Specie umana e ambiente. Intervista a Fabio Balocco
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a cura di Elio Limberti
LavoroeSalute: Leggendo il tuo ultimo libro mi è venuto da chiedermi: ma che bilancio trae l’Autore della propria vita sino a qui?
Fabio Balocco: Come denuncia il titolo, io, coscientemente e/o incoscientemente, ho arrecato danni all’ambiente né più né meno di uno che ambientalista non è. Senza contare che quando ho operato all’interno dell’associazionismo non ho/non abbiamo vinto una battaglia che è una. Quindi, da questo punto di vista, il bilancio è negativo. Di positivo c’è che – nei limiti consentitimi da questa società – ho cercato di salvaguardare la coerenza, non mi sono mai venduto per soldi o per potere: insomma, mi sembra di avere sempre avuto la schiena dritta.
LeS: Il tuo “biosaggio”, come definisci la tua autobiografia, a me pare intriso di una sorta di nostalgia per un mondo pre-umano, in cui tutta l’opera dell’uomo (tagliando con l’accetta) è a danno della Natura. Parli di “rimpianto”, di distruzione della Bellezza, della maledizione dell’hybris. Un rimpianto che ti porta a sperare nell’estinzione dell’uomo come unica garanzia per la sopravvivenza della Natura e, quindi, del mondo. Mi pare che neppure la via che pur illustri per cenni, la decrescita come indicata da Latouche, sia sufficiente per riaccendere la speranza di una convivenza tra l’Uomo e la Natura. Non c’è davvero altra soluzione, secondo te?
F.B.: Permettimi di correggerti: non è un’autobiografia. Gli spunti biografici mi servono solo per introdurre i temi sociali e ambientali che hanno caratterizzato la mia vita. Detto questo, per venire alla tua domanda, come afferma Stanley Kubrick, che io cito all’inizio del saggio, l’uomo è una creatura rapace, sostanzialmente incapace di vivere nella Natura senza depredarla. Quanto meno l’uomo cosiddetto “civilizzato”, dove il termine “civiltà” riveste impropriamente un significato positivo. Forse le uniche comunità umane che sono capaci di convivere in armonia con la Natura sono le tribù incorrotte: alcune ce ne sono ancora. Se si abbracciasse la decrescita, sicuramente vivrebbe meglio la Natura intorno a noi ma anche noi stessi. A questo proposito, ti ricordo la conclusione cui giunse nel 1972 lo studio “I limiti dello sviluppo”: “il problema non è solo stabilire se la specie umana potrà sopravvivere, ma anche, e soprattutto, se potrà farlo senza ridursi a un’esistenza indegna di essere vissuta”.
LeS: Citi più volte la Bellezza ma questa è sempre e solo in rapporto alla Natura in-sé. Mi fa pensare a Heidegger quando introduce la “physis” e fa della Bellezza l’accadere della Verità della Natura. Pare che per te non possa esistere l’idea di Bellezza se non in relazione allo stato di natura, ergo: l’Uomo non può produrre Bellezza ma solo distruzione dell’ordine naturale (coincidente con il caos primordiale?). Ho letto giusto nel tuo pensiero?
F.B.: Premesso che ciascuno di noi ha un suo concetto di bellezza, ed il mio è sicuramente diverso da quello di Renzo Piano o di Massimiliano Fuksas, però effettivamente io la bellezza la ritrovo solo ed esclusivamente nella Natura, e non già nelle opere dell’uomo. A tal proposito, invito sempre a leggere “Il mondo senza di noi” di Alan Weisman, dove l’autore descrive l’incredibile capacità della Natura di riprendersi dalle ferite che l’uomo le arreca.
LeS: Ho riletto più volte l’art. 9 della Costituzione italiana e non riesco cogliere una contraddizione tra il testo costituzionale e l’idea di Bellezza, come tu la intendi. Puoi aiutarmi?
F.B.: L’art. 9 della Costituzione, prima che venisse emendato introducendo il concetto di ambiente, prevedeva la tutela del paesaggio, inteso anche come opere dell’uomo bene inserite in un contesto, e questo era apprezzabile, anche se poi la tutela non era oggettiva ma demandata alle singole Soprintendenze. Oggi quel concetto è stato sacrificato sull’altare dell’ambiente: “(La Repubblica) Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.” Non sono infatti il solo a ritenere che l’integrazione sia stata voluta per favorire la green economy, dimodoché ad esempio un intatto crinale appenninico potrà essere sacrificato per realizzare un parco eolico, che ridurrà le emissioni di CO2.
LeS: Il rifiuto della Politica tradizionalmente intesa sembra derivare dalla tua disillusione per la Sinistra, vedi il Partito del Cemento Italiano (PCI), eppure il programma di Serge Latouche che tu indichi come unica possibile soluzione, sulla Decrescita è pienamente politico. Se una formazione politica adottasse e fosse coerente con il programma di Latouche, meriterebbe la tua fiducia?
F.B.: Io sono stato cresciuto in una famiglia di sinistra, mio padre fu partigiano. Sono stato cresciuto con quei valori, ed ho anche operato in una emittente di estrema sinistra, salvo poi accorgermi che la sinistra e i sindacati tutelavano il lavoro purchessia e il miglioramento purchessia delle condizioni economiche dei lavoratori. Allora ne presi le distanze. Oggi collaboro con il Movimento per la Decrescita e questo significa che se, ipoteticamente, esistesse un partito della decrescita, io varcherei la soglia di un seggio elettorale. Ma è una pia illusione: tu te lo immagini un partito che demonizza il PIL? Che dice alla gente che occorre rinunciare e non arricchirsi ulteriormente? Che predica l’essere e non l’avere? Oggi votare significa essere complici dell’ecocidio. Per questo non mi occupo di politica partitica. Mentre annetto molta importanza a ciò che ciascuno di noi può fare per pesare il meno possibile sulla Terra.
