Villaggio delle Rose: cronaca di una resistenza urbana tra fango, burocrazia e identità 

Milano, da un po’ di tempo a questa parte, è usata spesso come esempio negativo della gentrificazione urbana, quasi fosse il “faro” della speculazione edilizia. Ma Milano, ovviamente, non è solo questo: è anche specchio di creazione, invenzione e resistenza della marginalità urbana. È questo il caso del Villaggio delle Rose, nella periferia Sud della città. Una storia che inizia 25 anni fa, a partire da un campo Rom, all’interno di una cornice di legalità all’epoca permessa dal Comune di Milano (e all’epoca diffusa anche in altre realtà periferiche come testimonia il servizio fotografico di Giuliano Spagnul fatto alla Martesana negli anni ’80), ma oggi disattesa. Una storia poco nota eppure edificante, che ci parla non del degrado urbano ma piuttosto del degrado della politica. 

di Dijana Pavlovic, Paolo Cagna Ninchi

La vicenda del Villaggio delle Rose, campo rom attrezzato, situato al civico 351 di via Chiesa Rossa a Milano, rappresenta uno dei nodi più intricati e simbolici della gestione dell’abitare marginale nella metropoli contemporanea. Non ci troviamo di fronte a un’occupazione recente, né a un insediamento spontaneo sorto nell’ombra dell’illegalità. Al contrario, via Chiesa Rossa è un pezzo di città consolidato da oltre venticinque anni di storia, nato da una precisa scelta amministrativa che oggi, paradossalmente, la stessa amministrazione fatica a riconoscere nella sua mutata natura sociale e strutturale. Quello che sulla carta viene ancora sbrigativamente catalogato come “campo rom” è diventato, nel corso dei decenni, un quartiere di fatto: un esperimento di edilizia autoprodotta e di coesione comunitaria che oggi si scontra frontalmente con la macchina burocratica del cosiddetto “superamento”.

Per comprendere la densità della tensione che si respira tra i vialetti dell’insediamento, è necessario ripercorrerne la genesi urbanistica. Alla fine degli anni Novanta, il Comune di Milano assegnò queste piazzole attraverso una forma di concessione che, sebbene legata a un regolamento sui campi nomadi, non prevedeva una scadenza temporale definita. L’accordo iniziale appariva chiaro: l’amministrazione forniva il suolo e le infrastrutture primarie, mentre le famiglie avevano l’autorizzazione a installare strutture abitative mobili. Tuttavia, la mobilità è rimasta un concetto puramente teorico. Con il passare degli anni, la natura di queste strutture è mutata profondamente: investendo risparmi di una vita, i residenti hanno sostituito roulotte e vecchi moduli con prefabbricati di qualità, strutture in legno coibentate e abitazioni stabili, dotate di impianti e finiture civili. Questo investimento privato massiccio ha trasformato radicalmente il valore dell’area: il Villaggio non è più una somma di unità abitative provvisorie, ma un patrimonio immobiliare diffuso, interamente finanziato dai cittadini che lo abitano.

Oggi, la politica del “superamento dei campi” avviata dal Comune di Milano si abbatte su questa realtà con la forza d’urto di una procedura standardizzata che sembra non ammettere deroghe. La strategia del Comune si articola in tre fasi: la chiusura amministrativa dell’area, il trasferimento dei nuclei familiari nelle Soluzioni Abitative Temporanee (le case SAT) e il successivo inserimento nelle graduatorie per l’Edilizia Residenziale Pubblica. Per un osservatore esterno, questo percorso potrebbe apparire come un’operazione di welfare virtuosa, un passaggio verso la legalità abitativa. Per chi vive nel Villaggio, invece, rappresenta lo smantellamento programmato di una vita intera, un processo che ignora la realtà materiale e relazionale costruita in un quarto di secolo.

