufficio e le disse che, nell’interesse del ruolo norvegese nel processo di pace, non poteva continuare la sua ricerca. Waage ha definito la situazione una “evidente” violazione della legge archivistica norvegese. Anche Jonas Gahr Støre, oggi primo ministro norvegese, è accusato di aver cercato di insabbiare lo scandalo quando era ministro degli Affari esteri.

Il nodo Toka, Barak e i servizi segreti

Nel maggio 2018, Ehud Barak scrisse a Epstein chiedendogli di trasmettere a Mona Juul una presentazione di Toka, la società di intelligence israeliana di cui Barak era co-fondatore. Barak precisò che Rød-Larsen gli aveva chiesto di passare il materiale a Mona “perché si sentiva inadeguato” e menzionò un imminente incontro tra Rød-Larsen ed Epstein. Il giorno successivo, Juul inviò un messaggio con oggetto “Kjell G.” – presumibilmente riferito a Kjell Grandhagen, ex capo dei servizi segreti norvegesi – che fu inoltrato a Epstein da Rød-Larsen. Una diplomatica norvegese che usa la mail ufficiale del Ministero degli Esteri per comunicare con Epstein, e che fa transitare contatti dei servizi segreti attraverso quella rete: questo è quanto i file documentano.

Le dimissioni, l’incriminazione e la domanda palestinese

Mona Juul si è dimessa nel febbraio 2026 da ambasciatrice norvegese in Giordania e Iraq. Il ministero degli Esteri le ha revocato la clearance di sicurezza. Il 9 febbraio 2026, l’Økokrim – la procura norvegese per i crimini economici – l’ha formalmente incriminata per corruzione aggravata; Rød-Larsen è indagato per concorso in corruzione aggravata. Anche l’ex primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland, già presidente del Comitato Nobel per la Pace e segretario generale del Consiglio d’Europa, è sotto indagine per presunti benefici ricevuti da Epstein. La principessa ereditaria Mette-Marit ha presentato scuse pubbliche. Entrambi gli imputati si dichiarano non colpevoli.

Mustafa Barghouti, segretario generale dell’Iniziativa Nazionale Palestinese, ha dichiarato ad Al Jazeera di non essere “affatto sorpreso”: “Oslo era una trappola, e non ho dubbi che Rød-Larsen fosse influenzato dal lato israeliano per tutto il tempo.” Ha aggiunto che i milioni di dollari potenzialmente provenienti da una figura legata al Mossad come Epstein verso la famiglia Rød-Larsen suggeriscono che la corruzione fosse “diretta a servire gli interessi di Israele contro gli interessi del popolo palestinese.” Allo stato attuale non esistono prove documentali che stabiliscano un nesso causale tra il denaro di Epstein e le scelte diplomatiche di Rød-Larsen negli anni Novanta. Lo scandalo pone però una domanda storica che non può più essere elusa, e che le indagini dell’Økokrim potrebbero chiarire.

L’Algeria: la rete che non passò

L’Algeria compare nei file Epstein in modo radicalmente diverso da tutti gli altri paesi esaminati: non come partner, non come destinazione, non come base operativa. Compare come obiettivo che la rete non riuscì a raggiungere nei modi consueti.

Documenti esaminati da fonti giornalistiche francesi e algerine suggeriscono che tra il 2015 e il 2017 la rete di Epstein tentasse approcci indiretti verso l’Algeria, evitando il contatto diretto con la leadership. Il metodo era quello dell’entrismo offshore: agire attraverso Parigi, Mosca, Dubai per intercettare élite algerine emergenti. A Parigi, fonti giornalistiche riportano l’esistenza di un canale di reclutamento che prendeva di mira giovani donne dell’élite e della diaspora algerina.

