Sud Italia. Se il lavoro non esiste
Nelle regioni del Sud Italia le donne continuano a essere penalizzate da un mercato del lavoro troppo fragile e dalla scarsità di servizi. Servono politiche pubbliche in grado di affrontare in modo strutturale le disuguaglianze territoriali. Una priorità non solo per il Sud, ma per la crescita dell’intero paese
L’Italia occupa stabilmente gli ultimi posti in Europa sia per il tasso di occupazione femminile sia per la natalità. Un doppio primato negativo che racconta molto del nostro modello sociale ed economico, ancora inadeguato per favorire la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per sostenere, al tempo stesso, la scelta di diventare madri. Ma a ben guardare, i dati nazionali nascondono un elemento ancora più critico e strutturale: il profondo divario territoriale tra Nord e Sud del paese.
Secondo i dati Istat 2024, nel Centro-Nord la partecipazione femminile al mercato del lavoro è relativamente alta, e si avvicina alla media europea. Nel Mezzogiorno, invece, meno di una donna su due partecipa al mercato del lavoro, ovvero lavora o cerca un impiego. In alcune zone, il tasso di attività femminile è addirittura inferiore al 40%. Due Italie che si muovono a velocità diverse, dove le differenze non sono solo economiche, ma riguardano anche l’accesso ai servizi, la qualità dell’occupazione e il peso delle norme sociali.
In un contesto di declino della natalità e diffuse preoccupazioni sul futuro demografico del nostro paese, queste considerazioni assumono un carattere ancora più rilevante. Per lungo tempo si è infatti creduto che un aumento del lavoro femminile comportasse un inevitabile calo delle nascite. Dagli anni 2000 in poi, invece, le esperienze internazionali hanno dimostrato l’opposto: nei paesi dove le donne lavorano di più, come Francia, Svezia o Danimarca, la natalità è più alta.
Questo non accade perché le madri nei paesi a più alta natalità abbiano meno responsabilità o impegni, ma piuttosto per un duplice fattore: da un lato, il costo crescente di avere figli rende indispensabile disporre di redditi familiari più alti, il che spinge entrambi i genitori a lavorare. Dall’altro, in questi contesti le madri possono contare su un sistema di servizi pubblici efficiente e su politiche familiari solide che rendono concretamente possibile conciliare lavoro e vita privata.
In Italia, invece, la situazione è più articolata: sebbene il calo della natalità sia un fenomeno diffuso su tutto il territorio, nelle regioni del Sud i tassi di fecondità restano ancora superiori rispetto ad alcune aree del Nord. Tuttavia, per evitare che anche queste aree seguano una traiettoria di declino più accentuato, le esperienze internazionali indicano chiaramente che è essenziale rafforzare l’occupazione femminile e investire nella conciliazione tra vita familiare e lavoro.
Tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro

Tasso di fecondità – numero di figli per donna

Nel Mezzogiorno, infatti, la scarsità di servizi di cura, le difficoltà economiche e la rigidità del mercato del lavoro rendono ancora più complicato, soprattutto per le donne, mantenere un’occupazione stabile o rientrare dopo una maternità. Non si tratta solo di una questione culturale. In molti contesti del Sud il lavoro semplicemente non c’è, e sono spesso proprio le donne a rinunciarvi per prime. Le famiglie si adattano, facendo affidamento su un solo reddito e sul lavoro domestico non retribuito, che continua a ricadere quasi interamente sulle spalle delle donne.
Eppure, qualcosa si muove. Negli ultimi anni, l’aumento dell’istruzione femminile e la crescente necessità di un secondo reddito, spinta anche dalla perdita di potere d’acquisto, hanno portato molte donne a cercare lavoro. Tuttavia, in molte regioni del Sud, la domanda di lavoro non è stata in grado di rispondere a questa offerta, con il risultato di un aumento importante del tasso di disoccupazione femminile.
Anche il ruolo delle politiche pubbliche è stato ambivalente. Per decenni, il settore pubblico ha rappresentato per molte donne meridionali l’unica occasione di un impiego stabile. Ma i tagli alla spesa, soprattutto in sanità e istruzione, settori ad alta intensità femminile, hanno ridotto drasticamente le possibilità di accesso al lavoro e al tempo stesso indebolito la rete di servizi per le famiglie. È un doppio colpo che ha finito per interessare proprio le donne: meno posti di lavoro e meno strumenti per conciliare quelli che restano con la vita privata.
Fino ai primi anni Duemila, la spesa sociale pro capite nel Mezzogiorno era persino superiore a quella del Nord, anche per compensare la minore presenza di alternative nel settore privato. Negli ultimi vent’anni, però, questo margine si è progressivamente ridotto. Oggi nelle regioni meridionali si spende meno in servizi pubblici e si riceve meno in termini di assistenza e infrastrutture. In un contesto caratterizzato da un tessuto produttivo più debole, redditi medi più bassi e minori opportunità occupazionali, questa carenza assume un peso ancora più rilevante.
Un dato su tutti racconta bene il problema: la copertura dei servizi per la prima infanzia. In Emilia-Romagna, più del 30% dei bambini e delle bambine sotto i tre anni ha accesso a un nido. In molte aree del Sud, questa percentuale si ferma al 16%, con divari enormi tra centri urbani e aree interne.
Dove i servizi esistono, non solo aumentano le possibilità di lavorare, ma si crea anche nuova occupazione femminile nei servizi stessi. Dove mancano, in presenza di lavoro le famiglie si affidano alla rete informale di parenti, spesso le nonne e i nonni. Quando anche le opportunità occupazionali sono scarse, le madri restano semplicemente a casa. Questo assetto non è sostenibile nel lungo periodo e non può sostituire un sistema di welfare moderno, equo e accessibile.
A tutto ciò si aggiunge un ulteriore ostacolo: nel Mezzogiorno, la struttura del mercato del lavoro tende a offrire impieghi meno qualificati, più instabili e peggio retribuiti, concentrati in settori dove la segregazione di genere è ancora molto forte.
Promuovere l’occupazione femminile diventa, dunque, una priorità strategica su più livelli. Numerosi studi hanno evidenziato come la spesa pubblica possa avere un effetto diretto sulla creazione di posti di lavoro. Tuttavia, in un contesto come quello italiano, segnato da un mercato del lavoro fortemente segmentato, non basta investire in modo generico: servono interventi mirati nei servizi sociali, in particolare in quelli che rispondono direttamente ai bisogni delle famiglie e che possono produrre occupazione femminile di qualità: nidi, scuole dell’infanzia, sanità di prossimità, assistenza alle persone anziane e fragili. Sono questi i settori in cui le donne lavorano di più, e che più di altri permettono di liberare tempo e risorse all’interno delle famiglie.
Se orientate correttamente, le politiche pubbliche possono rompere il circolo vizioso che caratterizza oggi il Mezzogiorno: poca occupazione femminile significa meno domanda di servizi, e meno servizi significa ancora meno possibilità di lavorare. Per invertire questa tendenza servono interventi strutturali e coordinati, in grado di affrontare alla radice le disuguaglianze territoriali.
Garantire alle donne del Sud la possibilità concreta di lavorare non è solo una questione di giustizia, ma una necessità per la crescita dell’intero paese. Senza un Sud dove anche le donne possano contribuire pienamente allo sviluppo economico e sociale, l’Italia continuerà a viaggiare a due velocità. Colmare questo divario è, oggi più che mai, la vera sfida nazionale.
Riferimenti
Dati Istat sull’occupazione in Italia, 2024
Save The Children, Equilibriste, 2024
Anna Vergnano
8/7/2025 https://www.ingenere.it/










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