Il primo grande punto di attrito è di natura squisitamente economica e patrimoniale. Lo sgombero, così come viene oggi prospettato, non prevede alcuna forma di indennizzo per le strutture realizzate dai privati. Molte famiglie hanno speso decine di migliaia di euro per rendere dignitose le proprie abitazioni, agendo su un terreno che credevano garantito da una sorta di tacito diritto di superficie. Imporre un trasferimento immediato verso appartamenti SAT, piccoli e spesso situati in contesti degradati, significa costringere queste persone a perdere l’unico capitale materiale in loro possesso, azzerando decenni di fatiche. La richiesta dei residenti è dunque pragmatica, prima ancora che politica: se la chiusura è inevitabile, occorre garantire un tempo congruo per permettere la vendita o lo smaltimento dei prefabbricati, oppure prevedere un equo indennizzo che riconosca il valore delle migliorie apportate a un fondo che, originariamente, era poco più che una discarica a cielo aperto.

Ma il conflitto scava ancora più a fondo, toccando corde politiche e antropologiche. La comunità del Villaggio delle Rose è organizzata secondo logiche di prossimità e mutuo soccorso che la vita atomizzata di un condominio popolare tenderebbe inesorabilmente a distruggere. In via Chiesa Rossa, la cura degli anziani, la gestione quotidiana dei minori e la sicurezza stessa del quartiere sono garantite da una struttura sociale di “famiglia allargata” che ha dimostrato una tenuta straordinaria nel tempo. La dispersione forzata di questi nuclei in diversi quartieri della città, spesso distanti chilometri l’uno dall’altro, viene vissuta come una minaccia esistenziale. Le testimonianze di chi ha già intrapreso il percorso dei SAT sono drammatiche: isolamento sociale, ostilità dei nuovi vicinati, perdita di riferimenti culturali e una percezione di nuova marginalità, questa volta invisibile e solitaria.

Proprio per evitare questa deriva, gli abitanti hanno elaborato una proposta innovativa e d’avanguardia per una comunità rom: la costituzione di una cooperativa a proprietà indivisa. Si tratta di un tentativo audace di “superare il campo” attraverso l’autonormazione e la responsabilità civile. L’idea è che la cooperativa prenda in gestione l’intera area, regolarizzando la posizione giuridica dei residenti e assumendosi l’onere della manutenzione e dell’adeguamento degli impianti. È un modello che ribalta il paradigma dell’assistenzialismo: l’utente del campo smette di essere un soggetto passivo in attesa di una casa popolare e diventa un socio attivo, custode del proprio spazio vitale.

La proposta è capace di rispettare e valorizzare da una parte il modo tradizionale di abitare della comunità rom, incentrato sulla famiglia allargata e sulla vita comunitaria e dall’altra, per la prima volta, è potenzialmente in grado di dare struttura e organizzazione ad un percorso teso a dare maggiore dignità ad una esperienza di convivenza urbana (quella tra comunità rom e popolazione locale) che spesso risulta difficile e carica di contraddizioni.

L’individualismo estremo delle nostre società, la liquidità dei valori collettivi, ci fanno sentire forte il desiderio di famiglia, di vicinanza e di prossimità, come diceva Bauman. In rom e sinti questo desiderio viene chiamato appartenenza. Il vivere insieme in famiglia allargata è un tratto socio-culturale (anche economico), un modo di essere e di ‘abitare’ che ha attraversato la storia della minoranza rom e sinta, costituendone l’ossatura. Questo ha consentito di mantenere viva, in secoli di persecuzione e segregazione, una identità culturale fondata su una visione del mondo, su valori identitari importantissimi come la lingua e la memoria. Nella comunità del Villaggio delle Rose ne sono testimonianza:

–  i bambini, che sin da subito parlano la lingua madre, il romanès, e l’italiano, la lingua dell’incontro con la società che li accoglie a partire dal pur complicato contatto con l’Istituzione scolastica con il Dirigente, il corpo insegnante e alcune famiglie

– il primo monumento in Italia dedicato al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti, che è stato costruito dagli stessi membri della comunità e che ogni anno è il luogo della commemorazione di chi, tra la popolazione rom e sinta, ha combattuto da partigiano per la libertà, è stato vittima di persecuzioni, è stato deportato nei campi di concentramento.

