Trianni Velleitarismo demagogico, obsolescenza tecnica, privatizzazione del SSN nel disegno di legge delega per la Sanità del Governo Meloni

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di Gianluigi Trianni

Medico di Sanità Pubblica in pensione. Già Direttore Sanitario (Careggi Firenze) e Direttore Generale (ASL 1 Lecce).

Lo scorso 12 gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato, un disegno di legge delega per la riorganizzazione e il potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera e per la revisione del modello organizzativo ex 502/92. 

Una preliminare (allarmante) considerazione di metodo

Approvando tale disegno di legge il Parlamento delegherà il governo stesso a “adottare, entro il 31.12.26, – sulla base di “principi e criteri direttivi esplicitati nel suo art.2 – uno o più decreti legislativi per l’integrazione e la revisione del modello organizzativo di cui al d.lgs. 502/92” (come modificato coi d.lgs. 517/93 e 229/99).

Tali decreti, ciascuno dei quali riguarda non “bazzecole” ma temi di assoluta complessità ed enorme impatto sulle strutture del SSN e sugli interessi sociali ed economici di vastissimi strati di popolazione e di professionisti, è previsto (art. 1, comma 2) siano mandati dal governo alle commissioni parlamentari competenti che dovranno esprimere il loro parere in (soli) 30 giorni.

Qualora tali pareri siano critici ed il governo non intenda ad essi conformarsi, lo stesso può inviare le sue osservazioni, nel qual caso è previsto, testualmente, che:

“Le Commissioni competenti per materia e per i profili finanziari possono esprimersi sulle osservazioni del Governo entro il termine di quindici giorni dalla trasmissione, decorso il quale il decreto legislativo può essere comunque adottato.”

In sostanza il Parlamento non potrà che dare pareri non vincolanti sui temi di politica sanitaria, risultando quindi delegittimato in quanto organo legislativo (decisionale) dello Stato, delegando il suo ruolo al governo, che, pur essendo mero organo esecutivo, potrà esercitare anche un potere legislativo / decisionale su materie della predetta complessità e rilevanza sociale, “senza lacci e lacciuoli” parlamentari.

È prova ulteriore, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di quale sia in Parlamento il margine concreto di incidenza possibile sulla legislazione sanitaria e sull’indispensabile potenziamento del SSN. per le opposizioni, nonché quello di eventuali leggi di iniziativa popolare, e, paradossalmente, della stessa maggioranza assoluta, inibita nel suo ruolo normativo, anche senza ricorso al voto di fiducia dal governo

Lo schema è già stato adottato in passato per lo stesso d.lgs. 502/92 attuativo della legge delega 421/92, ed è oggi perfezionato per l’Autonomia Regionale Differenziata: due prassi politico legislative neoliberali distanti decenni e diverse tra loro, ma accomunate dall’essere entrambe finalizzate a ridurre la spesa sanitaria per il SSN ed a favorire la privatizzazione dell’assistenza sanitaria in Italia.

A proposito di Autonomia Regionale differenziata appare furbesca, o espressione di sciatta incompetenza, sia che nessuna norma sia indicata sulla applicabilità dei decreti in caso di conclusione delle intese con le Regioni a statuto ordinario (ex art comma 3 art. 116 ed art, 117 Cost) e sia che le Regioni a Statuto speciale e le provincie di Trento e Bolzano (cfr. art. 4), possano non attuarle, con buona pace della valenza nazionale dei decreti e del diritto all’uguaglianza dei cittadini (art. 3 Cost) nell’usufruire del diritto fondamentale alla salute (art. 32 Cost.).

Alcune (sconsolate) considerazioni di merito

In primo luogo, il disegno di legge delega è velleitario poiché si propone di affrontare – in realtà è demagogico poiché finge nei fatti di farlo – una serie di ben 13 problematiche del SSN (cfr. Scheda 1), senza risorse aggiuntive, quindi a costo zero per il bilancio dello Stato centrale.

Ciò a fronte del fatto che tali problematiche sono sì di differente peso economico, ma nessuna è senza peso economico, anche nel caso di quelle normative come la bioetica e buone pratiche clinico-assistenziali e organizzative, non foss’altro per i teams di specialisti che regioni ed aziende sanitarie dovranno necessariamente allestire per le attività di progettazione, implementazione e monitoraggio.

L’art. 3 “Disposizioni Finanziarie”, infatti prevede, che i decreti:

  • o siano “emanati solo successivamente o contestualmente alla data di entrata in vigore dei provvedimenti legislativi che stanzino le occorrenti risorse finanziarie” (comma 1), cosa impossibile vista l’attuale finanziaria redatta sulla base di una politica di “Warfare state” non di Welfare state” (!) 
  • o che da essi ”non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica “e che “le amministrazioni competenti provvedono con le risorse umane, finanziarie e strumentali, in dotazione alle medesime amministrazioni a legislazione vigente”! (comma 2).