In questo quadro si inserisce, tangenzialmente, la figura del reclutatore Daniel Amar Siad, originario della Cabilia algerina, che operava tra Parigi, Barcellona, Dubai e il Marocco. Siad era anche rappresentante negli Emirati del MAK (Movimento per l’Autodeterminazione della Cabilia), classificato come organizzazione terrorista dall’Algeria nel 2021. Il suo ruolo nella rete Epstein era quello di scout-reclutatore in Europa e nel Mediterraneo, figura di secondo piano operativo, senza peso politico autonomo. Vale la pena menzionarlo perché la sua presenza a Dubai, con conto bancario emiratino e legami con i circoli vicini a Epstein, è documentata da fonti primarie del DOJ (documento EFTA00767847).

Ciò che è certo, e distingue l’Algeria da tutti gli altri paesi analizzati, è il risultato: l’Algeria è tra i paesi che non hanno mai riconosciuto Israele. Non ha firmato accordi di normalizzazione. Mantiene una posizione di sostegno alla causa palestinese. Il contrasto con UAE, Marocco e Bahrain – che hanno firmato gli Accordi di Abramo nel 2020 – è netto.

Dove ci porta la mappa

I file Epstein non sono la prova di una grande cospirazione con un centro e una regia unica. Sono qualcosa di più banale e più sistemico: la documentazione di come funziona il potere globale quando i meccanismi di controllo pubblico smettono di operare.

Gli Emirati Arabi Uniti erano il Paese con la presenza più profonda e operativamente significativa. Sultan Ahmed bin Sulayem intratteneva con Epstein una relazione trentennale che includeva visite all’isola privata, acquisto di immobili attraverso società fantasma, back channel diplomatici con Israele, intelligence condivisa sui movimenti di DP World, e coinvolgimento in un sistema di placement di giovani donne tra hotel e resort del Golfo. La cancellazione sistematica della presenza digitale di Hind Al-Owais da parte delle autorità emiratine è un atto politico istituzionale documentato.

Il Marocco emerge come hub di reclutamento, terreno di trattative immobiliari che suggeriscono un piano di fuga, e snodo di reti di influenza che legano Clinton, la Clinton Foundation, Epstein come vettore relazionale, e infine Kushner e Trump. L’obiettivo del regno – il riconoscimento americano della sovranità sul Sahara Occidentale – fu raggiunto nel 2020 come parte degli Accordi di Abramo. Jack Lang rimane la figura chiave di mediazione; il caso Aidan-OCP-Engie rivela un livello ulteriore di penetrazione nella struttura economica del paese.

Il Qatar è il paese che ha resistito: Epstein cercava di usarlo come pedina per convincerlo a normalizzare con Israele, ma il Qatar mantenne la propria posizione.

La Libia post-Gheddafi era vista dalla cerchia di Epstein come un’opportunità straordinaria: miliardi di dollari congelati, istituzioni distrutte, assenza di controlli. Il piano con ex agenti MI6 e Mossad testimonia come la rete di Epstein si sovrapponesse ai circoli più opachi dell’intelligence internazionale.

Il caso Juul-Rød-Larsen pone una domanda storica legittima sulla negoziazione degli Accordi di Oslo, che le indagini dell’Økokrim potrebbero chiarire. Non esistono prove che il denaro di Epstein abbia influenzato le scelte diplomatiche degli anni Novanta, ma la domanda è diventata impossibile da ignorare. La sparizione dell’intero archivio relativo ai negoziati del 1993 dall’archivio ufficiale norvegese – in possesso di Rød-Larsen come “archivio privato” – ha trasformato quella domanda in un’urgenza istituzionale.

L’Algeria è l’assenza significativa: il paese che la rete non riuscì a penetrare nei modi consueti è anche il paese che non ha normalizzato.

Resta una domanda che i file rendono legittima e che non hanno ancora risposta: fino a che punto le relazioni tra i paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo e Israele erano già consolidate prima del 2020, costruite nel corso di decenni attraverso canali come quello di Epstein? E quale ruolo ha avuto la raccolta di kompromat – materiale compromettente – su figure politiche chiave nel plasmare quelle relazioni? I file Epstein hanno aperto quella domanda. Nessuno ha ancora risposto.

2/3/2026 https://kritica.it/p

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