La comunità della famiglia allargata è quindi il luogo della trasmissione di questi valori, ma anche il luogo della solidarietà, della reciprocità e nello stesso tempo il luogo del confronto e dell’incontro con la società maggioritaria.

Il progetto mira a sostenere e proteggere questi valori evitando le conseguenze sulle famiglie e sui minori, sulle persone più anziane che si producono in seguito alla dispersione della stessa comunità dentro alla città – conseguenze che si possono già ritrovare nelle recenti vicende di comunità pur forti che sono state smembrate e collocate, senza particolare attenzione, nei diversi quartieri della città (pensiamo al caso ultimo di Vaiano Valle). Il Villaggio delle Rose è una proposta di superamento del concetto di “campo” inteso come luogo precario, della segregazione, dell’assistenza pubblica e della deresponsabilizzazione. Parte da quanto è stato fatto, realizzato e costruito nell’area a suo tempo indicata come ‘campo autorizzato’ e si propone di dargli ordine, servizi, struttura portando a maturazione quanto di utile e di bello si è prodotto in questi venti anni.

Non si tratta quindi solo di una operazione di recupero e di riqualificazione ma di vero e proprio ‘superamento’. In questo senso la nascita di una cooperativa di abitanti (la prima in Italia e forse in Europa), costituita da famiglie rom e sinti opportunamente affiancate, rappresenta un passaggio culturale estremamente sfidante per la nostra città e per l’intero Paese.

Una volta costituita, sarà infatti la cooperativa ad assumersi la gestione diretta di tutti gli aspetti che riguardano la vita della comunità insediata, a doverne garantire la sostenibilità, a dover rispondere agli impegni assunti in sede di convenzionamento nei confronti della Amministrazione Comunale. Non si tratta solo di una modifica radicale delle relazioni tra le famiglie e il Comune di Milano (e quindi, in senso esteso, tra le famiglie e le cittadine e i cittadini milanesi) ma anche del modo in cui all’interno della stessa comunità le persone e le famiglie che hanno abitato nel campo si sono relazionate tra loro.

Il progetto della nuova cooperativa valorizza gli investimenti economici e sociali che le famiglie hanno già effettuato, avendo acquistato e installato prefabbricati (così come indicato nel regolamento comunale) e, attraverso la raccolta di nuove risorse, sistema e sostituisce quanto non funziona e riorganizza le nuove unità abitative all’interno di un nuova configurazione con l’obiettivo di dare vita ad un ambiente più accogliente e dignitoso. Una volta avviata la realizzazione l’amministrazione non sarà più tenuta a farsi carico dei costi attuali né tantomeno dei mancati pagamenti sui bollettini emessi dalla stessa.

Essendo la proposta di intervento una proposta di riqualificazione, recupero e riorganizzazione di quanto è presente nell’attuale campo con le connesse sistemazioni dei servizi e della rete dei sottoservizi, con il nuovo progetto verranno evitati anche tutti i costi (altrimenti a carico del Comune) conseguenti alle demolizioni e allo smaltimento delle macerie e dei rifiuti, ai costi connessi ai percorsi di inserimento e di accompagnamento, ecc.

Si intende così evitare che famiglie già in possesso di una propria soluzione abitativa debbano essere private dei loro beni e trasformate in nuclei bisognosi di case popolari o comunque di altre tipologie di risposta che comunque comporterebbero da una parte ulteriori costi in carico al bilancio comunale, dall’altra un serio limite delle possibilità delle famiglie in un situazione drammatica dei costi delle abitazioni a  Milano, una situazione che ha provocato l’esodo di 400.000 persone in pochi anni.

