Sfratti, proteste e mala gestione dei centri: l’accoglienza è al collasso
PH: Soldaria Bari (Il sit-in davanti alla Prefettura)
Il rapporto “Centri d’Italia” svela un sistema costruito per fallire, mentre sempre più persone ne sono escluse
Dal Nord al Sud dell’Italia l’accoglienza delle persone richiedenti asilo e rifugiate è al collasso, costantemente in emergenza e strutturata per non garantire i diritti fondamentali. Da una parte, anche persone indigenti e titolari del diritto all’accoglienza attendono più di un anno per entrare nel sistema; dall’altra, chi ottiene lo status o un permesso di soggiorno viene messo alla porta dopo poche ore.
Quello che sta succedendo a Bologna, Bari e in tante altre città italiane non è un’emergenza, ma il risultato prevedibile – e voluto – di politiche che da anni gestiscono la migrazione e l’accoglienza in modo selettivo e paradossale: da un lato rafforzando il paradigma del controllo e disciplinamento, trattando il tutto come un problema di ordine pubblico; dall’altro, lasciando enormi falle e zone opache, non rispettando la normativa europea e abbandonando centinaia di persone per strada in attesa di un posto nei centri. Di sicuro per il governo e i vari ministeri preposti non è una questione di diritti e convivenza.
A Bologna, le persone ospitate nel CAS di Malalbergo sono scese in piazza contro lo sfratto deciso dalla Prefettura. Una volta ottenuta la protezione internazionale, l’ente gestore ha dato loro 72 ore per trovare una sistemazione alternativa. Un’impresa impossibile. Indicazioni analoghe sono arrivate ai gestori di tutti i CAS del territorio bolognese: una stretta sull’accoglienza «al fine di assicurare il turnover nei centri ed evitare il protrarsi delle misure di accoglienza in assenza dei requisiti», come riportato dalla stampa. Questa imposizione – che minaccia la sospensione dei contributi economici alle strutture e l’intervento delle forze dell’ordine – costringerà i centri a sfrattare centinaia di persone. La solidarietà delle realtà antirazziste si è fatta sentire con presidi e conferenze stampa, ma l’Asp Città di Bologna – braccio operativo del Comune per la seconda accoglienza nel sistema SAI – è rimasta immobile: tutti i posti sono già occupati e quindi il problema non è di loro competenza.
A Bari la situazione è anche peggiore. Da gennaio, dal CARA sono state sbattute fuori almeno cento persone, tra cui molti nuovi titolari di protezione. Persone lasciate in strada senza un letto, senza cibo, senza documenti validi. Ufficialmente protette, ma in realtà invisibili. Il foglio che ricevono, un certificato stampato su un foglio A4, attesta uno status giuridico, ma non consente di lavorare, studiare o accedere alle cure mediche. Non basta nemmeno per iscriversi all’anagrafe.
In molte città di provincia la situazione è la stessa, solo che le persone escono dai centri alla spicciolata, senza clamore, perché è complicato riuscire a organizzarsi e rendere visibile la loro condizione.
Tutto questo accade per volontà politica e per burocrazia amministrativa, sotto gli occhi delle istituzioni locali che non sono in grado di contrapporsi ai diktat del ministero o di trovare valide alternative. Al massimo si rimpallano le responsabilità con il governo, mentre le persone dormono per strada e ingrossano i numeri degli insediamenti informali.
Un sistema che esclude
A livello nazionale, il quadro complessivo che emerge è drammatico. Lo racconta con dati alla mano il nuovo rapporto “Accoglienza al collasso. Centri d’Italia 2024” di ActionAid e Openpolis 1: un’indagine che descrive un sistema opaco, ingolfato e sempre più spinto verso la gestione straordinaria e centralizzata. Un sistema che non solo non accoglie, ma rende difficile – quando non impossibile – l’accesso ai diritti fondamentali.
Nonostante i numeri non giustifichino alcuna emergenza – a fine 2023, le persone migranti nei centri rappresentano appena lo 0,23% della popolazione residente – il governo continua a gestire l’accoglienza con logiche emergenziali. Il risultato? Un’esplosione delle revoche: da 30.500 nel 2022 a quasi 51.000 nel 2023. E un ampliamento dei centri straordinari, sempre più grandi, affollati e isolati dal tessuto urbano. Le strutture con oltre 300 posti sono aumentate del 360% in un solo anno, moltiplicando l’esclusione.
