Il valletto di Trump (e di Israele)

Tony Blair è stato chiamato dalla Casa bianca a presiedere il comitato coloniale per la ricostruzione di Gaza. Tra interessi economici, ambizioni immobiliari e finanziarie e con il marchio delle pesanti responsabilità avute nella guerra in Iraq

Il comitato affaristico neocoloniale ha un vicepresidente. Il presidente obbligato è ovviamente Donald Trump che si è posto  a capo del «nuovo organismo internazionale di transizione, il “Consiglio per la Pace”» incaricato di sorvegliare la transizione di Gaza e che «sarà guidato e presieduto dal Presidente Donald Trump, con altri membri e capi di Stato da annunciare, tra cui l’ex Primo Ministro [britannico] Tony Blair. Questo organismo definirà il quadro e gestirà il finanziamento della ricostruzione di Gaza fino al completamento del programma di riforme dell’Autorità Nazionale Palestinese». Ancora una volta a fianco del gendarme americano ci sarà il valletto inglese, l’esponente di una sinistra al salmone che risponde al nome di Tony Blair. Poprio lui, l’inventore della “terza via”, l’uomo che prefigurava un approdo liberale e liberista per la vecchia sinistra laburista, ma che si è distinto soprattutto per aver affiancato l’allora presidente Usa George W. Bush nella guerra contro l’Iraq. 

La strana coppia ritorna in auge in quel di Palestina: ancora una volta il capo è un repubblicano, massimo esponente della destra mondiale – come allora lo era Bush, tanto per capire in che direzione si è mosso il mondo nel frattempo –  e a fargli da ancella, c’è la figurina progressista che abbaglia gli strateghi della sinistra nostrana e che a sentirne solo il nome, gli elettori e mezza popolazione mondiale scappa a gambe levate. 

Come ricorda il Guardian, Blair gode della fama di esperto mediorientale per i «suoi anni a Gerusalemme, trascorsi lavorando per il Quartetto per il Medio Oriente» divenendone Inviato speciale subito dopo le sue dimissioni da premier nel 2007, in rappresentanza di Onu, Ue, Usa e Russia. Se si guarda alla situazione palestinese degli ultimi quindici anni si può capire quale apporto abbia dato e quale sia il giudizio su di lui. «Importare un Sir Tony Blair dal Regno Unito per supervisionare un’enclave di palestinesi – è il commento a caldo di Al Jazeera – sa piuttosto di colonialismo in una regione che ha già una certa familiarità con il fenomeno». La televisione araba, con sede in Qatar e notoriamente filo-palestinese, sottolinea anche come «l’attività diplomatica di Blair si è opportunamente sovrapposta a una serie di affari altamente redditizi nella regione». Si va dalla fornitura di consulenza retribuita ai governi arabi alla firma di un contratto come consulente senior part-time nel 2008 con la banca d’investimento statunitense JP Morgan, incarico da oltre 1 milione di dollari all’anno.

Il laburista dalla tasche gonfie, insomma, che poi è quello che caratterizza gran parte della leadership della nuova socialdemocrazia degli anni 2000 come l’ex cancelliere tedesco Gherard Schroeder, finito a libro paga di Mosca, ma anche il destino del nostro Matteo Renzi, stipendiato anche dal saudita bin Salman. Come ha detto Francis Beckett, coautore di Blair Inc: The Man Behind the Mask, ad Al Jazeera nel 2016 – «la difficoltà più grave era che quando andava agli incontri in Medio Oriente, nessuno sapeva quale Tony Blair stesse osservando: se fosse Tony Blair l’inviato del Quartetto, Tony Blair il patrono della Tony Blair Faith Foundation o Tony Blair il presidente della società di consulenza Tony Blair Associates». Non è stato così sorprendente venire a sapere dal Financial Times, lo scorso luglio, che la sua potente fondazione, il Tony Blair Institute ha partecipato a un progetto «per sviluppare un piano per Gaza nel dopoguerra, che prevedeva di rilanciare l’economia dell’enclave con una “Trump Riviera” e una “Elon Musk Smart Manufacturing Zone”»Lo stesso istituto ha solidi contatti con circa 40 paesi in tutto il mondo, tra cui l’Arabia Saudita, e tra i suoi donatori figura il miliardario della Silicon Valley Larry Ellison, noto per le posizioni filo-israeliane.

Danni collaterali

Ma qui siamo ancora nell’ambito dei conflitti di interesse e di valutazioni di opportunità. Sul piano dell’eredità politica le cose sono forse ancora più gravi, i danni collaterali più pesantii. Blair ha avuto un ruolo, nel 2006, nel fare blocco ancora con Bush per respingere il risultato delle elezioni nei Territori occupati, vantaggioso per Hamas, promuovendone il boicottaggio e consentendo a Fatah di rimanere al potere nell’Autorità Nazionale Palestinese. Grazie a quel boicottaggio e a quella linea politica, comune all’Occidente, Hamas avrebbe poi preso il controllo della Striscia e la situazione sarebbe rimasta incancrenita fino ai giorni nostri. Tanto che nel 2017 Blair ammise che la comunità internazionale avrebbe dovuto cercare di «coinvolgere Hamas in un dialogo», dichiarazioni che si fanno sempre solo dopo, quando ormai è tardi. 

