Toglie i fiori dalla lapide di Mussolini e finisce a processo: l’antifascismo sul banco degli imputati
Cecco Bellosi rischia la condanna per aver rimosso omaggi alla teca del Duce. In Italia si tutelano i “beni” del culto fascista mentre si processa chi difende la memoria della Liberazione.
C’è qualcosa di profondamente rovesciato in questa storia. Il 28 aprile 1945 segna la fine del regime fascista: a Giulino di Mezzegra e a Dongo vengono fucilati Benito Mussolini, Clara Petacci e sedici gerarchi, per mano dei partigiani della 52ª Brigata Garibaldi, in esecuzione della sentenza del Clnai. È l’atto che chiude il Ventennio e apre la strada alla Liberazione. Settantotto anni dopo, il 28 aprile 2023, Cecco Bellosi – 78 anni, antifascista di lungo corso, oggi direttore della cooperativa sociale Il Gabbiano – si ferma davanti a Villa Belmonte dopo un incontro sul colonialismo italiano in Africa. Sa che in paese si aggirano neofascisti per le consuete commemorazioni nostalgiche. Davanti alla teca con le fotografie di Mussolini e Petacci e alla lastra a croce nera con il nome del Duce, Bellosi compie un gesto semplice: rimuove i fiori e un vasetto. Con le mani. Senza danneggiare nulla.
Tre anni dopo, il 27 febbraio 2026, quel gesto lo porta davanti al Tribunale di Como con l’accusa di danneggiamento di «beni esposti per necessità alla pubblica fede». I “beni” sarebbero la teca e la targa collocate davanti alla villa nel punto esatto dell’esecuzione. Pochi giorni dopo i fatti, i carabinieri perquisiscono la sua abitazione su mandato della Procura: non trovano nulla, se non il telefono di lavoro e un quaderno con appunti per il suo libro, Sotto l’ombra di un bel fiore. Il sogno infranto della Resistenza (2025). Eppure l’imputazione resta. Bellosi rischia da due a quattro mesi di reclusione, convertibili in 500 euro di multa. Una sanzione che lui definisce «indecente e offensiva», dichiarando che, se condannato, preferirebbe scontare la pena in carcere. «Non mi sento imputato ma accusatore di un’anomalia», dice. «Il vero danno è quella targa, che ripete un’apologia di fascismo».
Il paradosso è tutto qui: in Germania, sopra il bunker dove Hitler si suicidò il 30 aprile 1945, c’è un parcheggio residenziale e un pannello informativo essenziale, per evitare pellegrinaggi nostalgici. In Italia, invece, si definiscono “beni esposti alla pubblica fede” oggetti che ogni 28 aprile diventano altare di commemorazioni neofasciste. Non solo non si rimuove ciò che alimenta il culto del dittatore; si processa chi contesta quel culto. È un mondo capovolto.
A sporgere denuncia è l’associazione culturale Mario Nicollini, guidata da Primo Turchetti, che ogni anno presenzia alle ricorrenze con ambienti neofascisti. Nicollini, ex combattente della Repubblica sociale italiana, è stato a lungo figura di riferimento dei reduci della Rsi. È in questo contesto che un gesto simbolico di antifascismo militante diventa materia penale. E non è un dettaglio che l’iniziativa giudiziaria maturi in un clima politico in cui la retorica della “sicurezza” si intreccia con una tolleranza diffusa verso le manifestazioni nostalgiche del Ventennio.
Bellosi non è un personaggio semplice: negli anni Settanta fu militante di Potere operaio e poi delle Brigate Rosse, scontando dodici anni di carcere. Da decenni lavora nel sociale, nel recupero dalle dipendenze, anche con i detenuti. Non chiede sconti sulla sua biografia. Ma oggi rivendica un principio: l’antifascismo non può essere criminalizzato. «Se mi arrestassero, continuerei a portare avanti il mio lavoro con i detenuti dall’interno», dice. È una posizione che non cerca indulgenza, ma coerenza.
Intanto, davanti al tribunale di Como, Anpi e Arci, Rifondazione Comunista è collettivi antifascisti hanno fatto un presidio: «L’antifascismo non si processa». La frase non è uno slogan rituale. È la fotografia di un cortocircuito: mentre in Italia le commemorazioni del Duce trovano spazio e protezione, un gesto di rimozione simbolica viene trattato come offesa alla “pubblica fede”. Quale fede? Quella della Repubblica nata dalla Resistenza o quella di chi ogni anno depone fiori al dittatore?
La questione non è un vaso spostato o una manciata di fiori tolti. È la direzione in cui si muove il senso comune istituzionale. Se si tutela il simulacro del culto fascista e si mette sotto processo l’antifascismo, il segnale è chiaro: si sta riscrivendo la gerarchia dei valori. E in quella gerarchia la Liberazione rischia di diventare un dettaglio, mentre il Ventennio torna a essere oggetto di indulgenza, se non di nostalgia organizzata.
Il 28 aprile è la data che sancì la fine del regime. Oggi, paradossalmente, diventa la data in cui si processa chi quella fine la rivendica come fondamento della democrazia. È questo il nodo. Non si tratta di fiori. Si tratta di memoria pubblica, di responsabilità storica, di confine tra ciò che uno Stato democratico può tollerare e ciò che deve respingere.
Se l’esito di questo processo dirà che togliere un omaggio al dittatore è un reato, allora non sarà solo la posizione di Bellosi a essere in discussione. Sarà il senso stesso della Repubblica. E la domanda, a quel punto, non riguarderà più un uomo davanti a un giudice, ma un Paese davanti alla propria storia.










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