Intanto, il sistema SAI – la seconda accoglienza, più orientata all’inclusione – è abbandonato a se stesso. Le Prefetture segnalano almeno 3.500 migranti bloccati nei CAS, in attesa di un trasferimento che nessuno sa quando (o se) arriverà.
Per gli autori del rapporto, il punto è che questo non è un malfunzionamento tecnico: è una scelta politica.
È la decisione, reiterata da anni e rafforzata sotto l’attuale governo, di trattare i migranti non come persone, ma come corpi da gestire, confinare, spostare e rimuovere. Il risultato è evidente: a Bologna, le persone dormono in strada dopo aver ottenuto uno status che dovrebbe garantire loro un futuro; a Bari, almeno quattro sono morte nel CARA in cinque mesi. Ma le espulsioni dai centri continuano, come se niente fosse. Le Prefetture revocano l’accoglienza a chi ha ottenuto la protezione e il ministero dell’Interno, regista di questo caos, non rende noti nemmeno i dati sui nuovi centri attivati nel 2023.
Nel frattempo, sottolinea il rapporto, sono cambiate le norme, ma anche quando prevedono dei miglioramenti questi non vengono applicati.
Il decreto 133/2023 ha incluso le donne richiedenti asilo tra le persone “vulnerabili”, con l’obiettivo dichiarato di favorirne l’accesso al SAI. Ma senza fondi, senza posti disponibili e senza una regia nazionale, quella che doveva essere una tutela si è trasformata nell’ennesima beffa. ActionAid parla apertamente di una “femminilizzazione senza diritti” dell’accoglienza. Anche le donne rimangono in strada per periodi sempre più lunghi e quando entrano nel sistema restano sospese, senza assistenza reale, senza possibilità di costruirsi un futuro.
E mentre aumentano anche i minori stranieri non accompagnati nei CAS (+64% nel 2023), si moltiplicano le segnalazioni di ragazzi ospitati in strutture per adulti: almeno 740 solo nel 2023, secondo i dati raccolti da ActionAid e Openpolis.
Una strategia del respingimento silenzioso
La sensazione – sempre meno vaga – è che l’obiettivo reale non sia “gestire” l’accoglienza, ma renderla così difficile da scoraggiare chiunque. Una strategia del respingimento silenzioso, che non si affida ai muri ma all’abbandono, alla burocrazia, alla deumanizzazione. A chi importa se un titolare di protezione dorme in strada o se un minore finisce in un centro per adulti? Eccetto poche situazioni, nessuno protesta. E soprattutto nessuno paga, nemmeno di fronte a sentenze dei tribunali che obbligano le Prefetture ad accogliere i richiedenti.
Anche il racconto pubblico è stato addomesticato e silenziato. I media parlano in generale di “emergenza migranti”, ma non raccontano l’emergenza sistemica creata dallo Stato. Gli operatori sociali denunciano, ma vengono ignorati. Le manifestazioni – come quelle di Trento, Bologna, Bari – non trovano spazio sulle prime pagine, ma rimangono confinate nella cronaca locale. E intanto, ogni giorno, altre persone vengono messe alla porta, senza alternative, magari proprio per far posto a chi attende da mesi in strada di poter entrare nel sistema di accoglienza. È un circolo vizioso che esclude e stritola.
L’accoglienza in Italia non sta crollando per caso, ma perché è stata costruita per non reggere. Un sistema pensato per selezionare, espellere e silenziare. E ogni sfratto, ogni morte, ogni protesta ignorata ne è la prova.
A Bologna come a Bari, come a Trento, le persone provano a resistere. Scendono in piazza insieme alle realtà antirazziste, prendono parola e mostrano i loro documenti, raccontano le loro storie, la loro dignità. Ma non sono ascoltate. Perché l’accoglienza, oggi, non è una questione (solo) di normativa, ma di scelte politiche, di strategie e visioni. E se a livello nazionale la direzione è chiara, dovrebbero essere le istituzioni locali a mostrare concretamente la loro contrarietà a politiche razziste e discriminatorie. Questa non può essere espressa solo a parole, bensì richiede anche la costruzione di modelli alternativi che mettano davvero al centro i diritti e la dignità delle persone.
Stefano Bleggi
7(6/2025 https://www.meltingpot.org










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