Teoria della fragilità
Libro di Roberto Gramiccia
Diarkos 2025
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Mi prende subito la bramosia di affrontare la lettura di questo libro di quasi quattrocento pagine, una lettura lunga e impegnativa che non mi scoraggia appena leggo la dedica: a Manè Garrincha, l’uccellino
Per chi non lo sapesse o fosse completamente estraneo al mondo del calcio, Manè Garrincha, calciatore straordinario della nazionale brasiliana, nato con la poliomelite, una colonna vertebrale non allineata, ginocchia storte e una gamba più corta di sei centimetri rispetto all’altra. Sia i neurologi che gli ortopedici avevano detto alla madre che il figlio non avrebbe mai camminato.
In gioventù fu deriso per il suo aspetto da clown ma sui campi di calcio saliva in cattedra ridicolizzando i suoi avversari con funamboliche finte e giocate geniali.
Nato in povertà e, nonostante in carriera abbia ottenuto successi e ricchezza ai più alti livelli, morì povero come era nato. Fece un grande abuso di alcol perché era un carattere fragile e il bullismo che subì da bambino per il suo aspetto fisico incisero enormemente.
E allora partiamo da qui, perché lo sport diventa letteratura, la realtà cala nella leggenda, la storia si arricchisce di bellezza e di fascino.
Cosa centra Manè Garrincha? Perché la fragilità viene da fattori esterni che condizionano l’individuo, a volte soltanto con le parole, le offese, le mortificazioni verso il più debole e intensificano questo stato di cose.
Così, come sostiene nella prefazione al libro Vladimiro Giacchè, riportando una citazione di Bertold Brecht del 1920: la nostra biancheria ci appartiene, e di quando in quando le laviamo. Le nostre parole non ci appartengono, e non le laviamo mai. Un’affermazione del 1920, quando Brecht aveva soltanto ventidue anni ed è importante per denunciare la banalizzazione del linguaggio che osserviamo nel mondo contemporaneo.
Il linguaggio, se usato in modo improprio, è un’arma di distruzione di massa, di distruzione dei neuroni. È vero, dunque, riprendendo il commento di Giacchè un mondo dove le parole vengono per così dire levigate e arrotondate nel discorso guidato dai media, e quindi sbiadiscono, perdono gli spigoli, esauriscono il loro potenziale espressivo: assumo significati convenzionali, si impoveriscono e diventano semplici tasselli all’interno di frasi fatte che trasmettono cliché e banalità.
Oggi è più che mai necessario lavare, meglio “purificare” il linguaggio e stare dentro un processo di evoluzione.
Partiamo da questo punto per entrare dentro a “Teoria della fragilità” di Roberto Gramiccia, scrittore, medico, critico d’arte, autore di “La medicina è malata”, La regola del disordine”, “Fragili eroi”, che ha diviso la sua vita tra responsabilità e incarichi apicali di tipo sanitario e un’attività giornalistica. È stato più di dieci anni direttore sanitario di una Struttura complessa maturando una completa esperienza nell’ambito delle problematiche relative allo studio, alla cura e all’assistenza nell’universo della fragilità.
Dentro questo libro l’autore ci invita a ripensare alla parola “fragilità” e al suo significato. Fragilità non più sinonimo di debolezza ma impulso, forza per rovesciare uno stato individuale e sociale.
Nessuno può allontanarsi dalla fragilità, nemmeno i potenti. Questa è la condizione per cui siamo tutti uguali, chi più chi meno è fragile davanti alla vita ed esprime la propria fragilità in modo differente.
Il libro offre una sequenza di ventisette fragili eroi che mostrano le condizioni più estreme di bisogno e di prostrazione che possono fiorire nelle ragioni della rivolta e della rinascita. Ecco allora il riferimento a Manè Garrincha, perché non sarebbe diventato l’ala destra più forte di tutti i tempi, con la sua invalidità che sembrava averne condizionato la vita, dimostrando che da una limitazione possono scaturire fattori straordinari che aiutano a superarla.
La fragilità è il segno di una debolezza individuale sicuramente e Gramiccia ne fa una distinzione allargando il campo d’azione dove occorre riconoscere anche una fragilità sociale e una esistenziale e quest’ultima, fa presente l’autore, deriva dal combinarsi tra esistenziale e sociale perché l’individuo è inerte davanti alla propria condizione. È una forma di rassegnazione nell’incapacità di superare la propria situazione di disagio e di sofferenza.
Fragilità: apparentemente la più innocente delle parole. Leggera, impalpabile, friabile all’apparenza quasi insignificante: adatta soprattutto a descrivere cuccioli, canarini, neonati oppure oggetti delicati, preferibilmente piccoli e graziosi, a rischio di frantumarsi o rovinarsi al minimo urto. Sì, certo, c’è anche la leggenda tramandata del “gigante dai piedi di argilla” e della “tigre di carta” che, ironicamente, alludono a volumi e a energie più consistenti e temibili, ma è l’eccezione: di sicuro no la regola.
La fragilità è una caratteristica prevalentemente (erroneamente) declinata al femminile. Il sesso debole, si dice, è fragile per definizione. A ben guardare, però, a parità di patologia, una neonata ha più probabilità di sopravvivere di un neonato e la speranza di vita di una donna anziana è significativamente maggiore di un uomo della stessa età. Senza parlare della resistenza al dolore e della performatività sessuale, entrambi decisamente superiori nelle femmine rispetto ai maschi.
A volte la fragilità non è qualcosa di negativo. Essere fragili può anche significare che manca qualcosa. E se la fragilità fosse un valore aggiunto? Un punto di forza?
Il libro si apre anche dentro questa visione per far capire che esiste anche una positività in tutto questo.
Gramiccia ci offre anche una visione del tema a 360 gradi, anche dal punto di vista storico. Interessante il capitolo dedicato al fascismo, dove il concetto di fragilità ha un riscontro sociale rilevante con l’immagine dell’uomo forte che non può farsi trovare debole o mancante di responsabilità verso la famiglia, dove la donna è vista come l’angelo del focolare.
È una narrazione che intreccia storia, politica, filosofia, medicina, arte, esplorando in varie forme l’umana vulnerabilità attraverso la storia di grandi donne e grandi uomini che hanno fatto della loro fragilità un’opportunità per aprire uno spazio in cui pensare e vivere.
Giorgo Bona
Scrittore. Collaboratore redazione di Lavoro e Salute
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