LeS: Cito testualmente: “nel nostro mondo non esistono beni, solo merci, cose che hanno un costo. Il bene invece non ha un costo, ha un valore”. Tanto il giovane Marx dei Grundisse che il Marx maturo del Capitale si rispecchiano pienamente in questa analisi, tanto da farne una delle basi della sua costruzione analitica complessiva. Eppure, non credo che l’etichetta di marxista ti possa fare sentire a tuo agio. E corretto?
F.B.: Qui io denuncio la mia ignoranza. Non ho mai letto le opere di Marx, anche se ho letto che diversi studiosi oggi interpretano Marx in modo da coniugare lavoro e Natura. Se fosse così, allora mi potrei anche definire marxista. Quello che denuncio con forza sono le ferite che governi come quello dell’allora URSS o della Cina di Mao hanno inferto all’ambiente, rifacendosi, a detta loro, all’ideologia marxista. Basti pensare ai potenziali bellici, oppure al prosciugamento del Lago di Aral o alla realizzazione della Diga delle Tre Gole.
LeS: Bianco, benestante, ambientalista e ligure a me viene da aggiungere dopo la lettura del tuo libro. Vuoi descrivere più precisamente cosa intendi per “ligure” per chi non avesse ancora letto il tuo biosaggio?
F.B.: Io mi ritengo Ligure rifacendomi ai Liguri dell’epoca dei Romani, “i Liguri dai lunghi capelli”, orgogliosi e combattivi, oltre che di origine misteriosa. Non ho invece nulla in comune con i Liguri di oggi che hanno svenduto la loro terra, dimodoché le albicocche di Valleggia, i chinotti di Savona, gli asparagi e i carciofi di Albenga sono diventati presidi Slow Food, assediati da cemento e asfalto.
LeS: Ti ringrazio per la pazienza, c’è qualcosa che vorresti dire a chi si accinge a leggerti?
F.B.: Vorrei aggiungere questo. Noi abbiamo una visione estremamente limitata della storia, anche umana. In fondo la specie umana si è già estinta più volte in passato eppure la sua esistenza sulla Terra non era assolutamente impattante come oggi, in cui si parla addirittura di Antropocene. Ragionare su questo forse ci può aiutare a comprendere e accettare che l’estinzione dell’homo sapiens rientra assolutamente nell’ordine naturale delle cose.
LeS: Grazie ancora Fabio. Alla tua prossima opera.

Bianco, benestante, ambientalista
Recensione di Elio Limberti
Quanto può essere difficile la vita per un ambientalista, soprattutto se radicale? L’idea dell’ambientalismo à la page in questo libro agile ma, allo stesso tempo ponderoso, viene stracciata e gettata nel cestino delle cose inutili. Ambientalismo come coerenza quotidiana poiché è proprio il quotidiano che disvela le contraddizioni del rapporto uomo/natura. Si nasce ambientalisti? Al termine della lettura del libro di Balocco si direbbe di sì. Anche se probabilmente viene lasciata aperta la possibilità di conversioni in corso di vita.
Eccellente la scelta del titolo “Bianco, benestante, ambientalista” perché mette subito in evidenza la prima delle contraddizioni: l’ambientalismo è un lusso della borghesia bianca? L’intelligenza e la sensibilità dell’Autore impediscono una risposta scontata, lasciando aperta la questione e dimostrando, proprio sul piano dell’impegno quotidiano, la futilità della domanda provocatoria. Sicuramente, nascere benestanti è una condizione di privilegio per poter scoprire la propria sensibilità verso l’ambiente, fino a svelare la radicalità dell’idea di Natura.
La questione ambientale e la questione della classe finiscono per incrociarsi, nella dimensione umana dello scrittore, sul piano politico. La militanza nella sinistra extraparlamentare degli anni ’70 del ‘900 fa esplodere la contraddizione di una sinistra che non sa approcciarsi alla difesa dell’ambiente poiché non sa risolvere il nodo lavoro/ambiente. Laddove il dogmatismo ignora il bisogno della convivenza con l’ambiente (nel senso di Natura) per privilegiare a priori il lavoro, la radicalità dell’ambientalismo finisce per negare il bisogno di lavoro a favore di una natura quasi mitologica. Solo Latouche pare trovare una nuova dialettica che affronta la contraddizione lavoro/ambiente in modo nuovo: inevitabile la scelta per la Decrescita, programma sociopolitico che pare offrire finalmente una soluzione.
Su tutto il testo aleggia il pessimismo, sino ad invocare la scomparsa del genere umano a vantaggio della Natura che, così, potrà imperare incontrastata in una nemesi assoluta.
L’onestà della scelta di stare esclusivamente sul piano soggettivo permette una chiarezza di esposizione che, nonostante la scelta dell’ambito narrativo, lascia che i concetti fondamentali dell’ecologismo disegnino tutta la loro potenzialità.
Lo scorrere della scrittura apparentemente semplice permette al piacere della lettura di aprirsi alle idee e alle scoperte della vita di Fabio Balocco, in un continuo istintivo raffronto tra la sua esperienza intellettuale e quella del lettore.
Bella la prefazione del buon Pagliasotti che chiarisce subito il piano su cui l’opera si pone: la dimensione umana, l’esperienzialità su cui convergono l’analisi intima, la socialità, il politico, l’idealità.
Libro indispensabile per chi non si consideri ambientalista e voglia conoscere come e perché si possa scegliere quella militanza, quella vita. Utile e piacevole per tutti gli altri.
Fabio Balocco
Bianco, benestante, ambientalista
LAReditore 2025 – Pagg.227 € 15,00
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