Vivere o sopravvivere? Cosa preoccupa davvero i Millennial
di Caterina Froio
“Quello che non mi fa addormentare non è il capitale”, cantano I Cani. Forse sì, forse no. Ma cos’è che non fa dormire i Millennial? Dopo un’estate – la più calda di sempre – di notti insonni, si è formato un lungo elenco. I Millennial non sono scomparsi dalla politica, né la politica si è eclissata dalle loro vite. Semplicemente, siamo troppo impegnati a galleggiare.
Raccogliere in giro per Roma una serie di riflessioni è stato spontaneo e detonante, al punto di sentire la necessità di metterle su carta e dirci, in modo franco, che è sempre più difficile per chi vive tra il 30 e i 40 tracciare una linea tra il vivere ed il sopravvivere.
L’ecoansia.
Se pensate che la preoccupazione dovuta al collasso climatico sia appannaggio dei GenZ vi sbagliate di grosso, le fila di coloro che diedero vita ai primi scioperi e Fridays For Future sono colme di Millennial. Ragazzi cresciuti correndo in bici d’estate, guardando in tv Il pianeta di Pipsqueak, che hanno drammaticamente preso atto dell’urgenza di un cambiamento, abbastanza giovani da avere le energie per rivendicarlo ma abbastanza cresciuti da ricordare cosa volesse dire vivere in un ecosistema realmente abitabile.
Donne e uomini animati dalla necessità di accelerare in tema di rinnovabili. Di imporre alla politica di occuparsi di temi impellenti: dagli allevamenti intensivi all’AI. In poche parole, di ridurre l’impatto antropico sul riscaldamento del pianeta. Sono nati movimenti per la Decrescita, parola che fa così paura a qualcuno che, per gentilezza, qualcuno ha riformulato in Post-Crescita. Povere creature impressionabili, gli umani. Ma c’è da ringraziare coloro che vorrebbero non dover andare a vivere sotto terra come le Tartarughe Ninja.
Le crisi internazionali.
Dalla distruzione di Gaza allo strangolamento di Cuba. Scrolliamo i social e dopo un bambino mutilato c’è l’ADV di un prodotto per la Glass Skin. In TV schiere di persone sorridenti parlano di sagre, prendono il caffè, ballano. È una visione distopica degna di Hunger Games. Come diamine si fa a non fare nulla per persone che vivono in tende con condizioni igieniche precarie, e in altrettanto degrado vengono curate. Bombardate ogni giorno, assuefatte alla perdita di cari. Affamate. A Isole intere che vivono senza medicinali e senza energia per ore, se non giorni. Ospedali non autosufficienti. Per scelta politica.
Come è possibile condurre una vita normale, da primo mondo, lavorare, andare in palestra e magari a bere con gli amici senza sentire che stiamo lasciando indietro qualcuno? Come è possibile alzarsi la mattina senza pensare a quelle terre? Anzi, come è possibile addormentarsi? E infatti non lo è. È un approccio da privilegiati? Sicuramente. E infatti il vero sforzo, non retorico ma ontologico, l’ha fatto chi si è messo sulle varie Flotille e Convoy. Chi ha manifestato, chi ha intervistato, chi non ha ignorato. Il nostro benessere ci anestetizza, o almeno prova a farlo. Ma dovremmo ricordarci che un mondo dove i diritti umani non sono garantiti per altri presto o tardi li negherà anche a noi.
Il costo della vita.
Ma c’è qualcosa di drammaticamente più vicino. Palpabile. Costo degli immobili schizzato in alto da fine anni ’80. Inflazione galoppante. Salari reali stagnanti. Ora la spesa si può pagare a rate. I fondi immobiliari edificano palazzi destinati esclusivamente a locazione. Tanto, di questi tempi, tra lavoro subordinato mascherato da partita IVA e impossibilità di risparmio privato chi può permettersi di comprare una casa? E a volte, perfino di affittarla. Le garanzie richieste dai padroni spesso sono anacronistiche, i prezzi talmente esplosi da spingere chi lavora in città verso zone sempre più periferiche e marginali.
Un’anarchia dionisiaca che sta erodendo non solo il potere d’acquisto, ma anche l’unico bene che abbiamo davvero a disposizione e di cui nessuno dovrebbe mai impadronirsi, se non la salute: il nostro tempo.
Questo è il nostro tempo.
A sentir parlare le cotonate vecchine dal parrucchiere, in una qualunque mattina feriale, negli anni ’90 si stava meglio. Meglio, al punto di non preoccuparsi del domani. Al punto di non capire le sperequazioni nella distribuzione intergenerazionale della ricchezza che si stavano producendo. E noi al punto di non credere che saremmo stati la generazione più istruita e insieme più povera di sempre.
Ma noi non vogliamo semplicemente risalire questa china. Vogliamo cambiare un paradigma. Anche a scapito di chi ci dice che i processi sono lunghi, complessi e farraginosi. Questo è il tempo che ci è stato dato. E se non vogliamo passarlo a veder scorrere le giornate uguali, una dopo l’altra, vivendo a spese di altri é il timer non suona, faremo bene a far sentire che ci siamo.
10/10/2026 https://www.capibara.media/









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