Tra quanto il governo dirà: pistola Taser nei pronto soccorso?

pistola laser

Il tema della sicurezza psicofisica degli operatori sanitari durante il loro lavoro di cura e assistenza è da non sottovalutare, ma va affrontato come una delle tante problematiche che affliggono il nostro quotidiano lavorativo. Una delle tante, ma senza vivere questo problema come il più importante, a scapito delle coercitive condizioni di lavoro imposte da politiche di tagli al personale che ci costringono a carichi di lavoro produttori di stress e disaffezione alla professione; di repressione della nostra libertà di parola e della stessa agibilità sindacale, pienamente riconosciuta sulla carta, ma ostacolata nei fatti anche sulla sicurezza del lavoro, a partire dalle malattie professionali. Il problema è reale ma non nella dimensione scandalistica fomentata da televisioni e giornali.

Preoccupa la posizione in merito del sindacato medici Anaao-Assomed : “Non basterà la militarizzazione delle corsie, se non vengono incrementate le risorse del Fondo sanitario nazionale”. Una contraddizione in termini? Ci sembra un vero e proprio stato di confusione se non si riconosce che dovremmo avere tutti, infermieri, medici e OSS, la lungimiranza di leggere la rabbia verbale degli utenti sempre più impoveriti di diritti elementari come l’esigenza di una efficace risposta, nei tempi e nel merito, ai bisogni di ascolto, anche quelli emotivi.

E basta, anche se importante, “…. una forte campagna di comunicazione che porti i cittadini a riconoscere ai professionisti della sanità il ruolo civile e sociale che svolgono”, come afferma il Segretario Nazionale Anaao Carlo Palermo? Intervenire sul versante della deterrenza giuridica inficierà anche l’eventuale incremento delle risorse, che non ci sarà a leggere le intenzioni del governo con le briciole di finanziamento del Fondo Sanità.

E’ paradossale aggredire coloro cui si chiede soccorso? Domanda ingenua se dimentichiamo cosa hanno significato per i cittadini e gli operatori dieci anni di de-finanziamento del SSN, quasi 40 miliardi tradotti in tagli lineari alle risorse professionali, strutturali, logistiche nelle singole Aziende sanitarie. I pensionamenti senza turn over hanno prodotto la perdita di almeno 50.000 unità di personale dal 2009 al 2017, di cui circa 9000 medici, più di 70.000 posti letto sono stati tagliati dal 2000 ad oggi, le limitazioni degli acquisti di beni (farmaci, protesi, device) hanno pesantemente degradato l’organizzazione delle strutture e reso difficile l’erogazione dei servizi sanitari.

Quindi, come non considerare che il numero maggiore delle proteste aggressive si verifica nelle strutture dove la risposta ai bisogni di cura è inadeguata e ancora peggio impedita dalla chiusura di ospedali o dal loro accorpamento, da strutture fatiscenti con poco personale e infinite liste di attesa?

Non dobbiamo cadere nella trappola della guerra tra gli ultimi, tali siamo anche noi operatori sanitari, ricordandoci che questa guerra rientra nei piani di chi da decenni debilita il S.S.N. lasciandoci lavorare in prima linea senza gratificazioni professionali, stipendiali e anche di collaborazione dirigenziale. Gli atti deprecabili hanno mandanti verso i quali dovremmo indirizzare la rabbia. Prima che la pistola Taser venga utilizzata nei pronto soccorso.

Redazione

Nota pubblicata sul numero di settembre www.lavoroesalute.org

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Da sempre indaghiamo il conflitto operatori e malati. In merito riproponiamo le considerazioni di un infermiere in merito alla percezione relazionale con i cittadini malati. Ci pare utile per considerare in un ottica non prevenuta lo stato d’animo di chi ha bisogno della nostra professionalità.

Il paziente è il tuo peggior nemico? Mi ricordo ancora oggi i primi giorni del mio tirocinio professionale. Tante domande, novità nuovi posti, luci e colori, odori, emozioni e tanto…tanto da imparare. Il confronto con un mondo nuovo tutto particolare, l’Ospedale, un mondo dentro un mondo che ti può o non piacere. Non c’è niente da fare… il mio fù amore a prima vista! Tanti sono i ricordi accumulatida allora. Questo che sto per raccontarvi è un episodio che mi ha portato a profonde riflessioni.

Una mattina mi imbatto in una discussione in cui erano presenti alcuni infermieri, chirurghi e altri specialisti che parlavano di alcune procedure e discutevano di un caso particolare. Io in silenzio ascoltavo poi ad un certo punto uno si gira verso di me e mi dice : “ricordati bene il paziente è il tuo peggior nemico”.