Infine, e non ultimo, il progetto rappresenta una vera e grande innovazione anche dal punto di vista socio-urbanistico nell’affrontare il superamento dei campi rom. La proposta nasce infatti come un percorso di ricerca di un modello di abitare a basso costo e nello stesso tempo coerente con le esigenze di una comunità particolare, solitamente esclusa e marginale.

Nonostante l’apertura di un tavolo tecnico con tre assessori, il comportamento del Comune appare schizofrenico: da un lato loda l’innovazione sociale della proposta, dall’altro non arresta la macchina burocratica degli sgomberi, lasciando le famiglie in un limbo logorante che impedisce ogni pianificazione futura.

Un ulteriore elemento di drammaticità, spesso taciuto, riguarda i cosiddetti “invisibili del campo”. Si tratta della popolazione che vive nell’insediamento in modo informale, la cosiddetta “quinta fila”. Qui troviamo giovani coppie nate e cresciute nel Villaggio che non hanno una piazzola formalmente assegnata, o singoli adulti che non rientrano nei rigidi parametri del welfare comunale. Per queste persone, la chiusura del campo non significa l’accesso a una casa popolare, ma il baratro dei dormitori pubblici o delle comunità di accoglienza, con la conseguente separazione forzata dai propri affetti. È una frattura che mette a nudo l’inadeguatezza delle politiche abitative standardizzate, incapaci di leggere le sfumature di una povertà urbana che cerca autonomia e non semplice sussidio.

A complicare definitivamente il quadro tecnico è intervenuto, quasi come un convitato di pietra, il nodo dell’inquinamento ambientale. Recenti analisi del suolo hanno evidenziato la presenza di idrocarburi e materiali di riporto a circa due metri di profondità. Questo dato rischia di diventare la pietra tombale sul progetto della cooperativa, venendo usato dall’amministrazione come un vincolo tecnico insuperabile. Eppure, le origini di tale contaminazione sono chiare: quando l’area fu urbanizzata dal Comune negli anni Novanta, il terreno paludoso venne livellato utilizzando macerie edilizie e scarti industriali. L’inquinamento di oggi è, di fatto, l’eredità di una gestione pubblica approssimativa del passato. Gli abitanti denunciano il rischio che questa emergenza ambientale venga ora utilizzata come un alibi politico per accelerare lo sradicamento della comunità. Chiedono, invece, che la necessaria bonifica del suolo venga integrata in un piano di riqualificazione che preveda la permanenza dei residenti, magari attraverso lotti alternati, evitando che la salute del terreno diventi la scusa per l’espulsione delle persone.

Il messaggio del Villaggio delle Rose è un grido di lucidità disperata. Non si chiede l’immobilismo, ma la sospensione di un processo cieco per dare spazio a una soluzione giusta. La comunità chiede che il percorso della cooperativa sia preso sul serio come alternativa reale alle case popolari, che si trovi una soluzione per chi oggi è escluso dai requisiti SAT e che venga riconosciuto il valore economico delle case costruite.

In definitiva, la battaglia di via Chiesa Rossa 351 pone interrogativi che riguardano l’intera città di Milano. È ancora possibile immaginare un modello di inclusione che non preveda la distruzione delle identità comunitarie? O la città “inclusiva” e “green” è destinata a essere un luogo dove la regolarità formale conta più della dignità umana e della storia vissuta? Il Villaggio delle Rose vuole smettere di essere un’eccezione urbanistica per diventare un esperimento di cittadinanza attiva. Se l’unica risposta delle istituzioni sarà il decreto di sgombero, Milano non avrà risolto un problema di degrado, avrà semplicemente cancellato una risposta coraggiosa per sostituirla con una nuova, e più silenziosa, forma di disperazione urbana.

9/4/2026 https://effimera.org/

Immagine in apertura: Villaggio delle Rose – monumento dedicato al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti durante la II guera mondiale a opera del nazismo

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