È da notare che le “amministrazioni competenti”, cioè le Regioni, da ultimo con la loro Conferenza lo scorso 09.02.26 col “Documento di proposte per il personale del comparto e della dirigenza del S.S.N.“ hanno chiesto risorse aggiuntive ad hoc.

Più che comprensibile poiché, secondo le elaborazioni 2025 dell’Area Stato Sociale e Diritti di CGIL su dati della Corte dei conti, le Regioni debbono sopportare:

  • per il 2025 la differenza di ben 7,505 Mld tra i 136,516 Mld del Fondo Sanitario Nazionale, ed i 144,021 Mld di spesa sanitaria attesa,
  • per il 2027, anno di eventuale attuazione di decreti delegati adottati nel 2026, la differenza di 7,847 Mld tra i 143,885 del FSN e la spesa attesa per la spesa attesa di 151,727, essendo il FSN 2027 già in partenza inferiore alla spesa attesa per il 2026 di 149,931 Mld!

Come si farà a realizzare, ad esempio il cosiddetto “potenziamento del livello di integrazione tra ospedale e territorio” (art.2) senza potenziare in edilizia e personale sia gli ospedali che le “Case della Comunità”, e queste sia nel modello “hub”, 1/50.000 abitanti, più completo di dotazioni sociosanitarie e specialistiche, che in quello “spoke”, a dotazione ridotta che il DM 77/92 rinvia alla modellizzazione ed alla programmazione di ciascuna regione per bacini di utenza più ridotti?

Si tenga conto che:

  1. secondo i dati Agenas del settembre 2025, nel primo semestre di quell’anno appena il 38% delle Case della Comunità (modello “hub”) previste nel PNRR risultano attive, che quelle a pieno regime con medici e infermieri non erano nemmeno il 3%, e che al Sud ed in Trentino-Alto Adige i ritardi erano drammatici (da nessuna a massimo 5)!
  2. di quelle “spoke” nemmeno si parla ed è chiaro che per esse certo non possono essere spacciate le ”farmacie dei servizi”, modello di privatizzazione dell’assistenza territoriale, peraltro sempre più in mano di holding private anche multinazionali (cfr. Hippocrates Holding /Lafarmacia o Benu Farmacia, ex Admenta Italia gruppo Comifar/Phoenix, e L. 214/17) !?

In secondo luogo, il disegno di legge, col suo art. 2 “Principi e criteri direttivi”, appare una di fatto delega in bianco al governo ed alle sue tecno/burocrazie, per tutte le tematiche affrontate, ad eccezione di una , cui il legislatore governativo tiene parecchio visto il livello di dettaglio che raggiunge,: ”aggiornare la classificazione delle strutture ospedaliere”, quindi il DM 70/15, per introdurvi, oltre a quelli di base, di primo e di secondo livello, gli “ospedali di terzo livello” e gli “ospedali elettivi”.

In generale è da osservare che, come strumento di programmazione sanitaria, il DM. 70/15 è da abbandonare non da emendare, essendo obsoleto in sé poiché basato sul criterio, obsoleto, dei “PL/1000 ab. /disciplina”.

Siamo in una epoca nella quale l’evoluzione tecnologica delle attività di diagnosi e cura, è già praticata in maniera necessariamente organizzata non in discipline d’organo, sistema, apparato, tecnica di indagine diagnostica, ma in “Centri di Cura” multidisciplinari e multiprofessionali per patologia, sindromi, o segmenti dei sistemi e apparati (osteomuscolare, vascolare, cardiaco, pneumologico, endocrinologico ecc.) con funzioni tecniche diagnostico terapeutiche specifiche e dedicate, indispensabili per ottenere risultati clinici ottimali.

I progressi sul piano clinico di questi modelli, ed in generale delle tecnologie diagnostico terapeutiche, sempre meno invasive (chirurgia robotica, endoscopica ecc.) e sempre più mirate e selettive, sino addirittura alle ipotesi di “medicina personalizzata”, ha portato ad una forte riduzione delle necessità e della durata delle degenze in acuzie, quindi dei Pl per acuti, e ad una parallela espansione della loro gestione in “setting” ambulatoriali, di Day Service e di Day Hospital.

Di qui le inedite possibilità di dislocazione sul “territorio” delle specifiche attività, anche di follow up specialistico, necessariamente sulla base di protocolli diagnostico terapeutici e in continuità diagnostico terapeutica Ospedali Territorio, in funzione di bacini di utenza ancora da stimare sul piano della programmazione nel loro dimensionamento ottimale nazionale, regionale, provinciale e comunale.

