Trump e la morte dell’Occidente

Dall’illusione che il Presidente americano stia solo bluffando al caso limite della Groenlandia: ecco perché l’ordine nato nel Novecento è arrivato al capolinea e perché l’Europa rischia di scoprirsi irrilevante

Ci sono molti errori che facciamo, in Europa e in Italia, quando parliamo di Donald Trump. Il primo – e più importante – è pensare che “le spari grosse”. Cerco di spiegarmi, esattamente come avevo fatto un anno fa, ai tempi dell’insediamento del vecchio e neo rieletto presidente alla Casa Bianca. Trump non parla mai a vuoto. Ha nella testa – da sempre – un preciso programma politico, anzi una precisa visione del Mondo e ha iniziato da subito a darle forma. In questo – attenzione, l’esempio è volutamente scabroso ed estremo – è identico ad Adolf Hitler. La sua visione del Mondo, il capo del nazismo l’aveva descritta con esattezza e precisione nel Mein Kampf. Dal giorno uno del suo governo iniziò a realizzarla punto per punto, senza mai recedere o cambiare direzione. Esattamente come Trump, anche Hitler dalle cancellerie e dall’opinione pubblica europea venne considerato per anni “uno che le sparava grosse”. Poi, arrivarono la guerra, la Shoah, la strage di disabili, omosessuali, rom e oppositori a far capire che non aveva mai esagerato.

Il secondo errore che facciamo è immaginare ancora che Trump e gli Stati Uniti siano nostri alleati. Trump se ne frega dell’Europa, anzi la vede solo come terra di conquista o come appoggio utile alle proprie mire e ai propri affari. In termini concreti, Trump è il peggiore nemico dell’Unione Europea, con l’aggravante che questo nemico non lo abbiamo alle porte. Lo abbiamo in armi in casa – nelle troppe basi statunitensi nel vecchio continente – e questo nuovo potenziale nemico controlla tutti i principali sistemi d’arma dei nostri eserciti. Traduzione: siamo inermi o quasi.

Fare attenzione: non c’è nulla di ideologico in questa analisi. La valutazione si basa su scelte politiche, annunci, strategia, realtà e sui fatti. Tutto poggia sulla concatenazione di decisioni che Trump ha tradotto in azione a partire dal gennaio del 2025.

Il caso Venezuela è esemplare. Ed è interessante come troppe cancellerie europee e praticamente tutto il sistema della politica e dei media ufficiali abbiano ridotto la vicenda ad analisi politica, saltando piè pari la questione di fondo: la violazione del diritto internazionale va condannata e fermata a prescindere da chi la compie. Non esistono giustificazioni, alibi o eccezioni al diritto, che non può e non deve avere doppi o tripli binari dettati dalla convenienza o dalle simpatie politiche. Trump va condannato e basta, esattamente come Putin per l’Ucraina, Netanyahu per la Palestina, la Cina per il Tibet, il Marocco per il Sahara Occidentale e via discorrendo.

Escludere questo passaggio, negarne la centralità per riportare tutto “all’analisi politica”, significa ragionare in termini di disprezzo del diritto e della democrazia. Un disprezzo che potrebbe ritorcersi contro l’Europa nel caso Groenlandia. Anche qui: smettiamola di pensare che sia una cialtronata. Trump la vuole e pensa sia suo diritto averla. Questo apre le porte alla verità, cioè svela la fragilità negata, ma strutturale dell’ordine euro-atlantico.

La Groenlandia non è una periferia. È un territorio strategico nel cuore dell’Artico, spazio in cui si concentrano oggi competizione militare, accesso alle risorse, controllo delle rotte e ridefinizione degli equilibri globali. Soprattutto è territorio danese. E la Danimarca è membro della NATO. Cosa nota? Certo, ma è proprio questo il punto che trasforma la disputa in un potenziale terremoto di sistema.

Se anche solo si ipotizza l’uso della forza, o di una coercizione armata “limitata”, da parte degli Stati Uniti contro la Groenlandia, non siamo davanti a una crisi tra alleati. Siamo davanti alla negazione pratica del principio fondativo dell’Alleanza Atlantica. Non esiste un meccanismo NATO pensato per gestire un’aggressione interna. L’Articolo 5 presuppone un nemico esterno; se l’aggressore è uno dei garanti della sicurezza collettiva, l’intero edificio concettuale collassa, perché non è in grado di dare risposte.

Qui emerge la contraddizione che per decenni è stata volutamente ignorata e rimossa: la NATO non è una comunità di eguali, ma un’alleanza asimmetrica. Funziona finché la potenza dominante – cioè gli Stati Uniti – decide di rispettarne le regole. Nel momento in cui quelle regole diventano un ostacolo agli interessi strategici di Washington, cessano di essere vincolanti. La Groenlandia rende visibile ciò che normalmente resta implicito e sottaciuto.

Il problema, però, non nasce oggi. È figlio diretto della fine dell’Unione Sovietica. L’Alleanza era stata costruita per contenere un avversario preciso, esistenziale, riconoscibile. Con la caduta dell’URSS, ha perso il suo baricentro strategico e ha iniziato una lunga fase di ridefinizione: allargamenti, missioni “fuori area”, interventi umanitari, guerra al terrorismo. Tutto, tranne una risposta chiara alla domanda fondamentale: a cosa serve un’alleanza militare senza un nemico comune?

Per lunghi anni la risposta è stata rinviata. Poi è stata mascherata trovando nuovi nemici: l’integralismo islamico prima, di nuovo la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Oggi il quesito ritorna sotto forma di crisi. Se l’Alleanza non è in grado di garantire la sicurezza di un suo membro contro un altro suo membro, allora non è più un’alleanza difensiva, ma uno strumento di potenza usato da un centro imperiale a danno degli alleati periferici. E gli strumenti di potenza non producono fiducia, producono subordinazione.

In questo scenario, l’Unione Europea appare per ciò che è: politicamente coinvolta, militarmente irrilevante. È legata alla NATO per la propria sicurezza, ma è incapace di influenzarne realmente le dinamiche. La Groenlandia mette l’Europa davanti a un dilemma che ha sempre cercato di evitare, cioè scegliere fra la solidarietà interna, fra Paesi o sposare opportunisticamente la dipendenza esterna, dagli Stati Uniti. Non è detto che abbia la forza di scegliere.

Data la situazione, che ripeto è sul tavolo degli analisti e non è ideologica, il punto non è se ci sarà un conflitto armato. Il punto è che basta vi sia la possibilità credibile che la forza venga usata, perché l’alleanza perda significato. Le alleanze non muoiono solo con le guerre, muoiono quando smettono di essere credibili.

La Groenlandia, in questo senso, non è un caso marginale. Racconta in modo definitivo che il Mondo delle alleanze nate nel Novecento sta morendo. Dice che la sicurezza collettiva non è un principio astratto, ma una pratica quotidiana e paritaria, altrimenti è fragile, reversibile. E dice, soprattutto, che senza fiducia condivisa non esiste deterrenza, non esiste ordine, non esiste “Occidente”.

Il resto è retorica. E la retorica, nella politica internazionale, è spesso il rumore che accompagna le crepe prima del crollo.

Raffaele Crocco

7/1/2025 https://www.unimondo.org/

Immagine: (Shutterstock/Tomas Ragina)

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