Rimango in silenzio, finisco la mattina di tirocinio, e quella frase rimane impressa dentro la mia mente. Rimane per lungo tempo senza una risposta e una elaborazione.

Proprio in questi giorni mi è tornata alla mente quella piccola frase, buttata lì senza motivo apparente da un professionista che da molti più anni di me lavorava a contatto con le persone e quel mondo così bello e terribile. Ora attende una spiegazione o almeno un po’ di attenzione.

Mi sono chiesto: che significato ha quella frase? da cosa scaturiva? cosa c’era dietro il vissuto di quella persona? Poteva essere il malato il mio peggior nemico? oppure era il mio miglior alleato? Come posso lavorare e passare gran parte della mia vita a contatto con dei pazienti che possono essere dei miei nemici? Anch’io con gli anni ho elaborato i diversi modi comunicativi e le relazioni che possono esserci tra il mondo sanitario e quello dei malati. Mai avevo pensato al malato come un “nemico”.

Provo a fare una serie di riflessioni sperando di leggere anche le vostre nei giorni a seguire. Alcune chiavi di lettura possono essere date alla luce di processi psicologici.

Si legge che tra le fasi di un probabile burnout vi è quella della” frustrazione” dove il soggetto avverte sentimenti di inutilità, inadeguatezza e insoddisfazione uniti alla percezione di essere sfruttato, oberato di lavoro e poco apprezzato.

Spesso tende a mettere in atto comportamenti di fuga dall’ambiente lavorativo, ed eventualmente atteggiamenti aggressivi verso gli altri o verso se stesso. Se ritengo il paziente un mio nemico sto attento e cerco di difendermi da eventuali attacchi nei mie confronti. In realtà non sono molto pratico nella cosiddetta”arte della guerra” ma ho sentito di nemici che si alleano perchè hanno come scopo finale la condivisione di un obiettivo da raggiungere.

Potrebbe essere questa una delle possibili risposte alla domanda? Forse si. Delle volte mettiamo in atto strategie difensive ovvero dei meccanismi di difesa. Strumenti che tendono a difenderci da aspetti “traumatici, conflittuali” interni (fantasie, emozioni, etc) e/o esterni (persone, oggetti, situazioni, etc). Il più delle volte ciò avviene in maniera involontaria senza nemmeno che ce ne accorgiamo, per cercare di sopravvivere e non farsi troppo male.

Quindi possiamo vedere operatori che attuano degli evitamenti (magari non totali, ma cercano di limitare il contatto con i pazienti, dando solo risposte secche o staccate) oppure si può identificare il malato, concentrarsi sulla causa della sua malattia evitando coinvolgimenti personali.

Forse non tutti avranno esplicitato chiaramente questo pensiero, ma sono sicuro che internamente molti operatori sanitari, dirigenti etecnici di ogni ramo e grado almeno ogni tanto hanno avuto la sensazione di essere in un campo di battaglia, dove la sopravvivenza non era garantita. Sembrano forse solo pensieri astratti ma in realtà il vissuto di ognuno di noi si ripercuote in maniera più o meno diretta sul nostro operato e quindi sugli assistiti.

Spesso ci portiamo dietro alcune problematiche irrisolte che possono influenzare anche la nostra vita personale e familiare Come già detto, molte delle nostre ore le passiamo al lavoro e con i malati. La domanda a questo punto è: meglio avere dei nemici oppure degli amici da gestire? Un altro aspetto che meriterebbe la nostra attenzione è l’alleanza con i parenti e/o caregiver, spesso vissuti come un peso da evitare. Non bisogna trascurare che la loro presenza può diventare una preziosa risorsa e una fonte di aiuto nella gestione del paziente.

In Toscana la maggior parte degli ospedali (in particolare le rianimazioni e sub intensive) sono a “porte aperte”. Ovviamente serve una regolamentazione del flusso dei parenti per garantire la privacy e il buon svolgimento dell’attività assistenziale. Non è facile e sarebbe illusorio dare una risposta esaustiva ad una domanda tanto difficile. Sicuramente in alcuni ospedali e/o cliniche vengono fatti mensilmente delle riunioni con alcuni psicologi o infermieri esperti in dinamiche lavorative fonte di stress.

Considerando le poche, risorse disponibili noi possiamo almeno fermarci un attimo e chiederci a che punto siamo con noi stessi e con i nostri malati. Come li consideriamo? Abbiamo dei margini di buona relazione con loro?

Quali strategie mettiamo in atto per una sopravvivenza ottimale? Al di là degli anni di servizio, degli studi fatti, della personale disponibilità, queste riflessioni potrebbero essere un buon punto di partenza per vincere la battaglia del benessere proprio e dei malati da noi gestiti.

 

Marco Alaimo

Pubblicato su LavoroeSalute del 9/2013

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