Ma Blair è famoso in Medioriente soprattutto per il ruolo avuto nella guerra contro l’Iraq del 2003. E quel ruolo è fissato nero su bianco nel rapporto Chilcot del 2016 presentato alla Camera dei deputati britannica. In quel rapporto le responsabilità politiche e umanitarie di Blair sono incancellabili. «Il Regno Unito ha scelto di unirsi all’invasione prima che le opzioni pacifiche fossero esaurite» è la prima sentenza di Chilcot secondo il quale «Blair ha deliberatamente esagerato la minaccia rappresentata dal regime iracheno nel tentativo di giustificare un’azione militare presso parlamentari e opinione pubblica». Otto mesi prima dell’invasione dell’Iraq Blair scrisse a Bush per offrirgli il suo incondizionato appoggio alla guerra, ben prima che gli ispettori delle Nazioni Unite completassero il loro lavoro, dicendo: «Sarò con te, qualunque cosa accada». 

In un promemoria di sei pagine contrassegnato come segreto e personale, l’allora primo ministro britannico disse a Bush, all’epoca presidente degli Stati Uniti, nel luglio 2002 che la rimozione di Saddam Hussein avrebbe «liberato la regione», anche se gli iracheni avrebbero potuto «sentirsi indecisi riguardo all’invasione». Era una delle 29 lettere che Blair inviò a Bush nel periodo precedente la guerra in Iraq, durante il conflitto e nelle sue devastanti conseguenze, pubblicate mercoledì come parte del rapporto Chilcot. Ma soprattutto, si legge nel rapporto, «non c’era alcuna minaccia imminente da parte di Saddam Hussein» e le agenzie di intelligence britanniche «hanno prodotto informazioni errate». 

Quel rapporto inchioda Blair più di ogni altra cosa e tra le curiosità di questa storia c’è anche il fatto che l’autorità provvisoria che lui e Trump immaginano per Gaza, assomiglia molto alll’Autorità Provvisoria della Coalizione, istituita in Iraq dagli Stati Uniti dopo aver fatto cadere Saddam Hussein. Un’Autorità che, allora, non riuscì a stabilizzare il Paese, ricordata soprattutto per la cattiva gestione finanziaria e per le caratteristiche coloniali con cui gestì il rapporto con la popolazione. Altro che l’astro nascente del progressismo mondiale. 

Il bilancio del blairismo non è univoco: i suoi sostenitori sottolineano il miglioramento dei servizi pubblici, sanità e istruzione, e il fatto che in fondo la spesa pubblica non sia stata tagliata davvero. Per converso, le diseguaglianze sono aumentate anche sotto la sua leadership, le rette universitarie sono aumentate e nel pubblico si sono cercati fondi in inedite joint-venture pubblico-privato. Ma quello che forse aiuta davvero a tracciare un quadro del blairismo è la decisione dei due maggiori giornali dell’establishment economico britannico, il Financial Times e l’Economist, di votare per il Labour nel 2005, l’ultima elezione vincente di Blari, la terza dopo la prima vittoria del 1997, riconoscendo nel partito già socialista un approccio business friendly. E comunque già a quell’elezione Blair arriva indebolito, soprattutto all’interno del Labour, dopo aver tradito il patto che lo legava al fido Gordon Brown troppo a lungo in attesa che scattasse la staffetta che i due si erano promessi. L’onda lunga della guerra in Iraq segna però la sua stagione e lo bolla a vita. Anche per questo, quanto sta per accadere, è anche un modo per riemergere sulla scena internazionale grazie al supporto statunitense visto che in casa non ci sono grandi appoggi interni al Labour (peraltro in crisi verticale anche nella gestione del suo seguace, Keir Starmer e incalzato dalla possibile nascita del nuovo partito di Jeremy Corbyn). Ancora sul Guardian si trova questa dichiarazione di Josh Paul, co-fondatore di A New Policy, un think tank statunitense a proposito di Blair vice-console di Gaza: «Avendo lavorato con Tony Blair quando era inviato speciale del Quartetto per la pace in Medio Oriente, posso subito mettere in guardia dai due difetti fatali che qualsiasi piano da lui proposto presenterà. In primo luogo, qualsiasi proposta darà priorità allo sviluppo economico rispetto al progresso politico e all’autodeterminazione palestinese. E in secondo luogo, qualunque siano i loro meriti, saranno approvati dal governo di Israele, che poi ne impedirà l’attuazione attraverso una strategia di morte per mille tagli, rendendo irraggiungibili anche gli obiettivi più semplici». Il valletto di Trump alla fine, per i propri interessi economici e la cura del proprio futuro personale, finirà per essere anche il valletto di Israele. 

Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).

6/10/2025 https://jacobinitalia.it

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