Le recenti potenzialità della “Information Communication Technology” e della cosiddetta impropriamente “Intelligenza Artificiale” consentono di “rimodellare” le attività sia in ospedale che nel “territorio” che nella loro integrazione.

Speculando sul gravissimo ritardo in materia del SSN, l’iniziativa privata imprenditoriale di singoli o di gruppi di professionisti ha già ampiamente sperimentato tali tipologie assistenziali già oggi nei fatti “operanti” nelle scelte dei pazienti che se lo possono permettere.

In particolare, per quanto attiene gli “ospedali di terzo livello”, “con bacino di utenza nazionale e sovranazionale (boom!)” compresi quelli di “fondazioni, associazioni o altri enti privati, anche a carattere religioso, che operino esclusivamente senza scopo di lucro, ovvero a enti ecclesiastici civilmente riconosciuti”, la pretesa di normare ospedali privati col DM 70/15 che in concreto vale solo per gli ospedali pubblici del SSN e dell’Università, appare irrazionale e inutile.

Già oggi, infatti, è possibile e praticato il normare/regolare da parte delle Regioni, titolari della funzione di programmazione sanitaria anche senza l’ulteriore espansione della Autonomia Regionale (ex comma 3 art.116 Cost), salvo non sia previsto un loro finanziamento diretto da parte dello Stato come nel caso del “Bambin Gesù”, ospedale pediatrico ecclesiastico unico a comparire come voce di spesa esterna al SSN.

Quindi un finanziamento diretto dello stato non più ad uno, ma a decine di ospedali pubblici privatizzati come gli IRCCS e quantomeno fortemente condizionati a fini di ricerca dal capitalismo multinazionale farmaceutico, come gli ospedali universitari, dichiarati “infungibili” (non utilizzabili) dalla programmazione regionale, con il rischio/certezza che essendo a carico del Fondo sanitario nazionale la disponibilità di  questo venga ulteriormente ridotta per gli investimenti e la spesa corrente dei servizi territoriali del SSN.

Praticamente un’obsoleta ed inefficace torsione ospedalo-centrica proprio quando la medicina per in relazione al progresso tecnologico, come sopra richiamato, si deospedalizza anche nelle branche più super specialistiche e nell’assistenza alle malattie rare.

Altrettanto obsoleta, inefficace e inefficiente è prevedere solo in pochi ospedali d’élite l’attività di ricerca clinica applicata e traslazionale, di didattica e formazione/perfezionamento ed assistenza specialistica invece che diffusa in tutte le strutture del Servizio Sanitario Nazionale, ospedaliere e “territoriali”, come già avviene senza clamori pur in forma ridotta.

L’integrazione ricerca, didattica assistenza, infatti, oggi non può più essere mero connotato dell’Università, perseguito a fini baronali e corporativi, peraltro già falliti da decenni, ma assetto indispensabile della qualità delle cure ed all’aggiornamento ed alla formazione continua dei professionisti dipendenti, anche e necessariamente del SSN, e in ogni ambito delle loro attività, comprese quelle cosiddette di assistenza indiretta o di supporto (amministrative, igienizzazione ambientale in edifici sanitari, alimentari, tecnico impiantistiche, informatiche e ICT, manutentive, della comunicazione e della pubbliche relazioni ecc..)

Per quanto attiene gli “ospedali elettivi”, per acuti ma privi di pronto soccorso, collegati a tal fine con gli ospedali “di livello superiore”, essi costituiscono la riproposizione nel pubblico del modello dominante tra gli ospedali privati convenzionati, il cui obbiettivo è ovviamente eliminare i costi dell’emergenza urgenza ed ottimizzare “fordisticamente” l’uso di attrezzature per il massimo profitto.

Tale modellistica, che sarebbe già possibile nell’ambito delle autonome funzioni di programmazione delle regioni, non tiene conto del reale ruolo dei pronto soccorso “diffusi” che a tutt’oggi vicariano l’assenza nel “territorio” di assistenza per le patologie ad insorgenza acuta, senza rischi “quoad vitam” e non gestite dalla rete dell’emergenza urgenza “ex 118” ma gestibili come nel caso di tutti i “codici di accesso al pronto soccorso diversi dal “rosso”, da una rete specialistica poliambulatoriale sufficientemente diffusa da consentire l’”accesso diretto“, senza prenotazione.

Dulcis in fundo, tra i temi non c’è la prevenzione né la medicina del lavoro, servizi e discipline necessarie ad evitare migliaia di morti e di invalidi ogni anno!

E qui il cerchio subalternità al neoliberismo, incompetenza, demagogia e politiche inadeguate alla tutela e promozione della salute bene fondamentale ed interesse della collettività del governo Meloni si chiude!!

 Alle lotte sociali e sindacali diffuse non c’è alternativa!

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